“Voglio vivere”: Hemingway spiega perché i giovani hanno bisogno di un mondo nuovo

Scopri perché il “Voglio vivere” dei giovani non va condannato attraverso Fiesta, il romanzo sulla “generazione perduta” di Ernest Hemingway.

"Voglio vivere": Hemingway spiega perché i giovani hanno bisogno di un mondo nuovo

Voglio vivere“. È un desiderio che accompagna da sempre la giovinezza e che si manifesta nel bisogno di fare nuove esperienze, conoscere luoghi e persone diverse, mettersi alla prova e cercare una strada differente da quella già tracciata dalle generazioni precedenti.

Ogni nuova generazione, infatti, cresce all’interno di un mondo costruito da chi è venuto prima, ma avverte anche l’esigenza di trasformarlo e di immaginarne uno diverso. Cambiano le epoche, i valori e le condizioni sociali, ma ritorna la stessa spinta a mettere in discussione ciò che è stato ricevuto per trovare nuovi modi di vivere, amare, lavorare e pensare il futuro.

È proprio in questo passaggio che nasce spesso il conflitto generazionale. Ciò che per gli adulti può apparire come irrequietezza, insoddisfazione o rifiuto dei valori acquisiti, per i giovani può rappresentare il tentativo di costruire una vita nella quale riconoscersi. Comprendere questa distanza significa accettare che una nuova generazione non possa limitarsi a riprodurre il mondo precedente, ma abbia bisogno di sperimentare, cambiare e anche sbagliare per trovare il proprio posto.

Ernest Hemingway racconta questa condizione in Fiesta, il romanzo pubblicato cento anni fa con il titolo originale The Sun Also Rises e che ha dato voce alla cosiddetta “Generazione perduta“, i giovani segnati dalla Prima guerra mondiale e dalla crisi delle certezze che avevano sostenuto il mondo dei loro padri. Attraverso Robert Cohn, lo scrittore americano condensa questa inquietudine in una frase che, a cento anni di distanza, conserva intatta la propria forza:

Non sopporto il pensiero che la mia vita stia scorrendo via così in fretta e che io in realtà non la viva.

La paura di Cohn nasce dalla sensazione di vedere il tempo trascorrere senza riuscire a vivere la vita che desidera. È da questa inquietudine che prende forma il suo bisogno di partire e cercare altrove qualcosa di diverso.

A distanza di cento anni, quella stessa inquietudine mostra quanto alcune esigenze ritornino in ogni nuova generazione. I giovani sentono il bisogno di fare esperienza, mettere alla prova il mondo che hanno ricevuto e immaginarne uno diverso nel quale riconoscersi. È proprio da questa spinta che nasce spesso il conflitto con le generazioni precedenti, chiamate ad accettare che crescere significa anche prendere le distanze dai modelli ricevuti per costruirne di nuovi.

Fiesta: il romanzo della “generazione perduta”

Per comprendere fino in fondo la forza delle parole di Robert Cohn, occorre inserirle nel mondo raccontato da Ernest Hemingway in Fiesta. Pubblicato a New York nel 1926 con il titolo The Sun Also Rises, il romanzo segue un gruppo di giovani statunitensi e britannici che vive a Parigi e trascorre parte dell’estate in Spagna, prima sui Pirenei e poi a Pamplona, durante la festa di San Firmino.

Sono giovani che vivono in un’Europa uscita da poco dalla Prima guerra mondiale, in un clima profondamente diverso da quello delle generazioni che li hanno preceduti. Jake Barnes, protagonista e narratore del romanzo, porta sul proprio corpo le conseguenze della guerra: una ferita gli impedisce di vivere pienamente l’amore per Lady Brett Ashley. Intorno a loro si muovono Robert Cohn, Mike Campbell, Bill Gorton e gli altri personaggi di un gruppo che cerca tra viaggi, relazioni, alcol, amicizie e divertimenti una nuova dimensione dell’esistenza.

È il mondo della cosiddetta “Generazione perduta”, espressione diventata indissolubilmente legata a Hemingway e agli scrittori americani che vissero in Europa dopo il conflitto. La guerra aveva lasciato dietro di sé una frattura che riguardava anche valori, aspettative e modelli di vita: per molti giovani tornare semplicemente al mondo precedente significava confrontarsi con certezze nelle quali era diventato difficile riconoscersi.

