Tra le numerose riflessioni contenute ne Il mestiere di vivere, il diario che Cesare Pavese scrisse tra il 1935 e il 1950, una delle più intense e universali è senza dubbio questa:
«Non ci si libera di una cosa evitandola, ma soltanto attraversandola.»
Cesare Pavese e il suo diario
Annotata il 22 novembre 1945, questa frase possiede la forza e la limpidezza degli autentici aforismi: in poche parole racchiude un principio che riguarda l’esperienza umana in ogni sua dimensione. Non è soltanto una riflessione psicologica, né esclusivamente una considerazione esistenziale. È una legge della vita, formulata con quella sobrietà tipica della scrittura di Pavese, capace di trasformare un’osservazione personale in una verità di valore universale.
L’apparente semplicità della frase non deve ingannare. Dietro queste poche parole si cela infatti una concezione molto profonda del rapporto dell’uomo con il dolore, con la paura, con i fallimenti e, più in generale, con tutto ciò che tende a mettere in crisi la nostra esistenza.
La citazione è costruita su una netta opposizione tra due verbi: evitare e attraversare. Essi rappresentano due modi radicalmente diversi di affrontare le difficoltà.
Evitare significa sottrarsi, cambiare strada, rinviare, fingere che un problema non esista oppure sperare che il tempo lo cancelli da solo. Attraversare, invece, implica il coraggio di entrare dentro l’esperienza, di viverla fino in fondo, accettandone anche la fatica e il dolore.
È proprio questa differenza a costituire il cuore della riflessione di Pavese.
Molto spesso gli esseri umani credono che il modo migliore per liberarsi di una sofferenza sia quello di non pensarci più. Si cerca di evitare un ricordo doloroso, una delusione, una perdita, un fallimento. Si cambia ambiente, si modificano le abitudini, ci si distrae con nuovi impegni. Talvolta tutto questo produce un sollievo temporaneo, ma non elimina davvero il problema.
Secondo Pavese, ciò che viene semplicemente evitato continua a esistere. Rimane sullo sfondo della nostra coscienza e, prima o poi, torna a manifestarsi.
L’immagine scelta dallo scrittore è estremamente significativa. Egli non dice che bisogna “combattere” il problema o “sconfiggerlo”. Usa invece il verbo attraversare.
Attraversare significa passare da una parte all’altra. È il verbo che si utilizza per attraversare un fiume, una foresta, una città, un deserto. Ogni attraversamento implica un percorso. Non si rimane immobili davanti all’ostacolo, ma neppure lo si aggira. Lo si percorre.
In questa scelta lessicale è racchiusa tutta la modernità del pensiero di Pavese.
Il dolore, la paura, la delusione non sono realtà dalle quali si possa fuggire definitivamente. Sono esperienze che chiedono di essere vissute, comprese e infine superate.
Naturalmente questa riflessione non nasce nel vuoto. Essa si inserisce nella vicenda biografica e intellettuale di Cesare Pavese, uno degli scrittori italiani più importanti del Novecento.
La sua vita fu segnata da numerose prove difficili: la solitudine, il confino politico durante il fascismo, le delusioni sentimentali, il senso di estraneità nei confronti del mondo e una continua ricerca di significato. Tutte queste esperienze confluirono nel diario Il mestiere di vivere, un’opera che non rappresenta semplicemente una raccolta di appunti, ma un vero laboratorio di riflessione sull’esistenza.
Le annotazioni di Pavese sono spesso severe, persino spietate verso se stesso. Lo scrittore osserva con lucidità i propri limiti, le proprie illusioni e le proprie sconfitte. Non indulge quasi mai nell’autocommiserazione. Al contrario, cerca continuamente di comprendere le dinamiche profonde della condizione umana.
La frase sull’attraversare piuttosto che evitare riflette proprio questo atteggiamento.
È interessante osservare come Pavese non proponga una visione eroica della sofferenza. Non afferma che il dolore sia un bene in sé, né che debba essere ricercato. Sostiene piuttosto che alcune esperienze diventano realmente superabili soltanto quando vengono affrontate.
Questa idea trova sorprendenti corrispondenze in numerose tradizioni filosofiche.
Già gli antichi filosofi stoici insegnavano che l’uomo non può controllare tutti gli eventi della propria vita, ma può scegliere il modo in cui affrontarli. Anche la tragedia greca mostra spesso personaggi che diventano veramente consapevoli soltanto passando attraverso prove dolorose.
Nella letteratura occidentale il tema dell’attraversamento assume frequentemente un valore simbolico. Dante attraversa l’Inferno prima di poter raggiungere il Paradiso. Ulisse attraversa il mare alla ricerca della conoscenza. Molti romanzi di formazione raccontano proprio il percorso di un protagonista che matura grazie alle difficoltà incontrate lungo il cammino.
