I versi di Franco Costabile contro un mondo che fa troppo rumore

Bastano sette versi a Franco Costabile per costruire una delle liriche più intense della raccolta La rosa nel bicchiere (1961). Apparentemente semplice, quasi dimessa, la poesia Mosche racchiude una straordinaria ricchezza di significati, condensando in poche immagini l’intero universo poetico dell’autore calabrese. È una poesia che parla della memoria, dell’infanzia, della propria terra e della…

I versi di Franco Costabile contro un mondo che fa troppo rumore

Bastano sette versi a Franco Costabile per costruire una delle liriche più intense della raccolta La rosa nel bicchiere (1961). Apparentemente semplice, quasi dimessa, la poesia Mosche racchiude una straordinaria ricchezza di significati, condensando in poche immagini l’intero universo poetico dell’autore calabrese. È una poesia che parla della memoria, dell’infanzia, della propria terra e della ricerca di una luce capace di sopravvivere anche nei luoghi più poveri e dimenticati.

«Mosche,
primo blu della vita.
Raccontatemi voi
qualche dolcezza,
ditemi almeno
fin dove arriva nel vicolo
un raggio di sole.»

A cogliere la profondità di questi versi è Aldo Nove, che, nel suo commento introduttivo alla raccolta, individua in La rosa nel bicchiere il punto più alto della poesia di Costabile. Secondo Nove, questa silloge rappresenta «il vertice e il punto di rottura di una poesia altissima», caratterizzata da un registro «quasi fotografico» che richiama l’immediatezza degli haiku giapponesi: brevi descrizioni di istanti che si trasformano in visioni potenti, nelle quali convivono stupore e smarrimento.

Una poesia profonda che nasce dall’istante, quella di Franco Costabile

La prima impressione che offre Mosche è quella di una semplicità assoluta. Non vi sono descrizioni elaborate, né metafore complesse, né costruzioni sintattiche ricercate. Tutto sembra nascere da un frammento di realtà. Le mosche diventano improvvisamente interlocutrici del poeta. È una scelta sorprendente. Normalmente la mosca è associata a qualcosa di fastidioso, insignificante, persino sgradevole. Costabile, invece, le attribuisce un valore completamente diverso. Le chiama:

«Mosche,
primo blu della vita.»

Aldo Nove osserva che proprio questo secondo verso richiama la grande lezione dei simbolisti francesi, in particolare Rimbaud e Mallarmé, attraverso una potentissima sinestesia. Definire le mosche come «primo blu della vita» significa accostare elementi apparentemente lontanissimi: un insetto e un colore, una presenza concreta e una percezione quasi spirituale.

Lo stesso Nove sottolinea quanto sia difficile perfino classificare questa figura retorica, tanto ardito è l’accostamento. Ma proprio questa libertà espressiva permette alla poesia di oltrepassare ogni schema interpretativo.

Il paesaggio interiore

Secondo Aldo Nove, la forza di Costabile consiste nella capacità di trasformare il paesaggio in una dimensione interiore. Dietro ogni immagine naturale si nasconde qualcosa di più profondo. Le mosche non sono semplicemente insetti. Il vicolo non è soltanto uno spazio urbano. Il raggio di sole non rappresenta soltanto un fenomeno atmosferico.

Ogni elemento diventa il simbolo di una memoria, di una perdita, di una ricerca. Per Nove, nella poesia di Costabile si manifesta continuamente quello che, riprendendo una celebre espressione di Andrea Zanzotto, potremmo definire il «dietro il paesaggio»: la realtà visibile lascia intravedere un mondo invisibile fatto di emozioni, ricordi e contraddizioni.
È il paesaggio della Calabria, ma è anche quello dell’anima. La nostalgia di una luce La domanda rivolta alle mosche è straordinariamente semplice:

«Ditemi almeno
fin dove arriva nel vicolo
un raggio di sole.»

Il poeta non domanda grandi verità, non cerca spiegazioni filosofiche, vuole sapere soltanto dove riesca ad arrivare un raggio di luce.
Questa richiesta assume immediatamente un valore simbolico. Il sole rappresenta la speranza, la vita, la possibilità di una felicità che resiste anche negli spazi più angusti. Il vicolo diventa invece il luogo della povertà, dell’emarginazione, della quotidianità più difficile. La domanda di Costabile è allora anche una domanda rivolta alla propria esistenza: fino a dove può arrivare la luce nella vita di chi conosce il dolore, la solitudine e l’abbandono?

