Ci siamo: l’aria inizia a farsi calda, le giornate si allungano e sulle scrivanie di migliaia di ragazzi e ragazze italiani si innalzano torri precarie di appunti, riassunti, evidenziatori scarichi e tazzine di caffè ormai freddo. È il clima inconfondibile della Maturità. Una parola che porta con sé un carico emotivo enorme: ansia da prestazione, paura del futuro, il terrore di essere giudicati e riassunti in un voto in centesimi.
In questi giorni frenetici, il consiglio più gettonato è sempre lo stesso: “Studia, ripeti, fai schemi”. Ma la verità è che, arrivati a ridosso delle prove scritte e del temutissimo colloquio orale, le nozioni sono già nella testa. Quello che spesso manca, e che rischia di far crollare tutto, è la centratura interiore.
Il libro giusto per affrontare la Maturità
Come ci si prepara emotivamente alla Maturità? Un consiglio utile si può trovare tra le pagine di un libro. Non un manuale di sopravvivenza o una dispensa di letteratura, ma un’opera che parla direttamente al cuore di chi sta per compiere il grande salto nel mondo degli adulti: “L’arte di essere fragili. Come Leopardi può salvarti la vita” di Alessandro D’Avenia (Mondadori).
Ribaltare il mito: da “pessimista” a “cacciatore di bellezza”
Se c’è un autore che gli studenti italiani temono (e spesso, ingiustamente, detestano), quello è Giacomo Leopardi. Ridotto per anni dai bignami scolastici a icona del “pessimismo cosmico” e del “mai una gioia”, il poeta di Recanati viene vissuto come uno scoglio da superare all’esame, un autore oscuro e deprimente.
Alessandro D’Avenia, che prima di essere un romanziere di successo è un professore di liceo che conosce profondamente l’animo degli adolescenti, in questo libro compie un miracolo: spoglia Leopardi della polvere accademica e lo restituisce alla sua dimensione reale. Quella di un ragazzo. Un diciottenne affamato di vita, di assoluto, in continua ribellione contro la mediocrità del suo tempo. Leopardi non è colui che si arrende al dolore, ma colui che cerca disperatamente la bellezza, aggrappandosi all’Infinito proprio quando la siepe gli preclude lo sguardo.
Leggere questo libro nei giorni della Maturità offre ai ragazzi un vantaggio doppio. Da un lato, fornisce uno spunto geniale, profondo e originalissimo da portare al colloquio orale (immaginate lo stupore della commissione davanti a uno studente che parla di un Leopardi vitale e appassionato!); dall’altro, agisce come un balsamo contro la paura.
La fragilità come superpotere, non come difetto
La Maturità è il momento in cui ci si sente più vulnerabili. Si ha la sensazione che una singola performance possa definire il proprio valore come individui. D’Avenia ci ricorda, attraverso le parole di Giacomo, che la nostra fragilità non è un errore di fabbrica da nascondere sotto il tappeto o dietro una maschera di finta sicurezza davanti ai commissari esterni.
La fragilità è la condizione stessa dell’essere umano. È la crepa attraverso cui entra la luce. Accettare di avere paura dell’esame, accettare di non sapere tutto alla perfezione, significa vivere questo rito di passaggio con autenticità. L’arte di essere fragili insegna ai maturandi che non devono essere macchine da nozioni, ma esseri umani in cammino.
“L’arte di essere fragili” di Alessandro D’Avenia
Il libro di D’Avenia è diviso in tappe che ripercorrono le stagioni della vita. L’adolescenza, l’età che i maturandi stanno per salutare, è definita la stagione del “rapimento”. Cosa significa? Significa lasciarsi meravigliare dal mondo, cercare una passione che bruci, trovare il proprio “perché”.
Ne “L’arte di essere fragili” Alessandro D’Avenia ci guida attraverso le pagine di questo “viaggio” alla ricerca di quel senso della vita spesso perduto, che si snoda lungo quattro principali tappe il cui punto di partenza è l’adolescenza , intesa come arte di sperare, per giungere sino alla morte, intesa come arte della rinascita, possibile grazie alla riscoperta della BELLEZZA, con maturità e riparazione come tappe intermedie.
La stessa curiosità e sapere portano l’autore a sostenere, nonché ad insegnarci, come Leopardi, di contro a pregiudizi di qualsiasi natura, tramandatisi per anni tra le mura dei licei, non sia affatto uno sfigato. Egli possedeva infatti quel dono, che molti di noi hanno perduto sin dall’infanzia: l’IMMAGINAZIONE, intesa come capacità di guardare “oltre la siepe”, come nell’ “Infinito”.
