La guerra è finita, ma per Marie la pace non significa ancora essere al sicuro. È da questa contraddizione che nasce Woman Unknown, il film della regista danese di origini egiziane May el-Toukhy che ha conquistato il Leone d’Oro all’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.
La vittoria è accompagnata dalla Coppa Volpi a Mathilde Arcel, interprete della protagonista, e porta al centro del festival una pagina meno raccontata del secondo dopoguerra europeo: quella delle donne accusate di avere avuto rapporti sentimentali o sessuali con uomini appartenenti alle forze di occupazione tedesche.
Woman Unknown parte dalla Danimarca del 1945, ma il suo sguardo si allarga immediatamente alla maniera in cui una società decide chi debba portare sul proprio corpo la vergogna di una storia collettiva. Durante la premiazione el-Toukhy ha spiegato che a sostenerla nella realizzazione del film è stata proprio l’urgenza di illuminare le donne rimaste sconosciute della storia comune.
“Woman Unknown”, di cosa parla il film Leone d’Oro a Venezia 83
Marie è una giovane domestica e bambinaia che sta per sposare Christian, ricco vedovo più anziano per il quale lavora. Il matrimonio potrebbe trasformare radicalmente la sua esistenza: da dipendente della famiglia diventerebbe la padrona della casa, conquistando una sicurezza economica e una posizione sociale che fino a quel momento le erano precluse.
Esiste però qualcosa che Christian ignora. Durante l’occupazione nazista della Danimarca, Marie ha avuto una relazione intima con un soldato tedesco e, dopo la Liberazione, quel passato può distruggere tutto ciò che sta cercando di costruire. Il ritorno di una persona che conosce il suo segreto rende sempre più difficile nasconderlo e costringe la protagonista a prendere decisioni estreme pur di proteggere il proprio futuro. La Biennale presenta il film come una produzione tra Danimarca, Svezia e Lettonia della durata di 124 minuti, scritta dalla stessa el-Toukhy insieme a Maren Louise Käehne.
Il meccanismo narrativo possiede quasi la tensione di un thriller. Più si avvicina il matrimonio, più il passato sembra stringersi intorno a Marie, mentre l’ambiente domestico nel quale dovrebbe iniziare la sua nuova vita diventa progressivamente uno spazio di paura.
La critica internazionale ha accostato alcune atmosfere del film a Rebecca di Daphne du Maurier e all’adattamento di Alfred Hitchcock, soprattutto per la presenza ingombrante della moglie morta di Christian e per la posizione precaria della giovane donna entrata in una casa che non le appartiene ancora completamente. Ma dietro questa costruzione quasi gotica esiste una questione storica concreta, ed è proprio qui che Woman Unknown assume una dimensione più ampia della vicenda individuale della sua protagonista.
Le donne che nel dopoguerra furono accusate di aver “amato il nemico”
Il passato che Marie cerca di nascondere non costituisce soltanto un espediente cinematografico. Alla fine dell’occupazione tedesca, anche in Danimarca le donne sospettate di aver intrattenuto relazioni con soldati tedeschi furono esposte a forme di vendetta e umiliazione pubblica. Il film mostra donne trascinate nelle strade, rasate e marchiate con svastiche, trasformando il loro corpo nel luogo sul quale la comunità può rappresentare simbolicamente la propria liberazione dal nemico.
È uno degli aspetti più inquietanti della storia raccontata da May el-Toukhy perché permette di osservare come la sessualità femminile possa diventare improvvisamente una questione politica. Il problema non riguarda più soltanto chi una donna abbia desiderato o amato, ma ciò che quel rapporto viene fatto significare dalla collettività. A Marie non viene chiesto semplicemente di rispondere delle proprie decisioni: il suo passato può essere reinterpretato come un tradimento dell’intera nazione. L’intimità viene sottratta alla sfera privata e trasformata in prova di fedeltà politica, mentre il corpo femminile diventa il supporto visibile sul quale infliggere la punizione.
Quando la vergogna della guerra viene scaricata sui corpi femminili
È qui che Woman Unknown sembra porre la domanda più interessante. Una società che esce da un’occupazione ha bisogno di ricostruire la propria identità e di distinguere chi ha resistito da chi ha collaborato, ma la realtà raramente può essere divisa in categorie così nette.
Il film introduce una contraddizione significativa proprio attraverso Christian. Mentre la relazione sentimentale di Marie con un tedesco può condannarla socialmente, la fabbrica dell’uomo che sta per sposare aveva tratto beneficio dai clienti tedeschi durante l’occupazione. La differenza apre un problema molto più grande della vicenda amorosa: perché alcune forme di compromesso con l’occupante diventano più visibili e vergognose di altre?
Il corpo di una donna è immediatamente identificabile e può essere rasato, esposto, insultato. Una relazione può diventare una storia facilmente comprensibile alla folla e la donna che l’ha vissuta può essere trasformata nel simbolo concreto del tradimento. Le collaborazioni economiche, gli interessi industriali e i compromessi compiuti dagli uomini possono invece essere più difficili da rendere visibili e soprattutto coinvolgere settori molto più estesi della società. La lettura proposta dal film diventa quindi profondamente politica: la punizione delle donne permette anche di costruire una rappresentazione semplificata della colpa, spostandola verso soggetti sui quali la comunità possiede già un potere sociale e morale.
