L’amore ai tempi dei chatbot: come l’Intelligenza Artificiale sta ridisegnando i nostri sentimenti

Come l’Intelligenza Artificiale ridisegna i nostri affetti? Intervista al dott. Davide Bennato, autore del saggio “Amanti Sintetici” per comprendere l’impatto di chatbot e partner virtuali sulla sfera intima e contemporanea.

L'amore ai tempi dei chatbot come l'Intelligenza Artificiale sta ridisegnando i nostri sentimenti

L’intelligenza artificiale ha ormai superato i confini delle fabbriche e degli uffici, compiendo un passo decisivo e silenzioso dentro la nostra camera da letto e nei meandri più intimi della nostra psiche. Nel suo saggio “Amanti Sintetici: Le relazioni nell’epoca dell’intelligenza artificiale“, il Dott. Davide Benato traccia una vera e propria cartografia socio-antropologica di questo fenomeno.

“Amanti sintetici” di Davide Bennato

In questo libro, Davide Bennato affronta uno dei temi più urgenti del nostro tempo: come l’intelligenza artificiale stia trasformando la sfera dell’affettività e dell’intimità, ridefinendo il modo in cui amiamo, desideriamo e costruiamo legami.

Per comprendere come l’intelligenza artificiale stia ridisegnando i confini dei nostri sentimenti, il Dott. Benato propone una vera e propria mappa geopolitica dell’anima digitale, divisa in tre modelli progressivi di intimità. Il primo livello è la Digital Intimacy (L’Intimità dello Sguardo), una forma di affettività che potremmo definire “estetica” o “superficiale”, nel senso letterale del termine: si ferma sulla superficie dello schermo.

Qui la tecnologia colpisce e cattura unicamente il nostro sguardo. Non c’è una vera interazione profonda, ma una fascinazione visiva. Gli esempi più lampanti sono le sexfluencer o le modelle virtuali che spopolano su Instagram: creature interamente generate dall’IA che simulano una vicinanza quotidiana e ammiccante, ma rimangono, di fatto, immagini da contemplare. È un’intimità unidirezionale, dove l’utente proietta i propri desideri su un simulacro visivo.

Un gradino più sopra troviamo la Synthetic Intimacy (L’Intimità della Parola), ed è qui che le cose si fanno decisamente più intense. In questo modello, la proiezione della nostra fantasia smette di essere passiva e diventa interattiva. Non ci limitiamo più a guardare, ma dialoghiamo.

Attraverso applicazioni come Replika o Character.ai, l’intelligenza artificiale si trasforma in un partner sintetico capace di rispondere in tempo reale, di memorizzare le nostre preferenze e di simulare una perfetta reciprocità emotiva. Questa “intimità sintetica” funge spesso da specchio: parlando con un chatbot che ci asseconda e ci comprende, finiamo per esplorare le nostre stesse emozioni, trovando un conforto che, per quanto artificiale, produce effetti psicologici fin troppo reali.

Infine, lo scenario più futuristico e immersivo è quello della Virtual Intimacy (L’Intimità dell’Esperienza). Qui non si parla solo di guardare un’immagine o di scambiare messaggi di testo, ma di abitare uno spazio comune. Sebbene questo modello sia ancora in una fase embrionale, la frontiera si sta spostando verso la costruzione di relazioni all’interno di veri e propri mondi e ambienti virtuali. Attraverso visori e tecnologie eptiche, l’utente del domani (che in parte è già quello di oggi) potrà condividere esperienze tridimensionali con partner sintetici, muovendosi in una realtà parallela dove il confine tra biologico e digitale si dissolve quasi del tutto.

L’intervista all’autore

Abbiamo intervistato il dott. Davide Bennato, autore del saggio “Amanti Sintetici”, per comprendere meglio l’impatto di chatbot e partner virtuali sulla sfera intima e contemporanea.

Nel suo libro lei parla della nascita di una “nuova grammatica dell’umano”. Qual è la tesi di fondo del saggio e perché ritiene che oggi sia diventato urgente analizzare l’impatto dell’intelligenza artificiale sulla nostra sfera intima e affettiva, anziché concentrarsi solo sulle conseguenze lavorative ed economiche?

