La felicità (1890) di Giovanni Pascoli: la poesia sulla gioia come illusione irraggiungibile

Perché rincorrere la felicità la rende irraggiungibile? Scopri l’insegnamento di Giovanni Pascoli nella celebre lirica di “Myricae” tra illusioni e rimpianti.

La felicità (1890) di Giovanni Pascoli: la poesia sulla gioia come illusione irraggiungibile

La felicità di Giovanni Pascoli una poesia che svela uno degli inganni più dolorosi dell’esistenza umana: passiamo la vita a inseguire la gioia, convinti che sia davanti a noi, senza accorgerci che essa sembra esistere soltanto nel futuro che desideriamo o nel passato che abbiamo ormai perduto. Mai nel presente.

Pascoli trasforma questa condizione in una scena semplice e potentissima. La vita diventa una giornata intera e la felicità una creatura alata e imprendibile. All’alba appare per un istante e subito svanisce, spingendo l’uomo a rincorrerla «per monti, per piani, / nel mare, nel cielo», nella certezza di essere ormai sul punto di conquistare «la gloria e l’amore».

Ma la corsa dura quanto la vita. Quando arriva il tramonto, quella felicità che sembrava così vicina è ancora «lontano, lontano, lontano». Ed è proprio qui che la poesia rivela il suo significato più amaro: l’uomo consuma l’esistenza inseguendo ciò che desidera, ma quando si volta indietro trova soltanto la strada percorsa e il dolore vissuto. Davanti a lui rimane invece il «silenzio infinito», immagine con cui la corsa verso la felicità finisce nella morte.

È una visione radicale, nella quale Pascoli rende universale un’esperienza che appartiene a ogni epoca: credere che la gioia debba ancora arrivare. Sarà nostra quando avremo raggiunto un obiettivo, ottenuto ciò che desideriamo, conquistato l’amore o il riconoscimento che cerchiamo. E intanto il presente scorre. La felicità continua a spostarsi un passo più avanti, trasformandosi nell’orizzonte verso cui corriamo senza riuscire mai ad arrivare.

La felicità appartiene al nucleo originario di Myricae e apre la sezione Elegie della raccolta. Frutto di un’elaborazione particolarmente tormentata, la poesia fu pubblicata per la prima volta sulla Vita Nuova il 10 agosto 1890 con il titolo Felicità. L’articolo “La” sarebbe stato aggiunto soltanto nelle successive edizioni di Myricae.

Leggiamo questa profonda poesia di Giovanni Pascoli per scoprirne il significato e capire perché, dietro la sua inafferrabile felicità, si nasconda una delle riflessioni più amare e attuali sul modo in cui gli esseri umani attraversano la vita.

La felicità di Giovanni Pascoli

Quando, all’alba, dall’ombra s’affaccia,
discende le lucide scale
e vanisce; ecco, dietro la traccia
d’un fievole sibilo d’ale,

io la inseguo per monti, per piani,
nel mare, nel cielo: già in cuore
io la vedo, già tendo le mani,
già tengo la gloria e l’amore.

Ahi! ma solo al tramonto m’appare,
su l’orlo dell’ombra, lontano,
e mi sembra in silenzio accennare
lontano, lontano, lontano.

La via fatta, il trascorso dolore
m’accenna col tacito dito:
improvvisa, con lieve stridore,
discende al silenzio infinito.

La felicità che cerchiamo sempre altrove

In La felicità, Giovanni Pascoli affronta una delle aspirazioni più naturali dell’essere umano: il desiderio di raggiungere una condizione capace di farci sentire appagati. Nella visione che emerge dalla poesia, però, la felicità sembra avere una caratteristica precisa: appartiene sempre a un altro tempo. La immaginiamo nel futuro quando ancora la desideriamo e spesso la riconosciamo nel passato, quando ciò che abbiamo vissuto è ormai lontano. Il presente finisce così per essere il momento in cui facciamo più fatica ad accorgerci di averla accanto.

È un meccanismo molto comune. Pensiamo che staremo meglio quando avremo ottenuto ciò che desideriamo, quando una situazione difficile sarà risolta, quando arriverà l’amore che aspettiamo o quando avremo raggiunto un obiettivo importante. Sono aspettative comprensibili, che aiutano anche a dare una direzione alla vita. Il problema nasce quando il benessere viene continuamente rimandato al raggiungimento di qualcosa che ancora manca.

A quel punto il desiderio può trasformarsi in un’attesa permanente. Una meta raggiunta lascia spazio a quella successiva, una soddisfazione dura meno di quanto avevamo immaginato e quello che fino a poco prima sembrava indispensabile smette presto di bastare. La felicità continua così a cambiare posto insieme ai nostri desideri, mentre una parte della vita viene vissuta pensando soprattutto a ciò che dovrebbe ancora accadere.

