Il XXXIV canto dell’Inferno rappresenta uno dei momenti più solenni, simbolici e memorabili dell’intera Divina Commedia. Dopo aver attraversato tutti i cerchi infernali, Dante e Virgilio giungono nel punto più remoto dell’universo, il luogo più lontano da Dio: il centro della Terra, dove è conficcato Lucifero. Qui non si trovano fiamme infernali, come spesso suggerisce l’immaginario popolare, bensì il gelo assoluto del lago Cocito. Il freddo eterno è prodotto dalle gigantesche ali di Lucifero, che, battendo incessantemente come quelle di un immenso pipistrello, generano il vento che mantiene congelato l’ultimo cerchio dell’Inferno. È proprio in questo scenario di immobilità, silenzio e disperazione che Dante colloca il culmine della sua riflessione sul peccato del tradimento.
Dante e l’infima parte dell’Inferno
L’immagine che il poeta costruisce è impressionante. Lucifero possiede tre facce, sei occhi, sei ali e tre bocche spalancate. Da ciascuna bocca emerge il corpo di un dannato continuamente straziato dai denti del principe delle tenebre. Nella bocca centrale si trova Giuda Iscariota, mentre in quelle laterali sono puniti Marco Giunio Bruto e Gaio Cassio Longino, gli assassini di Giulio Cesare. A prima vista questa scelta può sorprendere il lettore moderno. Perché Dante pone sullo stesso piano un apostolo che tradisce Cristo e due congiurati romani? Per comprendere questa decisione bisogna entrare nella concezione religiosa e politica dell’autore, nella sua idea della storia e soprattutto nella gerarchia dei peccati che struttura l’intera Commedia.
L’ultimo cerchio dell’Inferno è riservato ai traditori dei benefattori. Dante considera il tradimento il più grave di tutti i peccati perché distrugge il fondamento stesso della convivenza umana: la fiducia. Chi tradisce una persona che gli ha fatto del bene spezza volontariamente un legame fondato sulla lealtà, sulla riconoscenza e sull’amore. È un peccato che implica consapevolezza, calcolo e volontà. Non nasce da un impulso improvviso, come può accadere per l’ira o la lussuria, ma da una scelta meditata. Per questo motivo il tradimento occupa il punto più basso dell’Inferno.
Giuda Iscariota
La Giudecca, quarta zona del nono cerchio, prende il nome proprio da Giuda Iscariota, il traditore per eccellenza. Giuda era uno dei dodici apostoli scelti personalmente da Gesù. Aveva vissuto accanto al Maestro, aveva ascoltato i suoi insegnamenti e aveva assistito ai suoi miracoli. Eppure decise di consegnarlo ai sacerdoti in cambio di trenta denari d’argento. Nella prospettiva cristiana di Dante, questo rappresenta il massimo tradimento possibile, perché Cristo non è soltanto un uomo giusto, ma il Figlio di Dio e il Salvatore dell’umanità. Tradire Cristo significa tradire il massimo benefattore mai esistito, colui che ha offerto la propria vita per la redenzione degli uomini.
Per questa ragione Giuda occupa la posizione peggiore dell’intero Inferno. Lucifero lo tiene nella bocca centrale, quella più importante, con la testa completamente infilata tra le fauci. Mentre il volto viene continuamente maciullato dai denti del demonio, la schiena rimane all’esterno ed è lacerata dagli artigli. Dante sottolinea che nessun altro dannato subisce una pena tanto atroce. La sofferenza di Giuda è continua, totale e senza possibilità di tregua. La centralità della sua posizione riflette la centralità del suo peccato.
Bruto e Cassio
Accanto a Giuda, però, Dante colloca due figure appartenenti non alla storia della Chiesa, ma alla storia di Roma: Bruto e Cassio, i protagonisti della congiura che nel 44 a.C. portò all’assassinio di Giulio Cesare. Anche questa scelta diventa perfettamente comprensibile se si considera la visione politica dantesca. Per Dante, infatti, l’Impero romano non è una semplice istituzione storica. Esso è parte integrante del progetto provvidenziale di Dio. Nella sua opera politica, la Monarchia, il poeta sostiene che Dio abbia voluto l’Impero universale affinché garantisse pace, giustizia e unità all’intera umanità, preparando così il mondo alla venuta di Cristo.
