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“A iosa”: origine del modo di dire tra monete antiche, dialetti e il piacere dell’abbondanza

Ci sono modi di dire che usiamo quotidianamente senza chiederci da dove vengano: “a iosa” è esattamente una di queste. Pronunciamo questa espressione per descrivere ad esempio un banchetto luculliano, una libreria ricca di libri o una giornata piena di sorrisi. Ma cosa significa davvero “iosa”? Si tratta di un’espressione all’apparenza semplice, ma che in…

A iosa origine del modo di dire tra monete antiche, dialetti e il piacere dell'abbondanza

Ci sono modi di dire che usiamo quotidianamente senza chiederci da dove vengano: “a iosa” è esattamente una di queste. Pronunciamo questa espressione per descrivere ad esempio un banchetto luculliano, una libreria ricca di libri o una giornata piena di sorrisi. Ma cosa significa davvero “iosa”? Si tratta di un’espressione all’apparenza semplice, ma che in realtà nasconde storie di bambini che giocano, di scambi commerciali e di dialetti che si intrecciano. Scopriamone l’origine.

Il significato di “a iosa”: l’estetica della sovrabbondanza

L’espressione “a iosa” significa “in gran copia”, “in sovrabbondanza”, quasi a suggerire una quantità che supera la necessità, sfiorando lo spreco gioioso. Se la lingua italiana fosse un quadro, “a iosa” sarebbe una pennellata di colore denso e materico, tipica di una natura morta del Seicento dove la frutta trabocca dai cesti.

L’origine più accreditata del modo di dire: le monete dei fanciulli

La teoria che mette d’accordo la maggior parte dei linguisti ci riporta indietro nel tempo, in una Toscana verace e popolare. Tutto nascerebbe dalla parola “chiosa”. Conosciuta come termine che indica una nota a margine di un testo, chiosa anticamente indicava le monete finte con cui giocavano i bambini. Erano piccoli dischi di piombo o di legno, privi di valore reale, che i fanciulli usavano per simulare scambi commerciali o per giochi di abilità.

Poiché queste “chiose” non valevano nulla, era possibile averne in quantità industriali. L’espressione “a chiosa” indicava dunque una merce così economica e abbondante da poter essere pagata con quelle monete senza valore.

Ma come siamo passati da “chiosa” a “iosa”? La risposta risiede nella celebre “gorgia toscana”: la tendenza a spirantizzare o addirittura a lasciar cadere la “c” dura iniziale. Col tempo, “a chiosa” è diventato “a iosa”, perdendo la consonante ma guadagnando quella fluidità vocale che la rende così gradevole all’orecchio.

Un viaggio tra i dialetti: dalla Liguria alla Sicilia

Tuttavia, come ogni mistero linguistico che si rispetti, le origini non sono univoche. Alcuni studiosi vedono nell’espressione una traccia ligure. In questo caso, “iosa” sarebbe la contrazione della frase “solo Dio lo sa” (solo Dio o sa), utilizzata per indicare una quantità così vasta da essere incalcolabile per l’intelletto umano. Un’immagine poetica che trasforma un numero infinito in un atto di fede.

Spostandoci verso il Sud, troviamo altre suggestioni affascinanti. In Puglia, e in particolare a Bari, la “iosa” (o josa) fa riferimento al baccano, al chiasso delle piazze o delle feste di paese. Dire che qualcosa è presente “a iosa” potrebbe quindi richiamare l’idea di una folla rumorosa e innumerevole. In Sicilia, invece, c’è chi azzarda un legame con la “ghiossa” (o ceusa), il frutto del gelso: un albero che, quando giunge a maturazione, produce una tale quantità di frutti da coprire interamente il terreno sottostante, offrendo un esempio naturale di generosità assoluta.

Suggestioni letterarie e straniere

Non mancano poi le ipotesi che guardano oltre i confini nazionali. Il Tommaseo, nel suo celebre Dizionario, suggeriva una possibile derivazione dallo slavo “jocs” (ancora di più) o dal provenzale “jauz-ir”, che significa godere. Questa radice ci collegherebbe direttamente al concetto di “gioia” (jois): l’abbondanza, in fondo, è una forma di piacere. Chi ha “libri a iosa” o “tempo a iosa” possiede una ricchezza che va oltre il materiale, toccando le corde del benessere interiore.

Perché continuare a usare “a iosa”

Oggi, in cui la maggioranza delle persone utilizza un linguaggio spesso impoverito e anglicizzato, recuperare espressioni come “a iosa” è un atto di resistenza culturale. È un modo per onorare la storia della nostra lingua, fatta di scambi tra l’alto dei palazzi e il basso delle strade, tra la precisione dei vocabolari e l’inventiva dei dialetti.

Un libro per conoscere i modi di dire italiani

Se volete conoscere espressioni idiomatiche “a iosa”, vi consigliamo il libro “Perché diciamo così” (Newton Compton), volume scritto dal fondatore di Libreriamo Saro Trovato contenente ben 300 modi di dire catalogati per argomento, origine, storia, tema con un indice alfabetico per aiutare il lettore nella variegata e numerosa spiegazione delle frasi fatte. Un lavoro di ricerca per offrire al lettore un “dizionario” per un uso più consapevole e corretto del linguaggio.

Un “libro di società” perché permette di essere condiviso e di “giocare” da soli o in compagnia alla scoperta dell’origine e dell’uso corretto dei modi di dire che tutti i giorni utilizziamo. Un volume leggero che vuole sottolineare l’importanza delle espressioni idiomatiche. Molte di esse sono cadute nel dimenticatoio a causa del sempre più frequente utilizzo di espressioni straniere e anglicismi.