Pascoli porta questa esperienza quotidiana dentro una concezione molto più amara dell’esistenza. La felicità diventa qualcosa di evanescente e irraggiungibile proprio perché l’uomo fatica a possederla nel solo tempo che sta realmente vivendo. Quando guarda avanti la desidera; quando guarda indietro può riconoscerne la presenza in ciò che ha perduto. Tra queste due dimensioni rimane un presente che continua a scorrere.

In questa prospettiva si comprende anche perché la poesia vada oltre la vicenda personale di Pascoli. La sua biografia, segnata fin dall’infanzia dalla perdita di persone care e dalla frantumazione degli affetti familiari, aiuta certamente a comprendere la sensibilità con cui guarda alla precarietà della gioia. Qui, però, il poeta parla di una condizione che riguarda tutti: la difficoltà di abitare pienamente il presente quando affidiamo a ciò che verrà la speranza di essere felici.

Ed è forse questo l’aspetto che rende La felicità ancora così vicina alla nostra esperienza. Cambiano gli obiettivi, le aspettative e le ragioni per cui desideriamo una vita diversa, ma rimane familiare la sensazione che manchi sempre qualcosa prima di poter dire di stare davvero bene. Pascoli osserva proprio questa continua proiezione verso un altro momento della vita e ne mostra il costo più umano: il tempo trascorso ad aspettare una gioia che continuiamo a collocare altrove.

Analisi e significato della poesia La felicità di Giovanni Pascoli

Per comprendere fino in fondo La felicità bisogna seguire il movimento che Giovanni Pascoli costruisce lungo le quattro strofe. La poesia racconta una vita intera attraverso il trascorrere di una sola giornata e mette al centro una figura sfuggente, quasi incorporea, che l’io poetico tenta continuamente di raggiungere.

Il passaggio dall’alba al tramonto accompagna così le diverse età dell’esistenza. All’inizio prevalgono il desiderio, l’energia e la fiducia di poter ottenere ciò che si cerca; con il trascorrere del tempo arriva invece la consapevolezza della distanza che separa l’uomo dalla meta. Il ritmo stesso della poesia segue questo movimento e rende particolarmente vivo l’inseguimento.

Pascoli costruisce il componimento in quattro quartine, alternando decasillabi anapestici e novenari dattilici, con rime alternate. La regolarità metrica convive con un andamento rapido, soprattutto nella parte dedicata alla corsa, e contribuisce a dare la sensazione di un movimento che continua senza concedere vere soste.

L’alba e la prima apparizione della felicità

Quando, all'alba, dall'ombra s'affaccia,
discende le lucide scale
e vanisce; ecco, dietro la traccia
d'un fievole sibilo d'ale,

La poesia di Pascoli si apre all’alba, il momento che segna l’inizio della giornata e, sul piano simbolico, l’inizio della vita. Pascoli fa apparire la felicità proprio in questo passaggio dalla notte alla luce, ma le concede una presenza brevissima. Si affaccia dall’ombra, scende e subito “vanisce”.

Le “lucide scale” sono i raggi del sole, sui quali la felicità sembra scendere per mostrarsi all’uomo. Pascoli le attribuisce così una forma visibile senza darle una consistenza precisa. La percepiamo soprattutto attraverso il suo movimento e attraverso quel “fievole sibilo d’ale” che la trasforma in una creatura alata, leggera e difficile da trattenere.

È importante che la felicità scompaia quasi nello stesso momento in cui viene percepita. L’uomo ha appena avuto il tempo di accorgersi della sua presenza e già deve seguirne la “traccia”. Nasce qui l’inseguimento che accompagnerà il resto della poesia: ciò che desidera è apparso abbastanza vicino da convincerlo della sua esistenza, ma abbastanza rapidamente da costringerlo a mettersi in movimento.

Pascoli sceglie inoltre due estremi, l’”ombra” e la luce dell’alba, che torneranno a essere importanti nel corso del componimento. La giornata è appena cominciata e tutto sembra ancora possibile. La felicità, però, si presenta fin dall’inizio con il carattere che conserverà fino alla fine: si lascia intravedere, ma sfugge proprio quando l’uomo prova ad avvicinarsi.

La corsa dell’uomo verso “la gloria e l’amore”

io la inseguo per monti, per piani,
nel mare, nel cielo: già in cuore
io la vedo, già tendo le mani,
già tengo la gloria e l'amore.

Nella seconda strofa l’immagine leggera dei primi versi lascia spazio all’azione dell’io poetico. La ripetizione di “io” mette in primo piano la volontà dell’uomo, deciso a raggiungere ciò che ha appena visto allontanarsi. La felicità diventa una meta e la vita assume la forma di una corsa.

