Cantico delle creature (1224) di Francesco d’Assisi: l’inno al valore della vita e della gioia

Scopri i meravigliosi versi del “Cantico delle Creature” di Francesco d’Assisi, poesia-inno alla vita, alla natura, all’amore universale, alla pace.

Cantico delle creature (1224) di Francesco d'Assisi: l'inno al valore della vita e della gioia

Cantico delle creature di Francesco d’Assisi, noto anche come Cantico di Frate Sole, è uno dei testi più luminosi, rivoluzionari ed ecumenici della spiritualità e della letteratura universale. Più che un’opera poetica, è un viscerale atto d’amore verso ogni forma di esistenza: una visione completamente nuova del mondo inteso come un’unica, grande famiglia in cui tutto – il sole, la luna, l’acqua, il fuoco, la terra e persino la morte – è chiamato “fratello” o “sorella”.

Attraverso parole d’una semplicità potente e disarmante, il Poverello d’Assisi invita l’umanità a cambiare radicalmente sguardo: il Creato cessa di essere un bene da dominare o sfruttare per diventare un dono sacro da custodire con cura, umiltà e profonda gratitudine. In questo equilibrio cosmico, ogni elemento naturale si fa segno visibile della bontà divina e ogni creatura prende parte a una lode universale.

Composto in lingua volgare umbra intorno al 1224, il Cantico si struttura come una prosa ritmica dal sapore litanico, intessuta di versi di varia lunghezza, consonanze, assonanze e rime intuitive. È unanimemente considerata la prima grande poesia della letteratura italiana.

In occasione della festa di San Francesco d’Assisi del prossimo 4 ottobre, questa lode antica torna a parlare con forza straordinaria al nostro presente. In un’epoca segnata da conflitti, disorientamento e crisi ecologica, il Cantico delle creature si erge a vero e proprio manifesto: celebra l’amore per la vita e per il prossimo, la vicinanza ai più deboli, il valore inestimabile della pace e la fratellanza universale come unico principio capace di guidare l’agire umano.

Leggiamo questo capolavoro di Francesco d'Assisi per riscoprirne l'intensa bellezza e farne nostro, fino in fondo, il messaggio.

Cantico delle Creature di Francesco D’Assisi

«Altissimu, onnipotente, bon Signore,
tue so’ le laude, la gloria e l’honore et
onne benedictione.

Ad te solo, Altissimu, se konfàno et
nullu homo ène dignu te mentovare.

Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le
tue creature, spetialmente messor lo
frate sole, lo qual è iorno, et allumini
noi per lui; et ellu è bellu e radiante
cum grande splendore: de te,
Altissimo, porta significatione.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora luna
e le stelle: in celu l’ài formate clarite et
pretiose et belle.

Laudato si’, mi’ Signore, per frate
vento et per aere et nubilo et sereno
et onne tempo, per lo quale a le tue
creature dài sustentamento.

Laudato si’, mi’ Signore, per sor’aqua,
la quale è multo utile et humile
et pretiosa et casta.

Laudato si’, mi’ Signore, per frate
focu, per lo quale ennallumini la
nocte, et ello è bello et iocundo et
robustoso et forte.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora
nostra matre terra, la quale ne
sustenta et governa, et produce
diversi fructi con coloriti flori et herba.

Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke
perdonano per lo tuo amore, et
sostengo infirmitate et tribulatione.

Beati quelli che ‘l sosterrano in pace,
ca da te, Altissimo, sirano incoronati.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora
nostra morte corporale, da la quale
nullu homo vivente pò scappare: guai
a quelli che morrano ne le peccata
mortali.

Beati quelli che trovarà ne le tue
santissime voluntati, ka la morte
secunda no ‘l farrà male.

Laudate et benedicete mi’ Signore et
ringratiate et serviateli cum grande
humilitate.»
 Cantico delle Creature di Francesco D’Assisi (Parafrasi)

«Altissimo, Onnipotente Buon Signore,
tue sono le lodi, la gloria, l’onore e
ogni benedizione.

A te solo, o Altissimo, si addicono e
nessun uomo è degno di menzionarti.

Lodato sii, mio Signore, insieme a tutte le
creature, specialmente per il signor
fratello sole, il quale è il giorno, e illumina
con la sua luce; è bello e raggiante
con grande splendore: e di te,
Altissimo, porta il segno.

Lodato sii, o mio Signore, per sorella luna
e le stelle: in cielo le hai create, chiare,
preziose e belle.

Lodato sii, mio Signore, per fratello
vento e per l’aria, per il nuvolo e per il sereno,
per ogni stagione, grazie alla quale alla tue
creature dai sostentamento.

Lodato sii, mio Signore, per sorella acqua,
la quale è molto utile, umile,
preziosa e pura.