In Fiesta questa distanza emerge soprattutto attraverso la vita dei personaggi. Parigi, i caffè, le notti trascorse a bere, il viaggio in Spagna, la pesca, la festa di Pamplona e le corride costruiscono un’esistenza continuamente attraversata dalla ricerca di esperienze. Anche i rapporti sentimentali sfuggono ai modelli più tradizionali: Brett ama Jake, sta per sposare Mike, ha una relazione con Cohn e durante la permanenza a Pamplona si innamora del giovane torero Pedro Romero. Alla fine della festa, il gruppo che era arrivato insieme in Spagna appare ormai disgregato dalle gelosie, dagli amori e dai conflitti.

Hemingway racconta così una generazione che cerca di costruire il proprio modo di stare al mondo mentre quello ricevuto dai padri ha perso parte della sua capacità di offrire risposte. Ed è proprio questa esigenza a rendere Fiesta ancora attuale a cento anni dalla sua pubblicazione: ogni nuova generazione eredita un mondo già costruito, ma ha bisogno di modificarlo per riuscire a sentirlo proprio.

“Voglio vivere”: perché i giovani hanno paura di non vivere abbastanza

Nelle parole di Robert Cohn, Hemingway porta in primo piano una delle inquietudini che accompagnano la giovinezza: la sensazione che il tempo a disposizione sia molto e, nello stesso momento, possa non essere abbastanza. Il futuro appare ancora aperto a numerose possibilità, ma proprio questa apertura rende più evidente il peso delle scelte. Scegliere una strada significa rinunciare ad altre, rimandare un’esperienza significa correre il rischio di non viverla e accettare un modello già definito può generare la paura di accorgersi troppo tardi di aver costruito una vita nella quale non ci si riconosce.

È in questa prospettiva che acquista un significato più profondo il dialogo tra Cohn e Jake:

“Senti, Jake.” Si sporse in avanti sul bancone. “Non hai mai la sensazione che la tua vita stia passando senza che tu ne approfitti? Ti rendi conto che hai già vissuto quasi metà degli anni che hai da vivere?”
“Sì, ogni tanto.”
“Lo sai che fra altri trentacinque anni saremo morti?”
“Cosa farnetichi, Robert?” dissi. “Cosa farnetichi?”
“Sto parlando sul serio.”
“È una delle cose di cui proprio non mi preoccupo” dissi.
“Dovresti invece.”

Cohn conta gli anni perché sente di non aver ancora vissuto quanto avrebbe voluto. La sua angoscia riguarda la morte soltanto in apparenza: ciò che realmente lo spaventa è la possibilità di sprecare il tempo prima di essere riuscito a trasformare le proprie possibilità in esperienze reali. Il futuro, quando si è giovani, contiene ancora molte vite possibili e proprio per questo può diventare fonte di inquietudine. Esiste la paura di scegliere male, di rimanere fermi mentre gli altri avanzano, di perdere occasioni irripetibili o di scoprire troppo tardi che le aspettative seguite non corrispondevano ai propri desideri.

Questa percezione aiuta anche a comprendere perché il bisogno di cambiamento sia così presente nelle nuove generazioni. Partire, conoscere persone diverse, sperimentare relazioni, cambiare lavoro o mettere in discussione i valori ricevuti sono anche strumenti attraverso i quali i giovani cercano di capire quale delle possibilità davanti a loro possa diventare una vita reale. La ricerca di qualcosa di nuovo risponde così alla necessità di non lasciare che il tempo scelga al loro posto.

Il problema nasce quando questa urgenza viene osservata esclusivamente attraverso lo sguardo della generazione adulta. Chi ha già attraversato la giovinezza possiede inevitabilmente una diversa esperienza del tempo: conosce il valore della continuità, sa che alcuni risultati richiedono anni e tende a considerare la stabilità come una conquista. Chi si trova all’inizio della vita adulta guarda invece soprattutto alle possibilità ancora aperte e può percepire quella stessa stabilità come una rinuncia prematura a tutto ciò che non ha ancora avuto occasione di conoscere.

Una parte del conflitto generazionale nasce proprio da questa diversa relazione con il tempo. Gli adulti possono vedere incostanza dove i giovani avvertono il bisogno di sperimentare, fretta dove esiste il timore di perdere occasioni, insoddisfazione dove si manifesta la ricerca di una vita diversa. Le due generazioni attribuiscono così significati differenti agli stessi comportamenti e rischiano di giudicarsi senza comprenderne le ragioni.

