James Joyce è considerato, quasi all’unanimità, uno dei padri della letteratura moderna. Con il suo capolavoro assoluto, “l’Ulisse“, lo scrittore irlandese ha rivoluzionato per sempre il modo di scrivere e di raccontare l’interiorità umana.
Attraverso lo scorrere di un’unica giornata (il 16 giugno 1904) nella città di Dublino e l’innovativa tecnica del flusso di coscienza, Joyce ci proietta nella mente dei suoi protagonisti, in particolare in quella del disincantato e mediocre Leopold Bloom.
L’Ulisse è un’opera monumentale capace di scandagliare le profondità dell’animo umano, mettendone a nudo bassezze, ipocrisie e infinite contraddizioni. E proprio tra le fitte pagine di questo romanzo epocale si nasconde una frase fulminea, quasi un aforisma, che colpisce il lettore per la sua disarmante lucidità psicologica:
“Si può passar sopra a un morso di lupo, ma non a un morso di pecora.”
Mentre il romanzo intreccia relazioni complesse, infedeltà (come quella subita da Bloom ad opera della moglie Molly) e l’incontro quasi spirituale tra Leopold e il giovane e irrequieto intellettuale Stephen Dedalus, questa specifica riflessione merita di essere estratta dal contesto narrativo. Cosa ci insegna, davvero, questa metafora per la nostra vita di tutti i giorni?
L’onestà del nemico (Il morso del lupo)
Per comprendere l’insegnamento di Joyce, dobbiamo prima analizzare i due animali chiamati in causa, a partire dal lupo. Il lupo è, per antonomasia, il predatore. È selvaggio, pericoloso, aggressivo. Se un lupo ti morde, sta semplicemente agendo secondo la sua natura. Traslato nei rapporti umani, il “lupo” rappresenta il nostro nemico dichiarato, l’antagonista palese o la persona che non fa alcun mistero della sua profonda antipatia nei nostri confronti.
Joyce ci dice che a un morso del genere “si può passar sopra”. Perché? Perché, in fondo, ce lo aspettiamo. Il dolore c’è, la ferita sanguina, ma non c’è inganno. Dal nemico dichiarato ci si aspetta l’attacco; si prendono le misure, ci si difende apertamente e, col tempo, si può persino arrivare a perdonarlo o ad accettare lo scontro come una dinamica naturale dell’esistenza. Nel morso del lupo risiede, a suo modo, una brutale onestà.
Il tradimento della fiducia (Il morso della pecora)
La pecora, al contrario, è il simbolo universale della docilità, dell’innocenza, dell’assoluta inoffensività. Una pecora non dovrebbe mordere; non rientra nella sua natura, né in alcun modo nelle nostre aspettative. Quando lo fa, l’atto diventa innaturale, spiazzante e, proprio per questo, sconvolgente.
Il “morso di pecora” è la perfetta trasposizione letteraria del tradimento che arriva da chi ritenevamo innocuo o, peggio, amico. È la pugnalata alle spalle inferta da chi si finge solidale, la cattiveria meschina di chi si nasconde dietro la comoda maschera del perbenismo, o l’egoismo spietato di chi passa la vita a fare la vittima, colpendo a tradimento.
Cosa ci insegna questa frase di James Joyce oggi
L’insegnamento profondo che ci consegna la genialità di James Joyce è che ciò che rende un’offesa davvero imperdonabile non è tanto l’entità oggettiva del danno subito, quanto l’inganno relazionale che lo ha generato.
Il morso di pecora è un’offesa impossibile da perdonare perché colpisce nell’intimità, finendo per mandare in frantumi la nostra stessa bussola emotiva. A far davvero male non è soltanto il gesto in sé, ma la crepa che si apre nella fiducia verso il nostro stesso giudizio: di fronte a un tradimento inaspettato finiamo per tormentarci, chiedendoci come abbiamo potuto essere così ciechi e abbassare a tal punto le difese.
A questo shock si aggiunge la scoperta di un’ipocrisia strisciante, dove l’apparente innocenza o la presunta fragilità vengono usate come un’arma. È una cattiveria che agisce nell’ombra, priva di qualsiasi regola d’ingaggio, un veleno lento che scava dentro proprio perché smentisce l’immagine di candore che l’altro ha sempre proiettato.
A rendere l’atto del tutto imperdonabile, infine, è la profonda viltà che lo nutre. Se il lupo ci affronta a viso aperto e si assume il rischio dello scontro, la pecora colpisce a tradimento soltanto quando sa di poterla fare franca, nascosta nella sua apparente inoffensività. È proprio questa pavidità di fondo a suscitare un rifiuto istintivo, rendendo quasi fisiologicamente impossibile qualsiasi tentativo di riconciliazione.
In conclusione, la disincantata saggezza di Joyce, attraverso la mente di Leopold Bloom, ci mette in guardia da una delle dinamiche più dolorose dell’esperienza umana. Ci ricorda che, sebbene la vita ci insegni a corazzarci e a lottare a viso aperto contro i “lupi”, rimaniamo costantemente, e pericolosamente, vulnerabili di fronte a chi si nasconde nel gregge. Accettare e superare l’ostilità di un vero nemico è un segno di grande maturità; ma rifiutarsi di giustificare la cattiveria ipocrita di un finto innocente è un atto essenziale di autoconservazione.

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