Le parole di Dante: “accaffare”, origine e significato del verbo

La lingua della Divina Commedia è un laboratorio straordinario di invenzioni lessicali, recuperi dal latino, adattamenti di parole popolari e creazioni destinate a lasciare un segno nella storia dell’italiano. Molti vocaboli utilizzati da Dante Alighieri sono rimasti vivi fino ai nostri giorni; altri, invece, sono scomparsi dall’uso comune, sopravvivendo quasi esclusivamente nelle pagine del poema…

Le parole di Dante accaffare, origine e significato del verbo

La lingua della Divina Commedia è un laboratorio straordinario di invenzioni lessicali, recuperi dal latino, adattamenti di parole popolari e creazioni destinate a lasciare un segno nella storia dell’italiano. Molti vocaboli utilizzati da Dante Alighieri sono rimasti vivi fino ai nostri giorni; altri, invece, sono scomparsi dall’uso comune, sopravvivendo quasi esclusivamente nelle pagine del poema e negli studi dei linguisti. Tra questi ultimi rientra il verbo accaffare, attestato una sola volta nell’intera Commedia, ma di grande interesse sia dal punto di vista linguistico sia da quello espressivo.

Il verbo compare nel canto XXI dell’Inferno, uno dei canti più vivaci e teatrali del poema, quello dedicato alla quinta bolgia dell’ottavo cerchio, dove sono puniti i barattieri, cioè coloro che durante la vita hanno tratto profitto illecito dalla propria funzione pubblica. Essi sono immersi nella pece bollente e sorvegliati dai terribili diavoli della Malebolge, i celebri Malebranche, armati di uncini con i quali straziano i dannati ogni volta che tentano di emergere dalla pece.

È proprio in questo contesto che Dante impiega il verbo:

«Poi l'addentar con più di cento raffi,
disser: "Coverto convien che qui balli,
sì che, se puoi, nascosamente accaffi".»
(Inferno, XXI, 52-54)

Il significato è chiarissimo: i diavoli dicono al dannato che deve rimanere nascosto sotto la pece e che, se proprio vuole continuare a rubare, dovrà farlo di nascosto anche laggiù. In questo caso accaffare significa prendere illecitamente, arraffare, appropriarsi di ciò che non appartiene, con un’evidente sfumatura di rapacità e di violenza.

La lingua italiana attraverso Dante

Dal punto di vista etimologico, accaffare è una formazione parasintetica, costruita sulla base del sostantivo caffo, parola di etimologia ancora incerta. Gli studiosi non sono riusciti a ricostruire con assoluta sicurezza l’origine del termine, ma il TLIO (Tesoro della Lingua Italiana delle Origini) segnala come già Dante utilizzi il verbo con un significato perfettamente definito: impossessarsi di qualcosa senza averne diritto.

L’aggiunta del prefisso a- produce un verbo dinamico che esprime l’azione concreta del “mettere le mani sopra” qualcosa. È interessante osservare come la struttura del verbo ricordi quella di altri verbi italiani costruiti mediante parasintesi, nei quali il prefisso conferisce immediatezza e forza all’azione descritta.

La particolarità di accaffare consiste anche nella sua rarità. Nella Divina Commedia compare una sola volta e già gli antichi commentatori ne avvertivano il carattere particolare. Benvenuto da Imola, uno dei più autorevoli interpreti medievali del poema, spiegava infatti il verbo con l’espressione latina “apprehendas et rapias alienum”, cioè “tu prenda e rapisca la roba altrui”. È una definizione che coglie perfettamente la sfumatura morale del termine: non si tratta semplicemente di prendere, ma di appropriarsi ingiustamente di ciò che appartiene ad altri.

Anche l’Anonimo Fiorentino, altro importante commentatore medievale della Commedia, definisce accaffare come «uno vocabolo volgare fiorentino et antico». Questa osservazione è preziosa perché suggerisce che Dante non abbia inventato il verbo dal nulla, ma abbia recuperato una parola appartenente al parlato fiorentino del suo tempo. Ciò conferma ancora una volta la straordinaria capacità del poeta di fondere il registro alto della poesia con il patrimonio linguistico della vita quotidiana.

