Quante volte, presi dallo sconforto, dalla rabbia o da un improvviso cambio di rotta nella nostra vita, abbiamo pronunciato o pensato la frase: “Ora mando tutto alle ortiche!”? Si tratta di uno dei modi di dire più affascinanti, vividi e utilizzati della lingua italiana. Una locuzione che evoca immediatamente un senso di rottura, di abbandono definitivo e, talvolta, di doloroso spreco.
Ma vi siete mai chiesti da dove nasca davvero questo accostamento tra le nostre decisioni più drastiche e una pianta così tanto temuta e sottovalutata? Scopriamo i sentieri nascosti della botanica popolare e della nostra memoria collettiva, svelandoci che dietro a un semplice ciuffo d’erba si nascondono secoli di storie.
Il significato di “Gettare alle ortiche”: tra spreco e liberazione
Nel dizionario della lingua italiana, l’espressione “gettare alle ortiche” possiede una duplice sfumatura. Da un lato, viene utilizzata come sinonimo di scialacquare o sprecare malamente un’occasione propizia, un talento o un investimento emotivo e temporale (pensiamo alla classica ramanzina: “Hai gettato alle ortiche anni di studio!”). Dall’altro, indica l’atto volontario e definitivo di liberarsi di qualcosa, o persino di qualcuno, a cui non si è più interessati, tagliando i ponti con il passato.
La metafora visiva è potentissima. L’ortica (Urtica dioica), il cui nome non a caso deriva dal verbo latino urere (bruciare), è una pianta infestante che cresce spontaneamente e in abbondanza laddove regnano l’abbandono, l’incuria e la desolazione: tra le macerie, nei campi incolti, lungo i muri di case ormai disabitate. Se un oggetto viene scagliato in mezzo a un cespuglio di ortiche, recuperarlo diventa un’impresa dolorosa e punitiva. L’oggetto, dunque, è perso per sempre, nascosto dalla fitta vegetazione e destinato all’oblio.
Dalla tonaca medievale alla crisi d’identità
Per comprendere a fondo la nascita di questo modo di dire, dobbiamo però fare un salto indietro nel tempo, entrando tra le mura silenziose dei monasteri medievali. Esiste infatti una variante storica molto specifica di questa locuzione: “gettare la tonaca (o il saio) alle ortiche”.
In passato, questa frase indicava l’atto compiuto dai frati o dai sacerdoti che decidevano di abbandonare la vita religiosa e i voti per tornare allo stato laicale. Nel compiere questo gesto clandestino e di rottura totale con la Chiesa, i religiosi fuggiaschi si spogliavano dei loro paramenti sacri e, per non lasciare tracce e non essere scoperti, li lanciavano nei luoghi più impervi e nascosti fuori mano: appunto, i cespugli di ortiche che circondavano i conventi. Quel gesto, nato da una necessità di fuga, è diventato nel tempo l’emblema stesso del rinnegare un percorso intrapreso, estendendosi col tempo a qualsiasi ambito della vita civile.
L’ortica nella letteratura e nel mito: da Dante ai giorni nostri
La letteratura italiana non è rimasta immune al fascino pungente di questa pianta. Sebbene non usi la formula esatta del nostro modo di dire, persino il Sommo Poeta, Dante Alighieri, nel Canto XXXI del Purgatorio, subisce il rimprovero di Beatrice attraverso la metafora del bruciore dell’ortica. La donna amata lo rimprovera per aver seguito i falsi piaceri terreni dopo la sua morte, e Dante confessa:
«Di penter sì mi punse ivi l’ortica / che di tutte altre cose qual mi torse / nel suo amor più, mi si fé nemica» Qui l’ortica rappresenta il sferzante e bruciante rimorso della coscienza, quel dolore necessario che precede la purificazione.
Se per la letteratura l’ortica è il simbolo del pentimento e della terra abbandonata, per le tradizioni popolari e la botanica essa rappresenta in realtà una pianta dalle mille virtù terapeutiche e persino magiche. Antiche leggende contadine raccontavano che tenere in mano un rametto di ortica scacciasse la paura e i fantasmi.
Una riflessione per il presente
Oggi, nell’epoca della velocità e del “consumo rapido” delle relazioni e delle opportunità, l’invito implicito che questo modo di dire ci rivolge è quanto mai attuale. Prima di “gettare alle ortiche” un progetto, un’amicizia o un amore di fronte alle prime difficoltà, dovremmo ricordarci del bruciore che quel gesto comporta e della fatica che servirebbe per andare a recuperare ciò che abbiamo smarrito.
Le parole che usiamo custodiscono la nostra storia. E la prossima volta che vedremo un ciuffo di ortiche sul ciglio di una strada di campagna, non guardiamolo solo come un’erba infestante, ma come il custode silenzioso di tutte le cose che gli uomini, nel corso dei secoli, hanno deciso di dimenticare.
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