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Arthur Rimbaud, le poesie più belle

Arthur Rimbaud, le poesie più belle

Oggi ricorre l’anniversario della scomparsa di Arthur Rimbaud, poeta maledetto e innovatore della poesia moderna. Ecco le sue poesie più belle…

MILANO – Poeta maledetto per eccellenza, Arthur Rimbaud fu uno dei più grandi innovatori della poesia moderna. Iniziò a scrivere giovanissimo, a 15 anni, e subito intuì la necessità di liberarsi dalle convenzioni letterarie e metriche che vincolavano l’espressione poetica. Inquieto e vagabondo, riteneva che il poeta dovesse necessariamente farsi Veggente, ovvero discendere negli abissi della propria interiorità così da poterli trasporre in poesia. A questo fine, occorreva sperimentare tutto, condurre un’esistenza dissoluta, non porsi alcun limite. Così scriveva Rimbaud all’amico Paul Demeny: «Il primo studio dell’uomo che vuole essere poeta è la conoscenza di se stesso, intera. Egli cerca la sua anima, la scruta, la mette alla prova, la impara […] Dico che bisogna essere veggente, farsi veggente. Il Poeta si fa veggente mediante un lungo, immenso e ragionato regolamento di tutti i sensi. Tutte le forme d’amore, di sofferenza, di follia. Egli cerca se stesso, esaurisce in sé tutti i veleni, per conservarne solo le quintessenze. Egli arriva all’ignoto e anche se finisse col perdere la comprensione delle sue visioni, le ha viste». Rimbaud scrisse moltissimo, ma per breve tempo: solo dai 15 ai 19 anni. Poi abbandonò definitivamente la letteratura, ma continuò a viaggiare e a condurre l’esistenza sregolata che nel tempo gli valse la nomea di “poeta maledetto”. Morì a 37 anni, il 10 novembre 1891, a causa di una malattia che lo condusse prima alla paralisi e successivamente alla morte. In occasione dell’anniversario della sua scomparsa, lo ricordiamo con una raccolta delle sue poesie più belle:

Testa di fauno

Tra le foglie, verde scrigno macchiato d’oro,
tra le incerte foglie fiorite
di splendidi fiori dove dorme un bacio,
vivo, strappando il lieve ricamo,

un fauno spaurito mostra i suoi occhi
e morde i fiori rossi con denti bianchissimi.
Scuro e sanguigno come vino invecchiato
il suo labbro esplode in risa tra le fronde.

E quando s’è dileguato – come uno scoiattolo –
il riso suo ancor trema tra le foglie;
lo vedi spaventarsi d’un fringuello
quel bacio aureo del bosco, e rannicchiarsi.

 

L’addormentato nella valle (1870)

È una gola di verzura dove un fiume canta
impigliando follemente alle erbe stracci
d’argento: dove il sole, dalla fiera montagna
risplende: è una piccola valle che spumeggia di raggi.

Un giovane soldato, bocca aperta, testa nuda,
e la nuca bagnata nel fresco crescione azzurro,
dorme; è disteso nell’erba, sotto la nuvola,
pallido nel suo verde letto dove piove la luce.

I piedi tra i gladioli, dorme. Sorridente come
sorriderebbe un bimbo malato, fa un sonno.
O Natura, cullalo tiepidamente: ha freddo.

I profumi non fanno più fremere la sua narice;
dorme nel sole, la mano sul suo petto
tranquillo. Ha due rosse ferite sul fianco destro.

 

Sognato per l’inverno (1870)

D’inverno, ce ne andremo in un piccolo vagone rosa
con i cuscini blu.
Staremo bene. Un nido di pazzi baci riposa
in qualche soffice angolo.

Tu chiuderai gli occhi, per non vedere, dai vetri
ghignare le ombre delle sere,
queste arcigne mostruosità, plebaglie
di neri démoni e neri lupi.

Poi sentirai la guancia scalfita…
Un piccolo bacio, come un ragno folle,
ti correrà per il collo…

E tu mi dirai: «Cerca!» inclinando la testa,
e perderemo tempo a cercare quella bestia
– che così tanto viaggia…

 

Il Male

Mentre gli sputi rossi della mitraglia
sibilano senza posa nel cielo blu infinito;
scarlatti o verdi, accanto al re che li schernisce
crollano i battaglioni in massa in mezzo al fuoco,

mentre un’orrenda follia, una poltiglia
fumante fa di centomila uomini,
– Poveri morti! Nell’estate, nell’erba e nella gioia
tua, o natura! tu che santamente li creasti!

– C’è un dio che ride sulle tovaglie di damasco
degli altari, nell’incenso e nei grandi calici d’oro,
che s’addormenta cullato dagli Osanna,

– e si risveglia, quando madri chine
sulla loro angoscia, piangendo sotto i vecchi cappelli neri
gli danno un soldo legato nel loro fazzoletto.

 

Cuore di buffone

Il mio triste cuore sbava a poppa,
il mio cuore coperto di trinciato:
su di lui sputano schizzi di zuppa,
mio triste cuore che sbava a poppa:
sotto i turpi lazzi della truppa
che scoppia in un riso generale,
il mio triste cuore sbava a poppa,
mio triste cuore coperto di trinciato!

Itifallici e soldateschi,
i loro insulti l’hanno depravato!
E nel vespero dipingono affreschi
Itifallici e soldateschi.
O flutti abracadabranteschi
prendete il mio cuore, che sia salvato:
Itifallici e soldateschi,
i loro insulti l’hanno depravato!

Quando avranno consumato le loro cicche
come agire, o cuore defraudato?
Ci saranno bacchici rutti
quando avranno consumato quelle cicche;
io avrò conati di vomito
se il mio triste cuore è avvilito;
Quando avranno consumato le loro cicche,
come agire, o cuore defraudato?

 

Vocali

A nera, E bianca, I rossa, U verde, O blu: vocali,
io dirò un giorno le vostre nascite latenti:
A, nero corsetto villoso delle mosche lucenti
che ronzano intorno a fetori crudeli,

golfi d’ombra; E, candori di vapori e di tende,
lance di ghiacciai superbi, re bianchi, brividi di umbelle;
I, porpora, sangue sputato, riso di labbra belle
nella collera o nelle ebbrezze penitenti;

U, cicli, vibrazioni divine dei verdi mari,
pace dei pascoli seminati di animali, pace di rughe
che l’alchimia imprime nelle ampie fronti studiose;

O, suprema Tuba piena di stridori strani,
silenzi solcati dai Mondi e dagli Angeli:
– O l’Omega, raggio violetto dei Suoi Occhi!

Arthur Rimbaud, le poesie più belle ultima modifica: 2018-11-10T09:03:30+00:00 da Salvatore Galeone

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