La coloritura popolare del verbo è ulteriormente confermata dalla sua fortuna successiva. Dopo Dante, infatti, Franco Sacchetti utilizza più volte accaffare nelle proprie opere, sempre con il medesimo significato di “arraffare”. È significativo che proprio Sacchetti riprenda persino la rima dantesca raffi : accaffi, segno evidente che il verbo era rimasto impresso nella memoria letteraria. Gli studiosi ritengono che questa continuità d’uso riveli una certa diffusione del vocabolo almeno nell’ambiente toscano, probabilmente con una sfumatura quasi gergale o popolare.

È interessante confrontare accaffare con altri verbi italiani che indicano l’atto del prendere. L’italiano dispone infatti di una ricca gamma di termini: prendere, afferrare, ghermire, arraffare, rubare, sottrarre, rapinare, impadronirsi. Ognuno possiede una propria sfumatura semantica. Prendere è neutro; afferrare insiste sulla forza fisica del gesto; ghermire richiama l’artiglio di un rapace; rubare indica l’illecito in senso giuridico; arraffare, invece, suggerisce un gesto rapido, disordinato e spesso dettato dall’avidità. È proprio a quest’ultimo verbo che accaffare si avvicina maggiormente.

L’efficacia del termine nel passo dantesco deriva anche dal suo suono. La doppia consonante e la sequenza delle occlusive cc e ff producono un effetto fonico duro, quasi aggressivo, che sembra imitare il gesto rapido di chi allunga la mano per impossessarsi di qualcosa. Dante possedeva una straordinaria sensibilità per il valore sonoro delle parole e sceglie spesso vocaboli il cui suono rafforza il significato. In accaffare il lettore percepisce quasi fisicamente la brutalità dell’azione.

Il verbo si inserisce perfettamente nell’atmosfera del canto XXI, uno dei più realistici dell’intero poema. I Malebranche parlano infatti con un linguaggio colorito, ironico e spesso popolare, molto diverso dalla solennità dei canti paradisiaci. Dante modula continuamente il registro linguistico in funzione dell’ambiente rappresentato: nell’Inferno il lessico si fa spesso concreto, corporeo, persino grottesco; nel Paradiso, invece, diventa luminoso, astratto e ricco di latinismi. Accaffare appartiene chiaramente al primo universo linguistico.

Sul piano simbolico il verbo acquista un valore ancora più profondo. I barattieri vengono condannati proprio perché hanno fatto della loro funzione pubblica un mezzo per accaffare, cioè per appropriarsi indebitamente di denaro, favori e ricchezze. Il verbo sintetizza quindi l’intero peccato della baratteria: l’avidità, la corruzione e l’abuso del potere. I diavoli, con feroce ironia, invitano il dannato a continuare pure a “rubare”, purché resti immerso nella pece bollente. La pena diventa così una parodia del peccato commesso in vita.

Dal punto di vista storico, accaffare rappresenta anche un esempio della straordinaria varietà del lessico medievale italiano. Molte parole oggi scomparse erano perfettamente comprensibili ai contemporanei di Dante e riflettevano la ricchezza delle parlate regionali. Il poeta non esita a utilizzare vocaboli popolari quando ritiene che siano i più adatti a rappresentare una determinata situazione. Questa libertà linguistica costituisce uno degli elementi fondamentali della grandezza della Commedia.

Oggi accaffare è un termine completamente uscito dall’uso comune, sostituito da verbi come arraffare, rubare o appropriarsi. Rimane però una testimonianza preziosa della creatività del volgare trecentesco e della capacità di Dante di trasformare anche una parola probabilmente appartenente al parlato fiorentino in un elemento di grande forza poetica. Studiare vocaboli come accaffare significa entrare nel laboratorio linguistico della Divina Commedia, dove ogni parola è scelta con estrema precisione e contribuisce alla costruzione di un universo espressivo senza paragoni.

In conclusione, accaffare è molto più di un semplice verbo antico. È una finestra aperta sulla lingua di Dante, sulla Firenze medievale e sulla straordinaria ricchezza dell’italiano delle origini. In una sola occorrenza il poeta riesce a condensare una precisa sfumatura morale, una vivace caratterizzazione linguistica e una potente efficacia sonora. È proprio questa capacità di scegliere il termine esatto, anche quando appartiene al linguaggio popolare o regionale, che rende la Divina Commedia non soltanto un capolavoro della letteratura mondiale, ma anche il più straordinario monumento della storia della lingua italiana.