Lodato sii, mio Signore, per fratello
fuoco, attraverso il quale ci illumini
la notte, ed egli è bello, giocondo,
robusto e forte.

Lodato sii, mio Signore, per sorella
nostra madre terra, la quale ci
sostiene e governa, produce
diversi frutti, con fiori variopinti ed erba.

Lodato sii, mio Signore, per quelli che
perdonano in nome del tuo amore, e
sopportano dolori e malattie.

Beati quelli che li sopporteranno in pace,
perché da te, Altissimo, saranno incoronati.

Lodato sii, mio Signore, per sorella
nostra morte corporale, dalla quale
nessun uomo che vive può scappare: guai
a quelli che moriranno nei peccati mortali.

Beati quelli che vivranno nelle tue
santissime volontà, la morte
spirituale non farà loro alcun male.

Lodate e benedite il mio Signore,
e ringraziatelo e servitelo con grande
umiltà.»

La forza rivoluzionaria di Francesco d’Assisi

Il Cantico delle creature nasce in uno snodo biografico ed esistenziale drammatico, collocabile nella primavera del 1224 presso il convento di San Damiano. Francesco vi giunge stremato da patologie dolorose e invalidanti, con una grave affezione oculare che lo conduce alla quasi totale cecità e il corpo segnato dalle stimate.

L’opera si colloca nella viva memoria dell’ottocentesimo anniversario della sua morte, sopraggiunta il 3 ottobre 1226 alla Porziuncola. Canonizzato appena due anni dopo, nel 1228, il Santo ha inaugurato un’eredità culturale e spirituale di risonanza planetaria, capace di travalicare i confini del cristianesimo medievale.

L’impatto storico e la vastissima devozione popolare hanno purtroppo favorito, nel corso dei secoli, il proliferare di citazioni apocrife o attribuzioni improprie. Fra i falsi storici più diffusi figurano l’esortazione a iniziare dal necessario per giungere all’impossibile, oppure la celebre “Preghiera Semplice”, testo di matrice anonima composto soltanto durante il primo conflitto mondiale. Per ricostruire la genuina statura intellettuale dell’assisiate occorre rifarsi rigorosamente ai documenti originali: il Cantico, il Testamento redatto nell’ottobre del 1226, la Vita prima curata da Tommaso da Celano e il corpus trecentesco dei Fioretti.

Nel panorama religioso e culturale del XIII secolo, il Cantico introduce uno sguardo di sorprendente apertura sulla realtà terrena. In un Medioevo attraversato anche da esperienze ascetiche che insistevano sulla fragilità della carne e sulla necessità del distacco dai beni mondani, Francesco sceglie di celebrare il Creato come luogo nel quale riconoscere i segni della bontà divina.

Il sole, la luna, l’acqua, il fuoco e la terra non sono realtà da disprezzare o semplici strumenti a disposizione dell’uomo: diventano fratelli e sorelle, creature con le quali l’essere umano condivide l’appartenenza a un unico ordine voluto da Dio.

È proprio questa fraternità cosmica a rappresentare uno degli aspetti più potenti e ancora attuali del Cantico. L’uomo non contempla il mondo soltanto per servirsene, ma impara a riconoscerne il valore, ad accoglierlo con gratitudine e a sentirsi responsabile della sua custodia.

La stessa visione si estende progressivamente alla dimensione umana. Francesco celebra chi sa perdonare, chi attraversa la sofferenza senza perdere la pace e chi accetta persino il limite estremo dell’esistenza. Natura, fragilità, riconciliazione e morte entrano così in un’unica visione spirituale, fondata sull’umiltà e sulla gratitudine.

Analisi e significato del Cantico delle creature di San Francesco

Entrare tra le pieghe del Cantico delle Creature significa scoprire un testo che, dietro l’apparente semplicità, possiede una costruzione estremamente armoniosa. L’opera è scritta nel volgare umbro del XIII secolo, arricchito da latinismi e da forme linguistiche proprie dell’epoca, e assume l’andamento solenne e ripetitivo di una preghiera destinata alla lode.

A scandire l’intero componimento è soprattutto il ritorno dell’invocazione «Laudato si’, mi’ Signore», che conferisce alle parole un ritmo quasi litanico. La lode parte da Dio e si allarga progressivamente all’intero Creato: prima gli astri, poi gli elementi della natura, quindi l’esperienza dell’uomo, fino ad arrivare alla sofferenza, al perdono e alla morte.

Il movimento del Cantico è dunque anche un percorso spirituale. Francesco contempla prima ciò che risplende sopra l’uomo – il sole, la luna e le stelle – per avvicinarsi poi agli elementi più concreti dell’esistenza quotidiana: il vento, l’acqua, il fuoco e la terra. Infine lo sguardo raggiunge la parte più difficile dell’esperienza umana, quella del dolore e della finitezza.

