Le parole di Dante: origine e significato della parola “coto”

Tra le migliaia di parole che rendono la Divina Commedia uno dei più straordinari laboratori della lingua italiana, ve ne sono alcune che oggi risultano quasi completamente scomparse dall’uso comune, pur conservando un fascino particolare. Una di queste è “coto”, termine impiegato da Dante Alighieri sia nell’Inferno sia nel Paradiso, con il significato di pensiero,…

Le parole di Dante origine e significato della parola coto

Tra le migliaia di parole che rendono la Divina Commedia uno dei più straordinari laboratori della lingua italiana, ve ne sono alcune che oggi risultano quasi completamente scomparse dall’uso comune, pur conservando un fascino particolare. Una di queste è “coto”, termine impiegato da Dante Alighieri sia nell’Inferno sia nel Paradiso, con il significato di pensiero, atto del riflettere, ragionamento o cogitazione.


La parola compare in due passi molto diversi tra loro, ma accomunati da una profonda riflessione sulla mente umana e sulle conseguenze delle sue scelte.

Dante Alighieri e l’atto del cogitare


Nel canto XXXI dell’Inferno, Virgilio presenta a Dante il gigante Nembrot:

«Poi disse a me: "Elli stessi s'accusa;
questi è Nembrotto per lo cui mal coto
pur un linguaggio nel mondo non s'usa."»

Più avanti, nel canto III del Paradiso, Beatrice si rivolge invece direttamente al poeta:

«Non ti maravigliar perch'io sorrida»
mi disse «appresso il tuo püeril coto,
poi sopra 'l vero ancor lo piè non fida…»

In entrambi i casi coto significa il pensiero, ma assume sfumature differenti. Nel primo passo indica il cattivo progetto, il malvagio disegno mentale di Nembrot; nel secondo, invece, il ragionamento ancora immaturo di Dante, che deve ancora imparare a fondarsi completamente sulla verità divina. Una parola nata dal verbo “cogitare”


Dal punto di vista etimologico, coto deriva direttamente dal latino cogitatus, participio del verbo cogitare, cioè “pensare”, “riflettere”, “meditare”. Attraverso l’evoluzione fonetica tipica del volgare italiano, cogitatus ha dato origine a forme diverse, tra cui appunto coto. L’etimologia rivela immediatamente il valore della parola.
Non indica semplicemente un’idea improvvisa o un’impressione momentanea, bensì un pensiero elaborato, frutto di una riflessione consapevole.
È interessante osservare come da questa stessa radice derivino numerosi vocaboli ancora oggi vivi nella nostra lingua:

cogitare;

cogitazione;

incognito (attraverso percorsi etimologici differenti ma sempre legati all’idea della conoscenza);

e naturalmente il verbo cogliere, che nel latino aveva anche il significato mentale di “comprendere”.

La famiglia lessicale mostra quanto il concetto del pensare fosse centrale nella cultura latina e medievale.
Il “mal coto” di Nembrot


La prima apparizione della parola è forse la più celebre.


Nembrot, identificato con il Nimrod biblico, è il costruttore della Torre di Babele.
Secondo il racconto della Genesi, egli volle innalzare una torre capace di raggiungere il cielo, manifestando un’ambizione smisurata e una ribellione nei confronti di Dio. Per punire questa superbia, Dio confuse le lingue degli uomini, rendendo impossibile la comunicazione.


Quando Virgilio parla del «mal coto», non si riferisce soltanto all’azione materiale della costruzione della torre.
La colpa nasce prima ancora dell’azione. Nasce nel pensiero.

Il “mal coto” è dunque il progetto perverso, il disegno arrogante, l’intenzione che precede il gesto.
Dante, come tutta la tradizione cristiana, attribuisce enorme importanza all’interiorità.
I peccati non iniziano nel momento in cui vengono compiuti, ma nel momento in cui vengono concepiti.
Il male è anzitutto un cattivo pensiero.


L’espressione “mal coto” sintetizza perfettamente questa visione. Non è la torre in sé a essere condannata. È l’orgoglio che l’ha concepita. Il “püeril coto” del poeta Completamente diverso è il significato assunto nel Paradiso. Qui Beatrice sorride davanti al «püeril coto» di Dante. L’aggettivo puerile non ha valore offensivo.

Indica piuttosto un pensiero ancora acerbo, incompleto, che deve maturare. Dante ha appena formulato un dubbio sulla disposizione delle anime nel cielo. La sua spiegazione è ancora fondata sulle categorie della ragione umana.