L’inseguimento non conosce confini. “Monti”, “piani”, “mare” e “cielo” allargano progressivamente lo spazio fino a comprendere quasi tutto ciò che l’uomo può attraversare o immaginare. Pascoli restituisce così la misura dello sforzo compiuto: chi insegue la felicità è disposto ad andare ovunque pur di raggiungerla.

Anche il ritmo contribuisce a questa sensazione di velocità. La successione dei luoghi e, subito dopo, la ripetizione insistita di “già” accelerano il movimento. Il poeta sente di essere sempre più vicino e anticipa mentalmente il momento della conquista: prima la vede “in cuore”, poi tende le mani e infine è convinto di possederla.

Proprio quel triplice “già” racconta bene la forza dell’illusione. La felicità viene posseduta nella mente prima ancora che nella realtà. È sufficiente percepirla vicina perché l’uomo cominci a comportarsi come se l’avesse raggiunta.

La meta prende infine due nomi molto concreti: “la gloria e l’amore”. Sono due aspirazioni antiche dell’essere umano, già presenti nella tradizione letteraria precedente a Pascoli. La felicità smette per un momento di essere un’idea astratta e coincide con ciò che può farci sentire riconosciuti e amati.

Nel gesto del poeta che “tende le mani” la fonte critica segnala inoltre una possibile memoria dell’Orfeo delle Georgiche di Virgilio, che tenta inutilmente di afferrare un’ombra. È un richiamo particolarmente coerente con ciò che sta accadendo: le mani si protendono verso qualcosa che sembra avere una forma, ma che non può essere trattenuto.

Il tramonto e la felicità che rimane lontana

Ahi! ma solo al tramonto m'appare,
su l'orlo dell'ombra, lontano,
e mi sembra in silenzio accennare
lontano, lontano, lontano.

Con la terza strofa la poesia arriva al momento decisivo. La giornata iniziata all’alba è ormai al tramonto e, insieme alla luce, sta finendo anche la vita rappresentata da Pascoli. Dopo aver inseguito a lungo la felicità, l’uomo torna finalmente a vederla.

L’esclamazione “Ahi!” segna il passaggio dall’entusiasmo alla consapevolezza. La sicurezza con cui poco prima il poeta credeva di avere tra le mani “la gloria e l’amore” lascia spazio alla scoperta della distanza. Il tempo è trascorso, mentre la meta che aveva orientato la sua corsa è ancora irraggiungibile.

La felicità appare “su l’orlo dell’ombra”. L’immagine riprende quella dell’inizio della poesia, ma la situazione è ormai capovolta. All’alba la figura emergeva dall’ombra insieme alla luce del nuovo giorno; adesso si trova sul confine oltre il quale la luce scompare. La stessa presenza accompagna quindi i due estremi della giornata e, simbolicamente, quelli dell’esistenza.

Pascoli insiste soprattutto sulla distanza attraverso la parola “lontano”, presente una prima volta nel secondo verso e poi ripetuta tre volte alla fine della strofa. “Lontano, lontano, lontano” prolunga quella distanza anche nel suono e restituisce la sensazione di qualcosa che continua ad arretrare davanti a chi cerca di raggiungerlo.

Cambia anche il rapporto tra l’uomo e la felicità. All’inizio era lui a inseguirla; adesso è lei che sembra rivolgersi a lui con un gesto silenzioso. Quel semplice accennare prepara ciò che verrà mostrato nell’ultima strofa e costringe il poeta a spostare lo sguardo dalla meta inseguita alla vita che ha ormai alle spalle.

La possibile memoria leopardiana diventa qui particolarmente significativa. Il testo critico richiama la conclusione di A Silvia, dove la speranza indica da lontano la morte e la tomba. Anche Pascoli mette in relazione una promessa che ha accompagnato l’esistenza con la scoperta finale del limite umano.

Il dialogo con Leopardi aiuta quindi a comprendere la profondità di questo passaggio: ciò che aveva dato all’uomo una ragione per continuare a correre si mostra ancora una volta proprio quando il tempo a sua disposizione sta terminando.

La strada percorsa, il dolore e il “silenzio infinito”

La via fatta, il trascorso dolore
m'accenna col tacito dito:
improvvisa, con lieve stridore,
discende al silenzio infinito.

Nell’ultima strofa il movimento cambia direzione. Dopo aver guardato davanti a sé per tutta la vita, l’uomo viene invitato a guardare ciò che si lascia alle spalle. La felicità gli indica “la via fatta” e il “trascorso dolore”: la strada percorsa per raggiungerla e la sofferenza che quella ricerca ha comportato.

