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Essere uno stoccafisso: origine, significato e curiosità di un’espressione “pietrificata”

Da dove nasce l’espressione “essere uno stoccafisso”? Etimologia, storia e curiosità dietro uno dei modi di dire più celebri della lingua italiana.

Essere uno stoccafisso origine, significato e curiosità di un'espressione pietrificata

Quante volte, di fronte a una situazione del tutto inaspettata o a un clamoroso colpo di scena, vi siete bloccati senza riuscire a proferire parola o a compiere il benché minimo movimento? O, ancora, quante volte vi è capitato di osservare una persona del tutto priva di reazioni, imbambolata e rigida dinanzi a un evento che richiedeva invece prontezza di spirito e agilità? In queste occasioni, nel variegato, pittoresco e inesauribile universo della nostra lingua italiana, c’è un’espressione che calza a pennello e che si impone spontaneamente su tutte le altre: “Essere uno stoccafisso” (o, in alcune varianti, “stare come uno stoccafisso”).

Questa espressione, tanto comune quanto simpatica, fa parte di quel vastissimo e affascinante bagaglio di modi di dire che uniscono la cultura linguistica alla storia gastronomica (e non solo) del nostro Paese. Scopriamo insieme cosa si cela dietro questo bizzarro paragone ittico.

Il significato di “essere uno stoccafisso”: l’arte di restare immobili

Dire a qualcuno “sei proprio uno stoccafisso!” significa accusarlo, in modo più o meno scherzoso, di essere rimasto completamente immobile, fisicamente rigido, incapace di muoversi o di prendere una benché minima iniziativa. Si allude a una staticità che non è quasi mai solo muscolare, ma spesso e volentieri anche mentale ed emotiva: lo “stoccafisso”, metaforicamente parlando, è colui che non reagisce agli stimoli, che resta impalato e inespressivo, inebetito dagli eventi o semplicemente goffo e privo di grazia e scioltezza nei movimenti.

L’immagine è estremamente vivida e rimanda in via del tutto diretta alle caratteristiche fisiche del merluzzo artico (il pesce alla base di questa pietanza) una volta terminato il suo lunghissimo processo di conservazione. Per mesi, infatti, questo povero pesce viene esposto agli agenti atmosferici e ai gelidi venti del Nord perdendo quasi tutti i suoi liquidi, finché non si trasforma in qualcosa di incredibilmente simile a un pezzo di legno, secco e durissimo. Quale metafora migliore, dunque, per descrivere un individuo paralizzato dalla propria rigidità?

L’etimologia della parola: un viaggio dal Nord Europa al vocabolario italiano

Ma da dove deriva precisamente questa parola dal suono così percussivo e buffo? L’origine del termine ci porta ben lontani dalle calde coste del Mediterraneo. Consultando fonti autorevoli e il vocabolario Treccani, scopriamo rapidamente che “stoccafisso” è a tutti gli effetti una voce di origine nordica, successivamente italianizzata. La parola entra nel nostro vocabolario come adattamento di termini germanici: si ritiene infatti derivi dall’antico olandese stocvisch, un lemma composto da due parti distinte: stoc (che significa “bastone”) e visch (“pesce”). Una derivazione del tutto speculare si ritrova anche nel norvegese stokkfisk e nell’inglese stockfish.

Questa formazione linguistica è un classico e brillante esempio di parola composta (un fenomeno ampiamente studiato e documentato anche dall’Accademia della Crusca nell’analisi dei prestiti, degli slittamenti semantici e degli adattamenti fonetici stranieri).

Non è del tutto chiaro se il riferimento originario al “bastone” indichi il fatto che i pesci vengano appesi su alti graticci e tralicci di legno per essere esposti all’aria, o se invece alluda alla straordinaria e inattaccabile durezza assunta dalla carne del pesce una volta seccata, che lo fa assomigliare, per l’appunto, a un randello di legno contundente. In entrambi i casi, l’etimologia giustifica in modo inoppugnabile il senso di “durezza e immobilità” intrinseco nel nostro fortunato modo di dire.

