È Quintiliano l’autore scelto dal MIM per la seconda prova della Maturità 2026 al liceo classico. Il brano è tratto dall’opera “Institutio Oratoria”. La versione verte sulla musica come fondamento della formazione del perfetto oratore: agli studenti viene chiesta la comprensione e l’interpretazione del testo, l’analisi linguistica e stilistica, l’approfondimento e riflessioni personali.
Mentre i dizionari si chiudono e la tensione si scioglie, cerchiamo di capire perché questo passo rappresenta un manifesto culturale che parla direttamente al nostro presente. Che cosa voleva dirci davvero Quintiliano associando il rigore della parola parlata all’armonia dei suoni?
“Institutio Oratoria” e la rivoluzione di Quintiliano: l’oratore non è un automa
Per comprendere la portata di questa traccia, bisogna prima inquadrare il capolavoro del retore di Calagurris. Scritta sul finire del I secolo d.C., sotto l’impero dei Flavi, l’Institutio oratoria (La formazione dell’oratore) è il più importante trattato pedagogico dell’antichità occidentale. Quintiliano si muove in un’epoca di crisi: l’oratoria non ha più il peso politico dei tempi della Repubblica di Cicerone; è diventata spesso vuota declamazione, un esercizio di stile fine a se stesso.
Per ridare dignità alla parola, Quintiliano capisce che non bisogna partire dai trucchi del mestiere, ma dall’infanzia. L’oratore ideale è, prima di tutto, un vir bonus dicendi peritus (un uomo onesto, esperto nel parlare). E per formare un uomo onesto e colto, non basta riempirgli la testa di formule. Serve un’educazione enciclopedica, multilaterale e… armoniosa. Ed è qui che entra in gioco la musica.
Perché proprio la musica? La lezione del Libro I
Nel passo proposto alla seconda prova del 2026, tratto dal Libro I dell’opera, Quintiliano dialoga idealmente con chi ritiene lo studio della musica una perdita di tempo per un futuro avvocato o uomo politico. Al contrario, l’autore dimostra – attraverso continui riferimenti storici e filosofici – che la musica è una delle discipline ancestrali e più nobili, legata a doppio filo alla filosofia e alla formazione spirituale.
Nell’antichità classica, il termine mousikè non indicava solo l’esecuzione di uno strumento, ma l’unione indissolubile di poesia, canto, danza, ritmo e matematica. Era la scienza dell’ordine e della bellezza. Quintiliano evoca l’autorità dei grandi saggi del passato: da Pitagora ad Archita, fino a Platone. Ricorda come gli antichi spartani andassero in battaglia al ritmo di flauti, e come grandi condottieri e poeti ritenessero lo studio della cetra e del canto un dovere per ogni cittadino libero.
Dallo spartito alla tribuna: ritmo, voce e corpo
Ma qual è l’utilità concreta della musica per chi deve parlare in pubblico? Quintiliano lo spiega con una precisione tecnica impressionante, che anticipa i moderni manuali di public speaking e comunicazione non verbale.
L’oratore, per convincere e commuovere il suo pubblico, deve saper padroneggiare tre elementi chiave della sua performance (actio e pronuntiatio):
Il tono della voce: Come un musicista sa quando emettere note acute o gravi, l’oratore deve saper modulare lo strumento più potente che ha: le corde vocali. Una voce monotona addormenta l’uditorio; una voce armoniosa lo rapisce.
Il ritmo (numerus): Ogni frase pronunciata ha una sua cadenza musicale. Ci sono momenti in cui il discorso deve correre veloce e incalzante, altri in cui deve rallentare e respirare attraverso pause pesanti come note di silenzio su uno spartito.
Il movimento del corpo: Persino i gesti e la postura dell’oratore devono essere coordinati. Quintiliano parla di un’armonia del corpo che rifiuta la rigidità dei soldati e la sregolatezza degli istrioni, cercando quella grazia misurata che solo l’educazione musicale e coreutica può dare.
Una traccia che cura la nostra “disarmonia” contemporanea
La scelta di questo testo per la Maturità 2026 non è affatto casuale. In un mondo caratterizzato da una specializzazione sempre più precoce, in cui le discipline umanistiche vengono spesso sacrificate sull’altare dell’utilitarismo tecnologico, Quintiliano urla una verità antica: la cultura non è settoriale.
L’oratore non è un freddo tecnico della parola, così come lo studente di oggi non dovrebbe essere un accumulatore seriale di crediti formativi o di nozioni slegate tra loro. Lo studio della musica, in questo senso, diventa il simbolo di una formazione che unisce mente, corpo e anima, restituendo armonia a un’esistenza spesso frammentata dai ritmi frenetici e digitali del nostro tempo. L’armonia dei suoni educa all’ascolto, al rispetto del tempo dell’altro e alla ricerca della bellezza.
La sinfonia del vostro futuro
Mentre gli esami di Stato continuano e il traguardo si fa sempre più vicino, la lezione di Quintiliano risuona come un bellissimo augurio per tutti i maturandi. Questo esame deve rappresentare la loro personale “accordatura” prima del grande concerto della vita.
