“Galeotto fu il libro e chi lo scrisse”, la lezione di Dante sul potere immortale delle parole e dell’amore

Attraverso Paolo e Francesca, Dante svela la forza della letteratura: “Galeotto fu il libro” ricorda che le parole possono accendere l’amore e la vita.

Galeotto fu il libro e chi lo scrisse, la lezione di Dante sul potere immortale delle parole e dell'amore

Il verso 137 del quinto canto dell’Inferno dantesco è senza ombra di dubbio uno dei momenti più celebri, intensi ed emozionanti dell’intera “Divina Commedia“.

“Galeotto fu il libro e chi lo scrisse”.

Con questa iconica frase, Dante Alighieri ci proietta nel secondo cerchio, quello dedicato ai lussuriosi, un luogo buio dove il Poeta apre allo sguardo del lettore la tragica sorte ultraterrena di coloro che, durante la loro esistenza, non sono riusciti a sottrarsi al vento turbinoso e irrazionale della passione.

La loro punizione segue la rigida logica del contrappasso: poiché in vita si fecero travolgere dall’impeto dei sensi senza porre freno al desiderio, così nell’aldilà sono condannati a essere trascinati per l’eternità da un’incessante e violenta bufera infernale, che li sbatte da una parte all’altra senza mai concedere loro riposo. Qui, Dante incontra due anime che volano leggere e inseparabili nel vento: Paolo Malatesta e Francesca da Rimini.

Il contesto: un amore fatale

Per comprendere a pieno la portata emotiva dei versi che seguiranno, bisogna ricordare la loro storia. Francesca, giovane nobildonna romagnola, era stata costretta a un matrimonio di convenienza per ragioni politiche con Gianciotto Malatesta, un uomo d’arme descritto dalle cronache come zoppo e sgraziato. Ma il destino volle che a rubarle il cuore fosse il fratello di lui, il ben più affascinante Paolo. La loro fu una relazione clandestina destinata a una fine atroce: sorpresi in un momento di intimità dal marito tradito, vennero brutalmente assassinati.

Dante, profondamente turbato e mosso a pietà, rivolge a Francesca una domanda delicata e precisissima: in quale istante, esattamente, lei e Paolo hanno scoperto di amarsi? Qual è stato il momento in cui la vita si è fermata sotto il peso del cuore? (vv. 118-120):

Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri,
a che e come concedette amore
che conosceste i dubbiosi disiri?

“Galeotto fu il libro”: chi era l’intermediario?

Nei versi successivi veniamo improvvisamente trasportati via dall’Inferno, catapultati in una stanza di un palazzo signorile dell’Italia di fine Duecento (vv. 127-129). I due cognati sono soli, la solitudine li avvolge in un’atmosfera sospesa e senza alcun sospetto. Stanno leggendo per puro diletto le pagine di un romanzo cavalleresco del ciclo bretone, molto diffuso tra le dame e i cavalieri del raffinato mondo feudale: le avventure di Lancilotto e del suo amore proibito per la regina Ginevra.

Le parole del testo, pronunciate ad alta voce, risuonano nella vastità della sala. Forse si erano dedicati a quella lettura già altre volte; in ogni caso, non avevano alcun presentimento di quello che sarebbe accaduto di lì a poco. Come un abile regista, l’Amore non prende troppa rincorsa prima di colpire.

Quando leggemmo il disiato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,
la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu ‘l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante.
(vv. 133-138)

La passione emerge lentamente, fa impallidire i due ragazzi, finché, rapito dall’emozione scaturita dalla pagina che descrive il bacio tra Lancilotto e Ginevra, Paolo si lascia ispirare e bacia la sua Francesca. In quell’istante smettono di leggere: l’Amore si è finalmente rivelato.

Ma perché Francesca dice “Galeotto fu il libro”? Nella tradizione letteraria arturiana, Galehaut (italianizzato in Galeotto) era l’amico cavaliere di Lancilotto, colui che fece fisicamente da intermediario tra lui e la regina, incoraggiandoli a dichiararsi. Dante usa questa figura in modo magistrale: il libro che i due leggevano, e l’autore che lo aveva scritto, hanno fatto le veci di Galeotto. Il libro è stato il “ruffiano”, il complice silenzioso che ha abbattuto i loro freni inibitori, permettendo al desiderio di diventare realtà.

Il bacio nella poesia: un’eco che attraversa i secoli

Grazie al contributo dello scrittore Dario Pisano, analizziamo come quell’atto disperato e bellissimo raccontato da Dante si inserisca in un mosaico poetico immenso. Il bacio, come suggello d’amore, attraversa tutta la storia della letteratura.

C’era una volta un poeta latino, Catullo, che chiedeva alla sua amata un numero infinito e vertiginoso di baci, per confondere gli invidiosi: “da mi basia mille, deinde centum / dein mille altera, dein secunda centum…”.

Un desiderio inesauribile che riecheggerà molto tempo dopo nelle parole di Marcel Proust: “Ogni bacio chiama un altro bacio. Ahi! Nei primi tempi di un amore i baci nascono con tanta naturalezza! Spuntano così vicini gli uni agli altri; e a contare i baci che ci si è dati in un’ora si faticherebbe come a contare i fiori di un campo nel mese di maggio”.

Anche nel Cinquecento, Ludovico Ariosto esplora la memoria di questi attimi ineffabili: “O mente ancor di non sognare incerta / quando abbracciar dalla mia dea mi vidi…”. Nel ricordo di una stanza vissuta come un avventuroso “carcere soave”, al poeta vengono elargiti “dolci baci, dolcemente impressi / ben mille e mille e mille e mille volte”, in un palese e dolce omaggio proprio ai versi di Catullo.

Questo intenerimento della memoria appartiene alla stessa vena ispirativa del greco Konstantinos Kavafis, che vede nel ricordo puro dell’estasi il senso dell’esistere: «Mirra e delizia della vita mi è il ricordo delle ore / in cui trovai il piacere come lo desideravo / e lo trattenni forte».

Più vicino a noi, il grande poeta spagnolo Pedro Salinas ci ha ricordato che ogni separazione amorosa rinnova il trauma della nascita (“Vivere, dal principio, è separarsi”), e che l’amore, in fondo, è un «miracoloso ritardo» della solitudine.
Fino ad arrivare all’argentino Jorge Luis Borges, che in una delle sue opere più celebri, la poesia Inno, descrive l’eco interiore di un vero bacio d’amore. Dopo aver elencato i momenti più straordinari e mitici della storia del mondo (da Adamo a Virgilio, da Pitagora a Whitman), Borges conclude svelando che tutto il passato dell’universo torna e ha senso “solo perché una donna ti ha baciato”.

Cosa ci insegna questa frase oggi

Ma cosa ci insegna, in definitiva, la celebre frase di Dante? “Galeotto fu il libro e chi lo scrisse” è un monito e, al tempo stesso, la più straordinaria dichiarazione d’amore nei confronti della letteratura.

Dante ci ricorda che l’arte, i libri e le storie non sono mai oggetti inermi o passivi. Hanno il potere di agire sulla nostra vita reale, di scardinare le nostre certezze, di farci specchiare nelle paure e nei desideri dei personaggi fino a darci il coraggio di agire. Le parole non si limitano a descrivere il mondo: lo creano, lo trasformano. E a volte, un libro letto insieme è tutto ciò che serve per rompere il silenzio, svelando le verità più profonde nascoste in fondo al cuore.