Marie non è costruita come una vittima perfetta
May el-Toukhy compie però una scelta fondamentale evitando di trasformare Marie in un personaggio semplicemente innocente perseguitato da una società crudele. Man mano che il rischio di essere scoperta aumenta, la protagonista diventa capace di manipolare le situazioni e di compiere scelte sempre più problematiche pur di salvare la nuova esistenza che intravede davanti a sé.
La sua condizione sociale spiega la disperazione con cui difende quella possibilità, ma il film non elimina le sue contraddizioni. È proprio questa ambiguità a rendere Woman Unknown più complesso di una ricostruzione storica costruita per distribuire facilmente vittime e colpevoli.
Marie vuole sopravvivere, salire nella gerarchia sociale e sottrarsi a un passato che potrebbe condannarla. Il matrimonio con Christian rappresenta contemporaneamente sicurezza, appartenenza e trasformazione della propria identità.
Diventare la signora della casa significa poter lasciare indietro la domestica che era stata, ma il passato continua a ricordarle che l’identità sociale non può essere sostituita con la stessa facilità di un abito. Anche il matrimonio assume così una sfumatura meno romantica e più materiale: per una donna della sua condizione, nel 1945, sposare un uomo ricco significa accedere a possibilità che il lavoro da domestica difficilmente potrebbe offrirle.
Mathilde Arcel conquista anche la Coppa Volpi
La forza del personaggio ha portato Mathilde Arcel a conquistare la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile, trasformando Woman Unknown nel grande protagonista del palmarès veneziano.
La giuria presieduta da Maggie Gyllenhaal ha quindi premiato sia il film sia l’attrice chiamata a sostenerne quasi interamente la tensione psicologica. Marie deve infatti vivere continuamente su due livelli: quello della giovane donna che sta preparando il proprio matrimonio e quello di chi sa che una parte della propria vita potrebbe riemergere da un momento all’altro.
Il suo volto diventa così uno degli strumenti principali attraverso cui el-Toukhy costruisce la suspense. La paura non dipende soltanto dalla possibilità che qualcuno scopra un segreto, ma dalla consapevolezza di ciò che accadrebbe dopo. Intorno a Marie esiste una società che sta già mostrando quale trattamento riservi alle donne considerate colpevoli dello stesso comportamento e ogni umiliazione osservata nelle strade anticipa potenzialmente il suo futuro. Il pubblico conosce quindi la minaccia prima ancora che essa raggiunga direttamente la protagonista, facendo della sua quotidianità apparentemente ordinaria una condizione di sorveglianza permanente.
May el-Toukhy porta al cinema le “donne sconosciute” della Storia
La vittoria assume un significato ancora più particolare considerando che May el-Toukhy era l’unica regista donna tra i 21 film del concorso principale di Venezia 83. La stessa presidente di giuria Maggie Gyllenhaal aveva affrontato all’apertura del festival il problema della scarsa rappresentanza femminile, pur precisando al momento della premiazione che le decisioni erano state prese sulla base dei film. El-Toukhy diventa inoltre l’ottava regista a conquistare il Leone d’Oro nella storia della Mostra.
Ma sono soprattutto le parole pronunciate dalla regista ritirando il premio a spiegare la ragione profonda del progetto. El-Toukhy ha parlato della necessità di portare alla luce le donne rimaste sconosciute della storia condivisa, figure le cui esperienze rischiano di scomparire quando il racconto dei grandi eventi viene costruito prevalentemente attraverso battaglie, leader politici, eserciti e trattati.
Woman Unknown compie il movimento contrario: osserva la fine della Seconda guerra mondiale attraverso una domestica e mostra che un evento storico continua a esistere anche dentro una casa, in un matrimonio imminente, nella paura di essere riconosciute per strada e nel modo in cui una comunità giudica il desiderio.
“Woman Unknown” racconta una guerra che continua anche dopo la pace
Il titolo acquista allora un significato particolarmente potente. Marie è una “donna sconosciuta”, ma dietro di lei se ne possono intravedere molte altre. Donne delle quali la grande Storia ha spesso conservato l’accusa più facilmente della voce, riducendole alla relazione avuta con un soldato occupante e cancellando le condizioni materiali, affettive e sociali nelle quali quella relazione era nata. May el-Toukhy non sembra interessata a sostituire una condanna con un’assoluzione generale, quanto a restituire complessità a vite che le narrazioni collettive hanno trasformato in categorie.
È forse questa la ragione per cui il Leone d’Oro a Woman Unknown va oltre la premiazione di un dramma storico ben costruito. La Seconda guerra mondiale finisce ufficialmente, ma la violenza continua a circolare nella società che le sopravvive, cambiando forma e individuando nuovi corpi sui quali esercitarsi. Marie cerca di attraversare quel passaggio storico costruendosi un futuro mentre tutti intorno a lei pretendono che il passato stabilisca chi abbia il diritto di diventare. La guerra è terminata, la battaglia per controllare la memoria e il corpo delle donne no. Ed è proprio dando un volto a una di quelle vite rimaste ai margini che May el-Toukhy ha conquistato il Leone d’Oro di Venezia 83.

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