Pavese riprende questa antichissima intuizione e la esprime con un linguaggio completamente moderno.
Anche sul piano psicologico la sua osservazione appare straordinariamente attuale.
Le emozioni che vengono sistematicamente represse o negate difficilmente scompaiono. Possono rimanere latenti per molto tempo, ma continuano a esercitare un’influenza sul comportamento. L’evitamento offre spesso un sollievo immediato, ma rischia di impedire una reale elaborazione dell’esperienza.
Attraversare significa invece concedersi il tempo necessario per comprendere ciò che è accaduto, accettarne le conseguenze e integrare quell’esperienza nella propria storia personale.
In questo senso la frase di Pavese non riguarda soltanto il dolore. Può essere applicata anche alla paura.
Quante volte rinunciamo a un progetto perché temiamo il fallimento? Quante occasioni perdiamo semplicemente perché preferiamo evitare l’incertezza? Anche in questi casi l’evitamento non libera davvero dalla paura. Al contrario, tende spesso a rafforzarla. Soltanto affrontando gradualmente ciò che temiamo possiamo ridurne il potere su di noi.
Lo stesso vale per i conflitti: ignorare un problema nei rapporti umani raramente lo risolve. Le incomprensioni lasciate irrisolte finiscono spesso per accumularsi. Attraversare il conflitto significa affrontare un dialogo difficile, chiarire le proprie ragioni, ascoltare quelle dell’altro e accettare anche il rischio di una sofferenza momentanea pur di raggiungere una soluzione autentica.
Un altro elemento significativo della citazione è il verbo liberarsi. Pavese non parla semplicemente di dimenticare o di lasciarsi alle spalle qualcosa. Liberarsi implica conquistare una nuova libertà. Ma questa libertà non viene regalata. È il risultato di un percorso. Si potrebbe dire che, secondo Pavese, ogni autentica liberazione comporta inevitabilmente un attraversamento. La forza dell’aforisma deriva anche dalla sua struttura linguistica. La frase è costruita con un equilibrio quasi perfetto:
«Non ci si libera di una cosa evitandola, ma soltanto attraversandola.»
Le due proposizioni sono speculari. Da una parte compare l’illusione dell’evitamento; dall’altra la realtà dell’attraversamento. Il ritmo è essenziale, privo di qualsiasi ornamento retorico. Questa semplicità costituisce uno dei tratti più caratteristici della scrittura di Pavese. Lo scrittore evita ogni enfasi. Non cerca effetti spettacolari. Le sue parole sembrano quasi pronunciate sottovoce, ma proprio per questo acquistano una forza particolare. Forse è anche questa sobrietà a spiegare l’enorme fortuna della citazione.
Essa continua a essere ricordata perché parla a ogni lettore senza bisogno di lunghe spiegazioni. Ciascuno può riconoscervi un’esperienza personale: un lutto, una delusione, una scelta difficile, una crisi, una paura, un cambiamento.
La frase suggerisce che non esistono scorciatoie autentiche. Ciò che conta davvero nella vita richiede il coraggio di essere vissuto. Naturalmente questa prospettiva non elimina la sofferenza. Attraversare una prova non significa evitare il dolore che essa comporta. Significa però attribuire a quel dolore un senso diverso: non più un ostacolo da aggirare, ma un passaggio da percorrere.
È una differenza decisiva, l’ostacolo immobilizza, il passaggio conduce altrove.
In questa trasformazione di prospettiva risiede probabilmente il messaggio più profondo dell’aforisma.
A distanza di molti decenni dalla sua stesura, la riflessione di Cesare Pavese conserva una sorprendente attualità. Viviamo in un’epoca che spesso privilegia le soluzioni immediate, la fuga dalle difficoltà, la ricerca di un benessere rapido e privo di fatica. La frase dello scrittore piemontese ricorda invece una verità semplice quanto esigente: alcune esperienze non possono essere cancellate, abbreviate o aggirate. Possono soltanto essere attraversate.
Ed è proprio nell’attraversamento che l’essere umano scopre risorse, consapevolezze e possibilità che prima ignorava di possedere.
Per questo motivo l’aforisma di Pavese non è soltanto una meditazione sul dolore. È anche una riflessione sulla crescita. Ogni esperienza significativa della vita, dalle prove più dure alle trasformazioni più profonde, richiede il coraggio di essere vissuta fino in fondo. Solo allora ciò che sembrava un ostacolo invalicabile può trasformarsi in un ponte verso una comprensione più ampia di sé e del mondo. In questa intuizione risiede la forza senza tempo di una delle pagine più intense del Mestiere di vivere: una lezione che continua a parlare con la stessa limpida autorevolezza ai lettori di oggi, ricordando che la vera libertà non nasce dalla fuga, ma dalla capacità di attraversare consapevolmente ciò che la vita ci pone davanti.