Sono parole molto semplici, ma danno alla conclusione un carattere personale. Alla fine di una vita trascorsa a cercare ciò che mancava rimane anche il bilancio di ciò che si è vissuto. La strada esiste, il dolore è stato reale, mentre la felicità continua a non lasciarsi possedere.

Il gesto avviene attraverso un “tacito dito”. La figura non parla e Pascoli mantiene fino alla fine quella presenza leggera e quasi irreale comparsa all’inizio della poesia. Secondo la nota critica, “tacito dito” contiene un’ipallage: a essere silenziosa è propriamente la figura femminile della felicità, che comunica soltanto attraverso il gesto.

Subito dopo arriva l’ultima discesa. La felicità scompare “improvvisa, con lieve stridore” e raggiunge il “silenzio infinito”. Il movimento richiama quello della prima strofa, quando scendeva dalle “lucide scale”, ma adesso la direzione conduce verso il buio definitivo. La giornata si chiude e con essa termina simbolicamente la vita dell’uomo.

Il “silenzio infinito” è quindi legato alla morte, punto finale di un inseguimento che non ha trovato compimento. Anche qui il testo critico segnala una memoria di Leopardi, questa volta dell’”infinito silenzio” dell’Infinito. A questa si affianca quella del Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, dove la vita del vecchio è rappresentata come una corsa faticosa attraverso luoghi difficili che termina nel precipizio della morte.

Il richiamo al Canto notturno riguarda da vicino anche l’idea su cui Pascoli costruisce l’intera poesia. L’esistenza è un percorso che l’uomo affronta continuando a muoversi verso una meta, mentre il tempo lo conduce inevitabilmente alla fine. Nel caso di La felicità, a rendere doloroso questo percorso è soprattutto la promessa che ha alimentato la corsa: la convinzione che prima o poi sarebbe arrivato il momento di possedere ciò che si era cercato per tutta la vita.

La chiusa permette così di comprendere pienamente il senso dell’alba da cui eravamo partiti. Tra la prima apparizione della felicità e la sua scomparsa finale è trascorsa un’intera esistenza. Ciò che resta all’uomo è la consapevolezza della strada percorsa e del tempo impiegato a inseguire una gioia che ha continuato a mostrarsi altrove.

Quando la felicità diventa qualcosa che deve ancora arrivare

A quasi un secolo e mezzo dalla sua composizione, La felicità continua a parlare di un’abitudine molto umana: affidare a ciò che manca la speranza di stare meglio. Ognuno può dare a quel desiderio un nome diverso. Per qualcuno è l’amore, per altri il lavoro, la sicurezza economica, una casa, il riconoscimento degli altri o un cambiamento personale atteso da tempo.

Desiderare queste cose fa parte della vita. La questione sollevata da Pascoli riguarda piuttosto il posto che finiscono per occupare dentro di noi. Quando la felicità dipende sempre dal prossimo risultato, il presente rischia di diventare soprattutto un passaggio verso qualcos’altro. Raggiungiamo una meta e poco dopo ne compare un’altra, oppure scopriamo che ciò che avevamo desiderato tanto non produce quella pienezza che gli avevamo attribuito.

C’è anche un altro aspetto molto umano nella poesia: spesso comprendiamo il valore di alcuni momenti quando sono già trascorsi. Un periodo che mentre lo vivevamo ci sembrava incompleto può apparirci diverso a distanza di anni. Ci accorgiamo allora che una parte della serenità che stavamo cercando era presente proprio mentre pensavamo di non averla ancora raggiunta.

Pascoli porta questa esperienza verso una conclusione molto più pessimistica. Nella sua poesia la felicità rimane irraggiungibile perché continua a collocarsi fuori dal presente: appartiene a ciò che speriamo di vivere oppure a ciò che possiamo riconoscere soltanto dopo averlo perduto. L’uomo continua a cercarla mentre il tempo della sua vita si consuma.

È questa percezione del tempo a rendere La felicità ancora vicina a noi. Pascoli mette davanti al lettore la distanza che può crearsi tra la vita che stiamo vivendo e quella in cui immaginiamo di poter essere felici. Una distanza che può accompagnarci per anni, quasi senza che ce ne accorgiamo.

La poesia non offre una soluzione e non promette che basti cambiare sguardo per essere felici. Ci lascia piuttosto davanti a una domanda che riguarda il modo in cui ciascuno attraversa la propria esistenza: quanto tempo trascorriamo aspettando che arrivi il momento in cui ci sentiremo finalmente appagati?

È forse proprio questa domanda, così semplice e difficile da evitare, a rendere ancora attuale la felicità irraggiungibile raccontata da Giovanni Pascoli.