Tra le numerose parole che rendono straordinario il lessico della Divina Commedia, loquela occupa un posto di particolare rilievo. Oggi questo termine è quasi del tutto scomparso dall’uso comune, sopravvivendo soprattutto in ambito letterario, filosofico e linguistico. Nella lingua di Dante Alighieri, invece, loquela possiede una ricchezza semantica notevole e indica non soltanto il semplice parlare, ma la facoltà stessa del linguaggio, la lingua umana e persino il particolare modo di esprimersi che rivela l’origine di una persona.
La parola deriva dal latino loquela, sostantivo formato dal verbo loqui, cioè “parlare”. Già nel latino classico indicava il parlare, il linguaggio, il discorso, ma anche la lingua come sistema di comunicazione. Dante recupera questo termine con piena consapevolezza della sua tradizione classica, inserendolo in contesti nei quali assume significati diversi ma sempre profondamente legati alla natura dell’essere umano.
La Divina Commedia contiene tre importanti occorrenze della parola, ciascuna delle quali illumina un aspetto diverso del linguaggio.
La loquela come accento e identità personale nell’Inferno di Dante
La prima apparizione si trova nel decimo canto dell’Inferno, quando Dante incontra Farinata degli Uberti.
«La tua loquela ti fa manifesto
di quella nobil patrïa natio,
a la qual forse fui troppo molesto.»
(Inferno, X, 25-27)
Il significato qui è estremamente concreto. Loquela indica il modo di parlare, l’accento, la particolare inflessione linguistica che tradisce immediatamente la provenienza geografica di Dante.
Farinata riconosce infatti che il poeta appartiene alla stessa Firenze semplicemente ascoltandolo parlare. La lingua, dunque, diventa un segno di appartenenza, una sorta di carta d’identità naturale che rivela immediatamente le radici di una persona.
Questo passo mostra quanto fosse forte, nell’Italia medievale, la varietà linguistica. Ogni città possedeva un proprio volgare, con caratteristiche fonetiche, lessicali e sintattiche ben riconoscibili. Dante stesso, nel De vulgari eloquentia, dedica ampio spazio allo studio dei diversi volgari italiani, dimostrando una sensibilità linguistica sorprendentemente moderna.
La loquela, in questo caso, non è semplicemente il parlare, ma rappresenta l’identità culturale e storica dell’individuo. La voce racconta chi siamo ancor prima delle nostre parole.
La loquela come facoltà del linguaggio
Nel Paradiso il termine assume invece una dimensione molto più universale.
Nel canto XXVII Dante osserva lo sviluppo dell’essere umano dalla nascita fino all’età adulta.
«Tale, balbuzïendo ancor, digiuna,
che poi divora, con la lingua sciolta,
qualunque cibo per qualunque luna;
e tal, balbuzïendo, ama e ascolta
la madre sua, che, con loquela intera,
disïa poi di vederla sepolta.»
(Paradiso, XXVII, 134-139)
Qui loquela intera significa la piena capacità di parlare. Dante descrive il bambino che dapprima balbetta e poi acquisisce completamente il linguaggio.
L’immagine è potente perché mette in evidenza una caratteristica tipicamente umana: il linguaggio si sviluppa lentamente, accompagnando la crescita della persona.
Ma il poeta non si limita a un’osservazione psicologica. Vuole mostrare quanto siano mutevoli gli esseri umani. Lo stesso bambino che inizialmente ama soltanto la madre può, crescendo, arrivare perfino a desiderarne la morte per interesse o ambizione.
La loquela, quindi, diventa simbolo della maturità umana, ma anche della responsabilità morale che accompagna l’uso della parola.
Parlare significa pensare, scegliere, decidere. Per Dante il linguaggio non è mai neutrale: è uno strumento che può elevare oppure degradare l’uomo.
La loquela come linguaggio umano
La terza occorrenza compare nel Paradiso, canto XXIX.