Una poesia profondamente calabrese

Aldo Nove insiste sul fatto che tutta La rosa nel bicchiere nasce da un legame indissolubile con la Calabria. Non si tratta però di un regionalismo folkloristico. La Calabria di Costabile è una terra fatta di contraddizioni. È una terra bellissima e insieme ferita. Ricchissima di luce e nello stesso tempo segnata dalla povertà, dall’emigrazione e dalle ingiustizie storiche. Per questo Nove parla di «dense contraddizioni» che percorrono l’intera raccolta. Anche in Mosche questa duplicità è evidente. La dolcezza cercata dal poeta convive con un senso di malinconia. La luce esiste, ma deve faticare per raggiungere il fondo del vicolo. La bellezza è presente, ma appare fragile e continuamente minacciata.

Una poesia contro le mode letterarie

Uno degli aspetti più interessanti messi in evidenza da Aldo Nove riguarda la posizione di Costabile nel panorama della poesia italiana degli anni Sessanta. Secondo il critico, mentre molti autori dell’epoca cercavano di rompere con ogni forma di identità poetica, Costabile continuava a scrivere una poesia profondamente radicata nella propria esperienza umana. Per questo motivo venne spesso liquidato con etichette semplicistiche, fino a essere definito perfino «populista». Nove considera questo giudizio un grave errore critico. Costabile non cerca il consenso, non costruisce una poesia ideologica, scrive semplicemente il proprio mondo.

La sua voce nasce da un’esigenza di verità che non può essere sacrificata alle mode culturali del momento.

L’esigenza della verità

Tra le osservazioni più significative di Aldo Nove vi è quella secondo cui la caratteristica fondamentale della raccolta non è tanto il realismo quanto la verità.

Lo afferma esplicitamente:

«L’eccezionalità di La rosa nel bicchiere sta innanzitutto nella esigenza di verità che ne anima lo spirito.» È una distinzione importante. La realtà può essere semplicemente descritta. La verità, invece, richiede partecipazione, sofferenza, autenticità. In Costabile le due dimensioni quasi coincidono. Ogni immagine nasce da un’esperienza realmente vissuta, ma viene trasfigurata dalla poesia senza perdere la propria sincerità.

Anche Mosche segue questo principio. Non è una fotografia oggettiva. È una memoria trasformata in linguaggio poetico.

Una concretezza quasi magica

Aldo Nove parla della «magia assolutamente concreta del paesaggio». L’espressione sembra un ossimoro, ma descrive perfettamente la poesia di Costabile. La magia nasce proprio dalla precisione delle immagini.

Non esistono effetti spettacolari. Non esistono simbolismi oscuri. Ogni parola appartiene alla vita quotidiana. Eppure il risultato è sorprendente. Le mosche diventano custodi della memoria. Il blu diventa il colore dell’origine. Il sole diventa misura della speranza. Il vicolo diventa metafora dell’intera esistenza.

Un mondo costruito con poco

Costabile riesce a fare poesia utilizzando elementi umilissimi:
Mosche.
Vicoli.
Sole.
Dolcezza.

Sono parole semplici, quasi infantili. Ma proprio questa essenzialità conferisce ai versi una forza universale. Nove paragona l’efficacia della raccolta all’immediatezza degli haiku giapponesi. Come negli haiku, anche qui il poeta non racconta. Suggerisce. Accenna. Lascia che il lettore completi il significato. Una voce ancora attuale

A più di sessant’anni dalla pubblicazione de La rosa nel bicchiere, Mosche continua a parlare con sorprendente intensità al lettore contemporaneo. In un’epoca dominata dalla velocità, dall’accumulo di immagini e dall’eccesso di parole, Costabile dimostra che bastano pochi versi per evocare un intero universo emotivo. La sua poesia non cerca effetti spettacolari, ma affida la propria forza alla sincerità dello sguardo e alla precisione delle immagini.

Le pagine di Aldo Nove aiutano a comprendere come dietro l’apparente semplicità di questa lirica si nasconda un progetto poetico di grande profondità. La capacità di trasformare un dettaglio quotidiano in una rivelazione, di fondere paesaggio e memoria, di dare voce a una Calabria insieme concreta e simbolica, fa di Franco Costabile uno dei poeti più originali del secondo Novecento. Mosche diventa così molto più di una breve poesia: è una meditazione sulla memoria, sulla luce che resiste nelle zone d’ombra dell’esistenza e sul bisogno umano di ritrovare, anche attraverso le immagini più umili, una traccia di dolcezza capace di illuminare il proprio cammino.