Il sole occupa una posizione privilegiata. Francesco lo chiama «messor lo frate sole»: è fratello dell’uomo, ma nello stesso tempo è una creatura attraverso la quale diventa percepibile qualcosa della grandezza divina. È «bellu e radiante cum grande splendore» e dell’Altissimo «porta significatione».

La natura, quindi, non coincide con Dio, ma ne porta il segno. La bellezza del Creato diventa una strada attraverso cui l’uomo può riconoscere qualcosa che lo trascende.

Dopo la luce del giorno arrivano la luna e le stelle, definite «clarite et pretiose et belle». È significativo che anche la notte trovi posto nella lode. Francesco non celebra soltanto ciò che illumina pienamente l’esistenza: trova bellezza anche nell’oscurità attraversata da piccole sorgenti di luce.

Lo sguardo scende quindi dal cielo verso gli elementi che accompagnano concretamente la vita dell’uomo. Francesco loda «frate vento», l’aria, le nuvole, il sereno e «onne tempo». Non esiste soltanto il cielo limpido: anche la variabilità atmosferica appartiene all’ordine del Creato e attraverso di essa le creature ricevono sostentamento.

Ancora più intensa è la descrizione di «sor’aqua». L’acqua è «multo utile et humile et pretiosa et casta». In quattro parole Francesco accosta caratteristiche apparentemente lontane: l’utilità alla preziosità, l’umiltà alla purezza. L’acqua è indispensabile e nello stesso tempo non si impone; serve ogni forma di vita restando, simbolicamente, umile.

A questa delicatezza risponde l’energia di «frate focu», che illumina la notte ed è «bello et iocundo et robustoso et forte». Il fuoco non viene rappresentato come una forza minacciosa, ma attraverso qualità vitali e positive: porta luce, calore, forza e perfino gioia.

Il percorso raggiunge poi «sora nostra matre terra». La scelta delle parole è fondamentale: la terra è contemporaneamente sorella e madre. Appartiene alla stessa famiglia delle creature, ma è anche colei che «ne sustenta et governa».

Francesco ne contempla soprattutto la capacità generatrice: produce «diversi fructi con coloriti flori et herba». La terra non è descritta come uno spazio inerte sul quale l’uomo esercita il proprio dominio, ma come una realtà viva dalla quale egli stesso dipende.

È uno dei passaggi che rende il Cantico particolarmente vicino alla sensibilità contemporanea. L’essere umano non appare separato dalla natura: vive grazie a una rete di elementi e creature che lo precedono, lo nutrono e rendono possibile la sua stessa esistenza.

A questo punto avviene una svolta fondamentale. Dopo sole, luna, vento, acqua, fuoco e terra, Francesco smette di contemplare esclusivamente il mondo naturale e introduce direttamente l’essere umano.

Ma non loda l’uomo per la sua forza, la ricchezza o il potere. Sono beati «quelli ke perdonano per lo tuo amore» e coloro che «sostengo infirmitate et tribulatione».

Il centro della poesia si sposta così dalla bellezza del Creato alla difficoltà del vivere. Entrano nel Cantico la malattia, il dolore, il conflitto e soprattutto il perdono. La pace non è più soltanto armonia tra l’uomo e la natura: diventa una conquista interiore.

La beatitudine appartiene infatti a coloro che riescono a sopportare le tribolazioni «in pace». Non significa celebrare passivamente la sofferenza, ma indicare la possibilità di non lasciare che il dolore abbia l’ultima parola sull’esistenza.

È nell’ultima parte che il Cantico raggiunge probabilmente il suo punto più vertiginoso. Francesco pronuncia parole che sembrano contraddire l’istinto umano più elementare: «Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra morte corporale».

Persino la morte entra nella famiglia delle creature. Francesco non nega però la sua inevitabilità: «nullu homo vivente pò scappare». Proprio ciò che nessun essere umano può evitare viene chiamato «sorella».

La scelta non cancella la paura o la drammaticità della fine, ma modifica radicalmente il rapporto con essa. La morte corporale non viene considerata l’ultima realtà dell’uomo.

Il Cantico distingue infatti la morte fisica dalla «morte secunda», cioè dalla perdizione spirituale. Per chi vive nelle «santissime voluntati» divine, la morte del corpo non possiede il potere di distruggere il significato ultimo dell’esistenza.

Si comprende allora perché il percorso poetico inizi con il sole e termini con la morte. Francesco attraversa simbolicamente l’intera esperienza umana: la luce, la bellezza, gli elementi che permettono la vita, la terra che nutre, il rapporto con gli altri, la sofferenza e infine la finitezza.

E davanti a tutto questo continua a ripetere la stessa parola: «Laudato».