Beatrice gli fa comprendere che la realtà divina supera questi schemi. Il suo “coto” è quindi infantile non perché sia sbagliato in assoluto, ma perché non ha ancora imparato ad affidarsi pienamente alla verità soprannaturale. Anche qui emerge uno dei temi fondamentali della Commedia. La ragione è preziosa. Ma da sola non basta. Occorre la luce della rivelazione.


Pensiero e responsabilità


Uno degli aspetti più affascinanti della parola coto consiste nel fatto che essa attribuisce al pensiero una vera responsabilità morale.
Nella cultura contemporanea siamo spesso portati a distinguere nettamente tra ciò che pensiamo e ciò che facciamo.
Per Dante il confine è molto meno netto.
Il pensiero orienta l’azione.
Ogni gesto nasce prima nella mente.


Per questo il “mal coto” di Nembrot possiede già una gravità etica prima ancora della costruzione della torre.
La stessa concezione si ritrova in numerosi passi della Bibbia e della filosofia medievale.
Il cuore e la mente sono il luogo nel quale l’uomo decide il proprio destino morale.Le azioni esteriori rappresentano soltanto la manifestazione visibile di decisioni già maturate interiormente.


Una parola scomparsa


Oggi coto appartiene completamente al lessico storico della lingua italiana.
Nessuno direbbe: “Ho avuto un coto.” oppure “Il suo coto era sbagliato.”
Useremmo invece termini come: pensiero; idea; riflessione; ragionamento; progetto; intenzione.

La scomparsa di questa parola testimonia la continua evoluzione del lessico italiano.
Molti vocaboli medievali sono stati progressivamente sostituiti da forme più moderne.
Eppure leggere Dante permette di riscoprirne il significato e di comprendere come ciascuna parola racchiudesse sfumature oggi difficili da rendere con un solo termine.


“Coto” possiede infatti una ricchezza semantica particolare. Non indica soltanto il pensiero in senso astratto.
Evoca il processo del pensare. L’atto stesso della riflessione. La costruzione interiore di un giudizio.

La presenza di questa parola nella Divina Commedia rivela anche l’enorme importanza che Dante attribuisce all’intelligenza umana. L’intero viaggio ultraterreno è, in fondo, un percorso di educazione del pensiero.


All’inizio del poema Dante è smarrito. Non comprende pienamente il significato degli eventi che osserva. Progressivamente, grazie a Virgilio prima e a Beatrice poi, il suo “coto” si trasforma. Diventa più profondo. Più maturo. Più vicino alla verità. L’intera Commedia potrebbe essere letta come la storia della formazione del pensiero umano, che passa dalla confusione iniziale alla contemplazione finale di Dio.

Un insegnamento ancora attuale

Sebbene la parola sia ormai uscita dall’uso comune, il suo significato conserva una sorprendente attualità.
Viviamo in un’epoca caratterizzata dalla velocità delle informazioni, dalle reazioni immediate e dalle opinioni espresse spesso senza riflessione.

Il termine coto ci ricorda invece il valore del pensiero meditato. Invita a non fermarsi alla prima impressione, ma a coltivare una riflessione capace di orientare responsabilmente le proprie scelte.
Il “mal coto” di Nembrot continua a rappresentare il pericolo dell’orgoglio, della presunzione e dell’ambizione smisurata, mentre il “püeril coto” di Dante ricorda che ogni autentico percorso di conoscenza richiede umiltà, disponibilità a correggere i propri errori e apertura verso verità più grandi di noi.

La parola coto è un piccolo gioiello del lessico dantesco. Apparentemente semplice, racchiude una concezione del pensiero come attività decisiva nella vita morale e spirituale dell’uomo. Derivata dal latino cogitare, essa designa il ragionamento, la riflessione e l’atto stesso del pensare. Nei due celebri passi della Divina Commedia, Dante ne mostra le due possibili direzioni: il “mal coto” di Nembrot, che genera superbia, divisione e rovina, e il “püeril coto” del poeta, ancora imperfetto ma aperto alla crescita e alla verità.

Pur essendo ormai scomparsa dall’italiano corrente, questa parola continua a parlarci con sorprendente modernità, ricordandoci che ogni azione nasce da un pensiero e che la qualità della nostra vita dipende, in larga misura, dalla qualità delle riflessioni che coltiviamo. In questo senso, il recupero di termini antichi come coto non rappresenta soltanto un esercizio filologico, ma anche un’occasione per riscoprire una concezione più profonda e consapevole del pensare umano, così centrale nell’opera e nella visione del mondo di Dante Alighieri.