L’uso quotidiano delle intelligenze artificiali ha fatto sì che queste entrassero non solo nella dimensione lavorativa e professionale, ma anche in quella personale e relazionale.

Si è passati dall’uso dei chatbot come strumenti per scandagliare le proprie emozioni (alla stregua di uno psicoterapeuta artificiale) fino alla possibilità di costruire una dimensione di tipo affettivo-relazionale.

Questo comportamento ha una sua logica: dal punto di vista sociologico, siamo ormai disposti ad accettare l’IA nella nostra vita quotidiana. Dal punto di vista relazionale, grazie all’ingresso delle tecnologie digitali, siamo pronti a instaurare legami specifici con esse, considerandole integrative e non sostitutive delle relazioni tradizionali.
Avere chiaro il tipo di costruzione relazionale con un chatbot ci permette di scandagliare i nostri stessi sentimenti ed emozioni, aiutandoci a migliorare e perfezionare i rapporti con le persone reali.

Lei introduce il concetto fondamentale di “economia della solitudine”. In che modo il capitalismo digitale sta riuscendo a monetizzare un bisogno emotivo così profondo e, secondo lei, chatbot di compagnia e virtual girlfriends curano davvero l’isolamento sociale o finiscono per cronicizzarlo?

Per spiegare l’effetto dei chatbot occorre fare un parallelismo con gli studi sulla violenza nei videogiochi. Esistono due fazioni: chi sostiene che rendano violenti e chi vi attribuisce un ruolo catartico. La verità dipende dal contesto: in un ambiente già violento, il videogioco rinforza quell’ideologia; in un ambiente sano, ha una funzione catartica.

Allo stesso modo, se una persona ha già relazioni tradizionali sane, l’IA è uno strumento integrativo. Se invece manca una rete relazionale, i chatbot possono effettivamente aumentare e cronicizzare la dimensione di isolamento sociale.

La solitudine e la difficoltà a costruire relazioni non sono causate dall’IA, ma sono una condizione sociale contemporanea che affonda le sue radici storiche nella Rivoluzione Industriale (il passaggio dalle comunità rurali all’individualismo operaio nelle città). L’IA entra in questo processo storico: non lo crea, ma in alcuni casi può rinforzarlo. Per questo serve un atteggiamento critico.

Nel libro si evoca l’importanza della media education. Come si può esercitare oggi una vera resistenza culturale che aiuti a sviluppare una consapevolezza emotiva, senza cadere in un rifiuto tecnofobico?

Condivido pienamente l’impostazione della mia collega dell’Università di Palermo, Giada Cappello, autrice della prefazione del libro. Sia gli adolescenti che gli adulti devono essere educati a un uso consapevole di queste tecnologie.

Questa è la chiave della Media Education, per far sì che le IA esprimano le loro potenzialità positive nel nostro rapporto con il mondo. La recente enciclica di Papa Leone XIV, Magnificam Vanitas, si muove proprio in questa direzione: l’IA è un’opportunità, ma va utilizzata con atteggiamento critico, prestando attenzione ai vincoli economici e politici che essa porta con sé.

Guardando ai prossimi anni, pensa che assisteremo a una progressiva normalizzazione sociale dei partner sintetici (come nel film Her), oppure crede che l’essere umano avvertirà un forte “richiamo della foresta” verso la corporeità e l’autenticità biologica delle relazioni?

È ancora presto per una visione a lungo termine, ma ritengo che l’opportunità di costruire relazioni con partner sintetici rappresenterà una “terza via” relazionale. Così come l’essere umano ha una forma di affettività verso le altre persone e una forma di affettività (molto diversa) verso gli animali, ci sarà spazio per un terzo modo di esprimere affettività, ovvero nei confronti degli esseri sintetici.

Si tratta di una forma nuova che non sottrae nulla ai nostri vincoli antropologici biologici, ma li integra all’interno di una società sempre più complessa.