“Lo sbilico” di Alcide Pierantozzi: il romanzo finalista allo Strega che insegna ad accogliere la fragilità

Scopri “Lo sbilico” di Alcide Pierantozzi: un viaggio lucido e potente nei labirinti della salute mentale che illumina i labirinti della mente.

Lo sbilico di Alcide Pierantozzi il romanzo finalista allo Strega che insegna ad accogliere la fragilità

Cosa si nasconde sotto le nostre fragilità più profonde. A cercare di dare una risposta ci prova “Lo sbilico” di Alcide Pierantozzi, edito da Einaudi nei prestigiosi Supercoralli. Un libro molto apprezzato da critica e pubblico: non è un caso che l’opera abbia conquistato la critica e il pubblico, posizionandosi tra i libri finalisti del Premio Strega, proposto con forza da Donatella Di Pietrantonio, e anche all’interno della cinquina del Premio Campiello.

“Lo sbilico” di Alcide Pierantozzi

Il termine stesso che dà il titolo al romanzo, “sbilico”, evoca una sensazione di instabilità permanente: è il punto di faglia, la linea di rottura in cui la mente rischia di cedere, il bilico estremo in cui la realtà si smaglia per lasciare spazio all’allucinazione e all’angoscia.

Pierantozzi, con una scrittura ipnotica e priva di filtri, mette in scena un romanzo fortemente autobiografico in cui il protagonista – che porta il suo stesso nome – ha quarant’anni, assume sette pasticche al giorno per arginare il disturbo psichico ed è descritto nelle cartelle cliniche come un paziente «lucido, vigile, collaborativo, dall’eloquio fluido». Ma dietro questa apparente compostezza clinica si muove l’universo sommerso di un essere umano “difettoso”, che vive sul precipizio delle cose.

Perché leggere “Lo sbilico”

Il primo grande motivo per leggere questo romanzo risiede nella sua straordinaria potenza letteraria. Pierantozzi non cerca la compassione del lettore né indulge nel pietismo. Al contrario, adotta un registro che alterna con maestria ironia e vertigine, spietata crudezza e una profonda, poetica lucidità. Come ha sottolineato la stessa Di Pietrantonio nel presentarlo allo Strega, solo chi conosce quell’orlo smarginato per averlo calpestato può tornare indietro e prestargli una voce tanto autentica.

Leggere “Lo sbilico” significa accettare di spiare all’interno dei meccanismi della neurodivergenza e della sofferenza psichica attraverso uno spioncino privilegiato. È un’esperienza di lettura immersiva e talvolta destabilizzante, che ci porta a esplorare il confine sottilissimo tra controllo e smarrimento. In un’epoca in cui il tema della salute mentale viene spesso banalizzato o ridotto a slogan social, Pierantozzi restituisce la carne, il sangue e il peso specifico della solitudine e del dolore, offrendo al lettore un’opera dotata di una straordinaria lemmodiversità e di una ricchezza espressiva fuori dal comune.

Cosa ci insegna questo libro

“Lo sbilico” è un romanzo profondamente formativo, che lascia ferite catartiche nel lettore, costringendolo a ridefinire i propri parametri di “normalità”. In primo luogo, il libro ci insegna il valore politico e sociale della disfunzionalità. Memorabile è il passaggio in cui l’autore scrive: «Noi matti non abbiamo solo il diritto di essere soccorsi dai sani, ma anche il dovere di inceppare ogni giorno il mondo per metterlo in discussione ai loro occhi». C’è una dignità rivoluzionaria in questa affermazione: la malattia non è solo una mancanza, ma un punto di vista laterale, una lente d’ingrandimento capace di svelare le storture di una società ossessionata dalle performance e dall’efficienza.

In secondo luogo, il romanzo ci offre una grande lezione sull’importanza dei legami fondamentali. Nel mare burrascoso della mente del protagonista, l’unico vero porto sicuro è rappresentato dagli affetti primordiali: la madre, il padre, il fratello. Esistenze insostituibili senza le quali la sopravvivenza non sarebbe possibile. Pierantozzi dimostra come la cura non passi mai soltanto attraverso la chimica dei farmaci – definiti nel testo “ghiotti di luce” –, ma richieda una rete umana capace di resistere all’impatto del dolore.

Infine, l’opera ci costringe a riscoprire l’urgenza di uno sguardo non giudicante. La paura del sano nei confronti del malato psichico è spesso dettata dal timore del contagio, un meccanismo di difesa che isola chi soffre in una spirale di solitudine. Pierantozzi spezza questo cerchio: liberandosi della propria storia attraverso gli strumenti della grande letteratura, finisce per liberare anche noi, insegnandoci ad accogliere le nostre e altrui fragilità con una cautela del tutto nuova.