All’interno di questo disegno provvidenziale, Giulio Cesare assume un ruolo fondamentale. Egli rappresenta il fondatore dell’Impero destinato a raggiungere la sua piena realizzazione con Augusto, sotto il cui governo nascerà Gesù. L’Impero costituisce dunque, secondo Dante, il corrispettivo terreno della Chiesa: due istituzioni diverse ma entrambe volute da Dio per guidare l’umanità. La Chiesa deve occuparsi della salvezza spirituale; l’Impero della pace e dell’ordine civile.
Ecco perché Bruto e Cassio sono considerati traditori supremi. Essi non hanno soltanto assassinato Cesare; hanno attentato al progetto storico voluto dalla Provvidenza divina. Dal punto di vista moderno la loro figura appare spesso positiva, perché la tradizione successiva li ha interpretati come difensori della libertà repubblicana contro il rischio della tirannide. Dante, invece, giudica i fatti secondo una prospettiva completamente diversa. Per lui Cesare rappresenta l’autorità legittima voluta da Dio. Ucciderlo significa ribellarsi all’ordine provvidenziale della storia.
È significativo osservare anche il modo in cui Bruto e Cassio vengono puniti. A differenza di Giuda, essi sono infilati nelle bocche laterali di Lucifero con la testa in giù e le gambe all’esterno. Bruto si contorce silenziosamente, mentre Cassio appare possente e robusto. La loro pena è terribile, ma inferiore a quella di Giuda, proprio perché il tradimento di Cristo supera quello contro Cesare.
Le tre bocche di Lucifero
La presenza delle tre bocche di Lucifero possiede inoltre un fortissimo valore simbolico. L’intero aspetto del demonio costituisce infatti una deformazione grottesca della Santissima Trinità. Se Dio è uno e trino nella perfezione dell’amore, Lucifero appare come il rovescio mostruoso di quella perfezione. Le sue tre facce presentano colori differenti: una è rossa, una giallastra e una nera. Tradizionalmente questi colori vengono interpretati come simboli dell’ira, dell’invidia e dell’odio, cioè dei sentimenti opposti alle perfezioni divine.
Anche le tre bocche assumono quindi un significato preciso. Esse divorano contemporaneamente i tre massimi traditori della storia umana. Non si tratta di una scelta casuale, ma di una rappresentazione perfettamente simmetrica. Al centro viene punito il traditore della Chiesa, ai lati i traditori dell’Impero. In tal modo Dante colloca fianco a fianco le due istituzioni fondamentali della sua concezione del mondo, entrambe ferite dal tradimento dei loro maggiori nemici.
L’intera figura di Lucifero rappresenta inoltre la degradazione provocata dal peccato. Colui che un tempo era stato il più bello degli angeli è diventato una creatura mostruosa, immobile, incapace perfino di parlare. Non governa realmente l’Inferno: ne è prigioniero. Le sue immense ali non gli permettono di volare, ma producono soltanto il vento che congela lui stesso e tutti gli altri dannati. È l’immagine dell’impotenza assoluta del male. Mentre Dio è movimento, luce e amore, Lucifero è immobilità, oscurità e disperazione.
Anche il fatto che il demonio mastichi incessantemente i tre traditori possiede un significato allegorico. Il tradimento è un peccato che divora dall’interno chi lo compie. Dante rende visibile questa idea trasformandola in una pena eterna. I tre dannati vengono continuamente maciullati senza mai essere distrutti completamente, secondo la legge del contrappasso che domina tutto l’Inferno.
Il male prima delle stelle
L’ultima scena del canto acquista così un valore universale. Giuda, Bruto e Cassio non rappresentano soltanto tre personaggi storici, ma incarnano le forme più gravi del tradimento: quello contro Dio e quello contro l’autorità civile legittima. Dante vuole insegnare che la società umana può sopravvivere soltanto se si fonda sulla fedeltà, sulla lealtà e sul rispetto dei legami fondamentali. Quando questi vengono infranti consapevolmente, si produce la massima frattura possibile dell’ordine morale.
Per questo motivo l’ultimo canto dell’Inferno non si conclude con il trionfo di Lucifero, ma con il suo definitivo fallimento. Il principe delle tenebre, pur divorando eternamente i tre grandi traditori, rimane sconfitto e imprigionato nel centro della Terra. Dante e Virgilio, invece, utilizzano proprio il suo corpo come punto di passaggio per lasciare l’Inferno e iniziare la risalita verso il Purgatorio. È un’immagine di straordinaria forza simbolica: il male non costituisce l’ultima parola della storia. Dopo aver contemplato il punto più basso della degradazione umana, il poeta può finalmente intraprendere il cammino verso la luce, fino a concludere la cantica con uno dei versi più celebri della letteratura mondiale: «E quindi uscimmo a riveder le stelle.»

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