Anche se l’Italia non parteciperà per la terza volta consecutiva, l’ 11 giugno inizieranno i Campionati mondiali di calcio e non può che saltare alla mente un titolo: “Febbre a 90” (Guanda, pp. 272, 1997) di Nick Hornby. Pubblicato nel 1992, con il titolo originale di Fever Pitch, il libro è una sorta di memoir-romanzato in cui Hornby racconta la propria ossessione per la squadra di calcio Arsenal F.C., intrecciando partite, vita personale, crescita e cultura inglese degli anni ’70-’80. Non parla solo di calcio: usa il tifo come lente per parlare di identità, relazioni e maturazione.
“Febbre a 90” di Nick Hornby: quando il tifoso è il vero protagonista del libro
Il libro nasce con l’intuizione, non scontata, di legare indissolubilmente l’amore per la propria vita a quello per la propria squadra, attraverso il racconto di passioni, emozioni irrazionali e soprattutto di ritmi scanditi dal fischio dell’arbitro e dall’urlo di Highbury. In questo modo due strade apparentemente parallele, cioè la vita e il calcio, convergono perché è l’Arsenal a scandire l’esistenza della scrittore, non viceversa.
Le ricorrenze in famiglia, il primo amore, gli eventi della storia: tutto ha un preciso punto di riferimento nella linea cronologica della sua vita, ovvero un match, un gol, una vittoria o una sconfitta. Non è che Hornby pensi solo al calcio; è che il calcio è in lui, nel suo modo di pensare, nel suo modo di parlare e di affrontare gli eventi.
Ecco che, nella sua purezza e nella sua ingenuità, questo libro capovolge lo schema della narrazione sportiva a cui siamo sempre stati abituati: il tifoso non è passiva presenza, ma diventa il protagonista, mentre i calciatori sono gli interpreti di un ruolo secondario , dato loro da migliaia di cuori che battono insieme per novanta minuti. Ogni calciatore lascia qualcosa, così come ogni persona che passa nella nostra vita; alla fine, però, sono i tifosi.
Un atto d’amore verso il calcio
Raccontando così la sua storia di tifoso (scandita, tra l’infanzia e la maturità, dalle partite dei “Gunners”), Nick Hornby ci descrive i multiformi aspetti di un’ossessione: le abitudini, i riti, i tic, i sogni, la depressione costante e i rari momenti estatici di un assiduo frequentatore di stadi. Così, i molti appassionati italiani della materia possono ritrovare una parte importante della loro stessa vita. Perché la febbre del calcio, a tutte le latitudini, sembra essere la stessa.
Ecco che la cronaca si trasforma in romanzo; nel romanzo del football, raccontato con straordinaria competenza, ma anche in un’avvincente storia di formazione: i rapporti con la famiglia, le ragazze e le avventure sentimentali, gli amici e il lavoro, tutti i nodi fondamentali del diventare grandi sono narrati fra un gol e l’altro.
La storia si svolge sullo sfondo della Londra metropolitana con il contrappunto di un’indimenticabile Inghilterra di provincia, della musica e delle mode giovanili. Il calcio diventa così pretesto per trasformare in pulsante materia narrativa non solo colori e gesti dello stadio, ma una lente con cui osservare la realtà.
Perché una delle virtù di Hornby è la capacità di calarsi nella realtà sociale, di scandagliare la psicologia delle tifoserie e di osservare i movimenti delle folle sugli spalti. La forza dell’opera sta anche nello stile semplice, ironico e immediato di Hornby, capace di parlare direttamente al cuore dei lettori e di trasformare il racconto sportivo in una riflessione universale sull’amore, sull’identità e sull’irrazionalità delle passioni umane: una vera e propria educazione sentimentale del tifoso e un atto d’amore verso il calcio. E in un momento di crisi di questo sport nel nostro paese, Febbre a 90 è proprio la lettura più appropriata.