«Questa natura sì oltre s'ingrada
in numero, che mai non fu loquela
né concetto mortal che tanto vada…»
(Paradiso, XXIX, 131-133)
Qui Dante parla dell’immensità della creazione angelica.
Il numero degli angeli è così elevato da superare ogni possibilità di descrizione.
Per questo motivo il poeta afferma che mai non fu loquela né concetto mortal capace di rappresentarne la grandezza. La parola assume qui il significato più generale di lingua umana, cioè dell’intera capacità espressiva dell’umanità. Non è soltanto il singolo individuo a essere limitato: è l’intero linguaggio umano che si rivela insufficiente davanti all’infinito. Si tratta di un tema fondamentale della poesia dantesca.
Per tutto il Paradiso Dante insiste continuamente sull’inadeguatezza delle parole. Le realtà divine superano qualsiasi linguaggio possibile.
La loquela rappresenta quindi il limite stesso della conoscenza umana.
Il linguaggio come caratteristica esclusiva dell’uomo
In Dante il linguaggio distingue profondamente l’essere umano dagli altri esseri viventi.
Gli animali possiedono versi, suoni e richiami, ma soltanto l’uomo dispone della loquela, cioè della capacità di costruire significati complessi, trasmettere conoscenze, elaborare pensieri astratti e dialogare.
Questa concezione deriva in parte dalla filosofia di Aristotele, secondo cui l’uomo è l’animale dotato di logos, cioè di parola e ragione.
Anche la tradizione cristiana attribuisce un valore altissimo al linguaggio. Dio crea il mondo mediante la parola e l’uomo, creato a sua immagine, partecipa in qualche misura di questa facoltà creatrice.
Per questo motivo Dante considera la lingua uno dei doni più preziosi ricevuti dall’umanità.
Il rapporto tra parola e verità
Nella Divina Commedia la parola possiede sempre un valore etico.
La loquela può essere usata per comunicare il vero oppure per ingannare.
Non è un caso che molti dannati abbiano abusato proprio del linguaggio: consiglieri fraudolenti, seminatori di discordia, falsari, adulatori e traditori hanno trasformato la parola in uno strumento di menzogna.
Al contrario, nel Paradiso la parola tende progressivamente alla verità assoluta.
Quanto più ci si avvicina a Dio, tanto più il linguaggio diventa puro, anche se contemporaneamente cresce la consapevolezza della sua insufficienza.
È uno dei grandi paradossi della poesia dantesca: il poeta utilizza il massimo delle possibilità espressive della lingua proprio per dichiararne continuamente i limiti.
Un termine ancora vivo nella cultura moderna
Oggi loquela è una parola rara, ma non completamente scomparsa.
Sopravvive soprattutto nella linguistica, nella filosofia del linguaggio e nella medicina. Si parla, ad esempio, di disturbi della loquela per indicare alterazioni della capacità di parlare, oppure si usa il termine in studi specialistici dedicati alla comunicazione verbale.
In letteratura, invece, conserva un’aura elevata e solenne, proprio grazie all’eredità lasciata da Dante. La sua presenza nella Divina Commedia ricorda che il linguaggio non è soltanto uno strumento pratico, ma rappresenta uno degli elementi fondamentali dell’identità umana. Attraverso la loquela riconosciamo le nostre origini, esprimiamo i nostri pensieri, costruiamo relazioni e trasmettiamo la memoria delle generazioni.
Le tre occorrenze dantesche delineano così un percorso completo: dalla parlata che rivela la provenienza di una persona, alla facoltà del linguaggio che cresce insieme all’individuo, fino al linguaggio umano considerato nel suo insieme e confrontato con l’infinito divino. In poche apparizioni, Dante riesce a condensare una vera filosofia della parola, mostrando come ogni voce umana sia insieme segno di identità, strumento di conoscenza e testimonianza dei limiti della condizione mortale. Ancora oggi, rileggendo quei versi, comprendiamo quanto la loquela non sia semplicemente il parlare, ma l’espressione più alta della razionalità e della dignità dell’uomo.
