Le parole di Dante: “tribo”, qual è il suo significato?

Tra le molte parole rare, preziose e talvolta enigmatiche che si incontrano nella Divina Commedia, una particolare attenzione merita il termine tribo, utilizzato da Dante Alighieri nel XXXI canto del Purgatorio. Si tratta di una parola oggi praticamente scomparsa dall’uso comune, ma che conserva un notevole interesse linguistico, storico e letterario. La sua presenza nei…

Le parole di Dante tribo, qual è il suo significato

Tra le molte parole rare, preziose e talvolta enigmatiche che si incontrano nella Divina Commedia, una particolare attenzione merita il termine tribo, utilizzato da Dante Alighieri nel XXXI canto del Purgatorio. Si tratta di una parola oggi praticamente scomparsa dall’uso comune, ma che conserva un notevole interesse linguistico, storico e letterario. La sua presenza nei versi danteschi non è casuale: come spesso accade nella poesia del Sommo Poeta, ogni vocabolo è scelto con estrema cura e contribuisce a costruire una complessa rete di significati simbolici e spirituali.

Il passo in cui compare la parola è il seguente:

«Mentre che piena di stupore e lieta
l'anima mia gustava di quel cibo
che, saziando di sé, di sé asseta,
sé dimostrando di più alto tribo
ne li atti, l'altre tre si fero avanti,
danzando al loro angelico caribo.»

Dante e le balze più alte del Purgatorio

Siamo in uno dei momenti più elevati e intensi del Purgatorio. Dante si trova ormai nel Paradiso Terrestre e sta assistendo a una solenne rappresentazione allegorica nella quale compaiono le virtù teologali e cardinali. La scena è caratterizzata da una straordinaria ricchezza simbolica, e proprio in questo contesto compare il termine tribo.

Per comprendere il significato della parola è necessario partire dalla sua origine. Tribo deriva dal latino tribus, che indicava originariamente una delle tre grandi divisioni del popolo romano. Col passare del tempo il termine assunse significati più ampi, legati all’idea di gruppo, stirpe, appartenenza, categoria sociale o comunità. Nella tradizione medievale e letteraria, tribo può dunque indicare una condizione comune, una classe, una schiera o un ordine di appartenenza.

Nel verso dantesco l’espressione «di più alto tribo» significa letteralmente «di rango superiore», «di ordine più elevato», «appartenente a una schiera più nobile». Tuttavia, come spesso accade nella Commedia, il significato va ben oltre la semplice distinzione gerarchica.

Il contesto è fondamentale. Dante sta osservando le tre virtù teologali — Fede, Speranza e Carità — che si muovono in una dimensione spirituale superiore rispetto alle quattro virtù cardinali. Quando il poeta afferma che esse si mostrano «di più alto tribo», non intende semplicemente attribuire loro una maggiore importanza, ma sottolinearne la natura divina.

Le virtù cardinali, infatti, possono essere esercitate anche attraverso la ragione umana. Prudenza, giustizia, fortezza e temperanza appartengono all’ambito della morale naturale e sono accessibili all’uomo. Le virtù teologali, invece, derivano direttamente dalla grazia divina e orientano l’anima verso Dio. Appartengono dunque a una sfera più elevata dell’esistenza spirituale.

In questo senso il termine tribo assume una funzione altamente simbolica. Non indica soltanto un gruppo, ma una diversa condizione ontologica, una differente appartenenza spirituale. Le virtù teologali appartengono a un ordine superiore della realtà, più vicino alla perfezione divina.

L’uso di questa parola rivela una caratteristica tipica della lingua di Dante: la capacità di recuperare vocaboli antichi e di attribuire loro una straordinaria forza espressiva. La Commedia è infatti un’opera nella quale convivono termini popolari, tecnicismi filosofici, latinismi, neologismi e parole rare. Dante costruisce una lingua capace di rappresentare l’intero universo, dalle realtà più umili alle più sublimi.

La parola tribo appartiene proprio a questa categoria di vocaboli che conferiscono solennità e profondità al discorso poetico. Il lettore medievale probabilmente ne coglieva immediatamente le sfumature di appartenenza, nobiltà e ordine gerarchico, mentre oggi essa richiede una spiegazione più accurata.

L’idea di appartenenza a un determinato tribo è inoltre molto significativa nel pensiero medievale. Il Medioevo concepiva l’universo come una struttura ordinata e gerarchica, nella quale ogni essere occupava un posto preciso. Gli angeli, gli uomini, gli animali e tutte le creature erano inseriti in una scala ordinata che rifletteva la perfezione del progetto divino.

Anche le virtù, in questa visione, possedevano una propria collocazione all’interno dell’ordine cosmico. Parlare di un «più alto tribo» significa dunque richiamare l’idea di una gerarchia spirituale che conduce progressivamente verso Dio.

Oltre la religione

Ma il valore della parola non si esaurisce nella dimensione religiosa. Il concetto di appartenenza a un gruppo o a una comunità attraversa tutta la storia umana. Ogni individuo si riconosce in una famiglia, una cultura, una tradizione o un insieme di valori. L’idea di tribo richiama proprio questa dimensione identitaria.

Naturalmente, nel linguaggio contemporaneo il termine potrebbe suscitare associazioni diverse, legate alle tribù etniche o alle comunità tradizionali. Tuttavia il significato dantesco è più astratto e universale. Esso riguarda soprattutto l’appartenenza morale e spirituale, il legame con una determinata dimensione dell’essere.

Da un punto di vista linguistico, la parola rappresenta anche una testimonianza dell’evoluzione dell’italiano. Molti vocaboli utilizzati da Dante sono oggi caduti in disuso, ma continuano a offrire preziose informazioni sulla storia della nostra lingua. Studiare termini come tribo significa comprendere meglio i percorsi attraverso i quali l’italiano si è formato e trasformato nel corso dei secoli.

La letteratura conserva infatti parole che altrimenti sarebbero andate perdute. Grazie ai grandi autori del passato possiamo ancora incontrare vocaboli che appartengono a epoche lontane e che testimoniano modi diversi di interpretare il mondo.

Nel caso di tribo, ciò che colpisce maggiormente è la sua capacità di condensare in poche sillabe un insieme complesso di significati: appartenenza, nobiltà, ordine, gerarchia e identità spirituale. Dante riesce a evocare tutto questo con una sola parola, dimostrando ancora una volta la straordinaria potenza della sua lingua poetica.

La parola tribo utilizzata nel XXXI canto del Purgatorio rappresenta molto più di un semplice termine arcaico. Essa rinvia all’idea di appartenenza a una schiera o a un ordine superiore e assume nel contesto dantesco un forte valore simbolico e spirituale. Attraverso questa parola Dante sottolinea la superiorità delle virtù teologali e richiama la concezione medievale di un universo armonicamente ordinato. Ancora oggi, a distanza di oltre sette secoli, tribo continua ad affascinare studiosi e lettori, ricordandoci quanto la lingua della Divina Commedia sia ricca di sfumature e capace di trasformare ogni vocabolo in uno strumento di riflessione sulla condizione umana e sul destino spirituale dell’uomo.