Immaginazione, oggi bloccata e nettamente castrata dalla nostra “bulimia di informazioni”, dalla “connessione immediata col mondo” prodotta dall’uso di tv, smartphone e dispositivi tecnologici di ogni genere, che altro non permettono se non il favorirsi delle dinamiche del “tutto e subito”, ostacolando, dunque, la fedeltà al nostro RAPIMENTO, o “fedeltà a noi stessi”.
Non di tutti i rapimenti però, quanto piuttosto di quelli meno fedeli, meno ancorati alla nostra anima e alla nostra creatività e maggiormente legati, ancora una volta, alla precarietà delle cose, che puntualmente si presenta sotto forma di rinuncia ed istinto alla fuga. Noia e apatia, dettati dalla paura di fallire, rappresentano infatti la vera morte dell’esistenza umana, accompagnate da senso di impotenza connessa a mancanza di pazienza e dedizione ; qualità che , unite al talento, portano a far fruttare le cose.
Esattamente come fece Leopardi, la cui fuga da casa, raggiunta la maggiore età, fallì, portandolo alla disperazione più totale. E’ qui che ci si affaccia, paradossalmente, alla maturità: attraverso l’arte di morire, in cui tutto, in preda alla notte più scura ,come in un tunnel senza uscita, sembra affidato al caso. E’ il momento in cui si tocca il fondo, in cui ci si trova sull’orlo del baratro, in preda all’apatia e all’indifferenza più totale.
Dunque il momento più fecondo per ricominciare, per riscoprire il nuovo non come recente nel tempo, quanto piuttosto come “vecchio” rivisitato sotto una nuova luce, coltivato grazie alla pazienza e alla perseveranza, dal momento che “un seme germoglia proprio grazie all’humus [..], cioè grazie all’ammasso di cose morte che rende la terra fertile”.
E proprio lui, Leopardi, rinuncia in questo senso ad autocondannarsi all’infelicità, riscoprendo il proprio rapimento, restando “fedele al cuore”, scegliendo di non accontentarsi e valicando i limiti a noi imposti dal destino, rifiutando, sorprendentemente per tutti noi, ogni tipo di nichilismo, e continuando a cantare il nulla con estrema bellezza. Ecco perché Leopardi non è uno sfigato. E neppure un misantropo. Né un pessimista. Egli approda alla penultima fase, quella della riparazione, detta anche “arte di essere fragili”, con l’intento di sanare il mondo attraverso la sua stessa poesia.
Non rinuncia a fare ciò che ama e per cui si sente chiamato a vivere, né al valore dell’amicizia, come dimostra la vicinanza all’amico Ranieri, presente fino all’istante in cui Giacomo spirò. Leopardi non è un pessimista dunque, quanto piuttosto un malinconico, laddove per malinconia s’intende quello stato d’animo che permette un’apertura del cuore tale da poter rinascere e ricreare, per mezzo dell’amore.
Come la ginestra che spunta nel deserto, metafora di fede nella vita. Vita riconosciuta come cumulo di cose ed esperienze fragili, fatte proprie come bagaglio culturale, nell’ennesimo processo di fedeltà a sé stessi. Vita pronta a rinascere come bellezza, come passione che domina sulla ragione, partorita da incessanti e costanti insicurezze, dominate da un’ispirazione più forte che porta alla voglia di mettersi in gioco ancora una volta. Vita e passione che si fanno più pure nell’arte di rinascere, grazie alla poesia, volta a proteggere le cose fragili salvandole dalla morte, servendosi della parola.
Cosa ci insegna questo libro
Forse il messaggio più grande che questo libro regala a chi deve affrontare l’Esame di Stato è proprio questo: spostare lo sguardo dal voto al futuro. L’obiettivo non è prendere 100 per far contenti i genitori o gli insegnanti. L’obiettivo, uscendo da quel portone della scuola per l’ultima volta, è chiedersi: cosa mi rapisce? Qual è la passione che voglio inseguire ora che sono padrone del mio destino?
Ecco perché, prima di addormentarsi in queste notti cariche di aspettative, è consigliabile per maturandi di leggere qualche pagina de “L’arte di essere fragili”. Un libro per scoprire che dall’altra parte del tempo c’è un ragazzo di nome Giacomo che capisce perfettamente l’inquietudine dei maturandi di oggi, e ricorderà loro che la Maturità non è la fine del mondo, ma solo l’inizio della loro, meravigliosa, vita da adulti.