Tra storia e leggenda: il naufragio di Pietro Querini

Se la parola è indiscutibilmente di origine nordeuropea, com’è diventata così centrale nella lingua e nella cultura italiana da trasformarsi in una locuzione idiomatica quotidiana trasversale a tutta la Penisola? Il merito, se così si può dire, spetta a un drammatico naufragio.

Correva l’anno 1432 quando il patrizio e mercante veneziano Pietro Querini, in viaggio con i suoi carichi verso le Fiandre, incappò in una terribile e prolungata tempesta che spinse la sua imbarcazione alla deriva, fino alle remote e gelide isole Lofoten, in Norvegia. Accolti dai pescatori locali, Querini e i superstiti del suo equipaggio scoprirono un alimento per loro del tutto prodigioso: un pesce durissimo che, per essere mangiato, doveva essere battuto con estrema forza ed energicamente reidratato per giorni in acqua. Quel pesce era proprio lo stokkfisk.

Tornato a Venezia dopo mille peripezie, Querini portò con sé questo metodo di conservazione eccezionale, perfetto per i lunghi viaggi in mare e provvidenziale per i giorni di “magro” imposti dal rigido calendario liturgico cattolico dell’epoca. Fu così che lo stoccafisso invase silenziosamente la nostra Penisola – diffondendosi da Venezia a Genova, fino a Napoli e a Messina – entrando prepotentemente non solo nei ricettari tradizionali, ma anche nell’immaginario collettivo e, di conseguenza, nella lingua viva della strada.

Stoccafisso vs Baccalà: una distinzione d’obbligo

Nel linguaggio colloquiale, un’altra espressione figurata molto simile (e fin troppo spesso sovrapposta per errore) è “fare la figura del baccalà”. Eppure, sebbene il pesce di partenza sia esattamente lo stesso, ovvero il merluzzo nordico (Gadus morhua), il processo di conservazione è radicalmente diverso. Il baccalà viene conservato tramite salagione (sotto abbondante sale), mentre lo stoccafisso è unicamente essiccato all’aria aperta.

Il risultato linguistico e pratico è che lo stoccafisso risulta molto più secco, prosciugato e rigido (rendendolo la metafora perfetta per l’essere impalati e incapaci di muoversi), mentre il baccalà mantiene una consistenza leggermente più spessa e umida. Non a caso, “essere un baccalà” ha assunto nei secoli una sfumatura semantica un po’ diversa: non indica tanto una persona pietrificata fisicamente, quanto piuttosto un individuo goffo, ingenuo, sciocco o visibilmente ottuso.

La magia inesauribile delle parole quotidiane

Modi di dire come “essere uno stoccafisso” ci dimostrano, ancora una volta e in modo lampante, quanto la lingua italiana sia un formidabile organismo vivente, un libro di storia aperto e accessibile a tutti. Ogni singola parola che pronunciamo senza pensarci è un ponte invisibile lanciato verso il nostro passato: ci parla di antichi commerci, di mari in tempesta, di tradizioni culinarie nordiche e di mercanti veneziani curiosi e intraprendenti.

La prossima volta che vi capiterà di rimanere a bocca aperta, letteralmente immobili di fronte allo stupore, ricordatevi che, lungi dall’essere solo un po’ goffi, state in realtà mettendo in scena un meraviglioso frammento di storia della nostra lingua. E se, in quell’occasione, qualcuno avrà l’ardire di darvi dello “stoccafisso”, potrete sempre riprendervi per rispondergli a tono, raccontandogli la bellissima avventura etimologica che vi abbiamo appena svelato.

Il libro sui modi di dire italiani

Altri modi di dire come “essere uno stoccafisso” sono presenti all’interno del libro “Perché diciamo così” (Newton Compton), opera scritta dal fondatore di Libreriamo Saro Trovato contenente ben 300 modi di dire catalogati per argomento, origine, storia, tema con un indice alfabetico per aiutare il lettore nella variegata e numerosa spiegazione delle frasi fatte. Un lavoro di ricerca per offrire al lettore un “dizionario” per un uso più consapevole e corretto del linguaggio.