Il significato più profondo del Cantico risiede proprio in questo cambio di sguardo. Francesco non elimina dalla realtà ciò che è doloroso e non costruisce un mondo ideale nel quale esistono soltanto bellezza e armonia. Nel suo canto trovano spazio il sereno e le nuvole, la luce e la notte, la salute e l’infermità, la vita e la morte.

Tutto viene ricondotto a una relazione. Il sole diventa fratello, l’acqua sorella, la terra contemporaneamente sorella e madre e persino la morte viene sottratta alla sua assoluta estraneità. L’universo francescano è così una grande rete di relazioni nella quale l’uomo scopre di non essere solo.

Per questo l’ultima parola del componimento non è «morte», ma un nuovo invito alla vita: «Laudate et benedicete mi’ Signore et ringratiate et serviateli cum grande humilitate».

Dopo aver attraversato idealmente l’intero Creato e persino la propria finitezza, Francesco ritorna dunque al punto dal quale era partito: la lode. Ma a essa aggiunge tre atteggiamenti concreti – gratitudine, servizio e umiltà – che trasformano la contemplazione poetica in una vera proposta di vita.

Un’illuminazione per il nostro tempo, tra essenzialità e cultura della pace

Il Cantico delle creature è una preghiera di lode che, a distanza di otto secoli, continua a interrogare il presente. Le parole di Francesco acquistano un significato particolare in un’epoca segnata dalla crisi ambientale, dalle disuguaglianze e dai conflitti, perché propongono innanzitutto un modo diverso di considerare il rapporto tra l’uomo e ciò che lo circonda.

La fraternità che attraversa il Cantico invita infatti a guardare il Creato non soltanto per ciò che può offrire all’uomo. Il sole è fratello, l’acqua è sorella, la terra è insieme sorella e madre. Dietro queste immagini emerge la consapevolezza di un legame: l’uomo vive grazie a una realtà che non ha creato e dalla quale continuamente dipende. È uno sguardo che oggi può tradursi in una maggiore responsabilità verso l’ambiente e verso ciò che condividiamo con gli altri.

In questa prospettiva, anche ciò che appare più semplice acquista valore. Francesco celebra l’acqua, la luce, il fuoco, la terra che produce frutti, fiori ed erba. La grandezza non coincide con l’ostentazione o con l’accumulo, ma con la capacità di riconoscere quanto sia prezioso ciò che spesso viene dato per scontato. In una società orientata al consumo e alla continua ricerca di qualcosa di nuovo, il Cantico conserva così una concreta lezione di essenzialità.

Ma l’essenzialità francescana conduce anche a una scoperta più difficile: quella del limite. L’uomo non è autosufficiente. Dipende dalla natura, ha bisogno degli altri, conosce la sofferenza e deve infine confrontarsi con la propria mortalità. Il percorso stesso del Cantico sembra accompagnarlo verso questa consapevolezza: dalla bellezza del sole e delle stelle passa alla terra che lo sostiene, quindi al perdono, alle «infirmitate et tribulatione» e infine a «sora nostra morte corporale».

Riconoscere il limite, però, non significa per Francesco arrendersi al pessimismo. Significa rinunciare all’illusione di poter dominare ogni cosa e comprendere che la vita è fatta anche di dipendenza, vulnerabilità e relazione. È proprio qui che il tema del limite incontra quello della pace.

Nell’opera di Francesco, infatti, la pace non è presentata come un principio astratto. Francesco proclama beati coloro che perdonano e coloro che attraversano le tribolazioni «in pace». La riconciliazione comincia dunque nel rapporto concreto con l’altro e nella capacità di non lasciare che la sofferenza si trasformi necessariamente in rancore.

La pace francescana va così oltre la semplice assenza di conflitto. È un modo di stare nel mondo: riconoscere ciò da cui dipendiamo, accettare di non poter controllare ogni cosa, custodire ciò che abbiamo ricevuto e imparare a convivere con la fragilità propria e altrui.

È forse questo uno dei motivi per cui il Cantico delle creature continua a parlare al nostro tempo. Non offre risposte immediate alle crisi contemporanee e non pretende di cancellare le contraddizioni dell’esistenza. Propone piuttosto un diverso punto di partenza: la consapevolezza che non siamo autosufficienti e che vivere significa essere continuamente in relazione con qualcosa e con qualcuno.

Per Francesco questa consapevolezza non conduce alla paura, ma alla gratitudine. Non a caso l’inno di Francesco d’Assisi, dopo aver attraversato la bellezza del Creato, la sofferenza e persino la morte, si conclude con un invito a lodare, benedire, ringraziare e servire «cum grande humilitate».

È forse proprio nell’umiltà che essenzialità, limite e pace finiscono per incontrarsi: riconoscere che non tutto ci appartiene, che non tutto dipende da noi e che abbiamo bisogno gli uni degli altri.