La domanda di Cohn conserva per questo la propria forza a cento anni di distanza. Ogni nuova generazione si trova davanti un mondo già organizzato da quella precedente, mentre il tempo della giovinezza la spinge a verificare se quel mondo possa davvero contenerne desideri, aspirazioni e modi di vivere. Comprendere questa inquietudine non significa considerare giusta qualsiasi scelta compiuta dai giovani, ma riconoscere come legittimo il loro bisogno di mettere alla prova ciò che hanno ricevuto e di avere il tempo e lo spazio necessari per costruire qualcosa di diverso.

Hemingway, però, non lascia Cohn con questa sola certezza. La sua angoscia lo porta a convincersi che la vita che sta cercando debba trovarsi da qualche altra parte. Per questo vuole partire per il Sud America. Ed è proprio davanti al desiderio di fuga dell’amico che Jake introduce l’altra faccia del problema: cercare un mondo nuovo è necessario, ma cambiare luogo non significa necessariamente cambiare vita.

Cercare un mondo nuovo non significa fuggire da quello in cui si vive

L’angoscia di Robert Cohn non rimane confinata alla paura del tempo che passa. Produce una reazione concreta: il desiderio di partire. Cohn vuole andare in Sud America e attribuisce al viaggio la possibilità di interrompere quella sensazione di immobilità che gli impedisce di sentirsi pienamente vivo. Se la vita che conduce non lo soddisfa, la soluzione sembra trovarsi in un luogo diverso, abbastanza lontano da permettergli di ricominciare.

Jake risponde all’amico mettendo in discussione proprio questa convinzione:

“Senti, Robert, andare in un altro paese non cambia niente. Io ci ho provato. Non puoi sfuggire a te stesso spostandoti da un luogo all’altro. Non serve a niente.”

La risposta di Jake non smentisce il bisogno di Cohn di cercare qualcosa di diverso, ma ne mette in evidenza il limite. Il cambiamento esterno può offrire nuove esperienze, incontri e possibilità, ma non è sufficiente quando viene caricato dell’aspettativa di risolvere un’insoddisfazione che riguarda il rapporto con la propria vita. Cohn immagina il Sud America come il luogo nel quale riuscirà finalmente a vivere; Jake, che ha già viaggiato e soprattutto porta con sé le conseguenze della guerra, sa che cambiare paese non permette di lasciare indietro se stessi.

Hemingway introduce così un elemento importante anche nella comprensione del rapporto tra le generazioni. Il bisogno dei giovani di costruire un mondo diverso merita di essere riconosciuto senza trasformare ogni cambiamento in una soluzione. Una nuova generazione ha bisogno di sperimentare modelli differenti da quelli ricevuti, ma deve anche scoprire quali aspetti della propria insoddisfazione dipendano realmente dal mondo che vuole cambiare e quali, invece, continueranno ad accompagnarla.

È una distinzione difficile soprattutto quando il futuro è ancora aperto. L’altrove esercita una forza particolare perché contiene tutte le possibilità che il presente sembra negare: un’altra città può promettere maggiore libertà, un altro lavoro una realizzazione diversa, nuove relazioni la possibilità di sentirsi finalmente compresi. Il cambiamento diventa così anche una forma attraverso cui immaginare se stessi diversamente.

Questa spinta ha una funzione importante nella crescita, perché permette di uscire dai confini conosciuti e verificare se i modelli ereditati siano ancora adeguati. Il problema emerge quando all’altrove viene affidato il compito di risolvere automaticamente il disagio. Jake conosce questa illusione e, subito dopo, riporta Cohn al luogo dal quale vorrebbe fuggire: Parigi. Gli domanda perché non cominci a vivere la propria vita proprio lì, invece di aspettare che sia il Sud America a trasformarla. Nel confronto tra i due, Jake lo dice chiaramente: “Perché non cominci qui a vivere la tua vita?”

Il dialogo suggerisce quindi una forma più matura di cambiamento. Costruire un mondo nuovo richiede la possibilità di mettere in discussione quello precedente, senza pensare che tutto ciò che appartiene al passato debba essere necessariamente abbandonato. È attraverso l’esperienza che una generazione può capire che cosa non le appartiene più, che cosa desidera trasformare e che cosa, invece, conserva ancora un valore.

Anche per questo il rapporto con le generazioni adulte non dovrebbe ridursi alla contrapposizione tra chi vuole cambiare e chi vuole conservare. L’esperienza di chi è venuto prima può diventare utile quando smette di presentarsi come un modello da riprodurre e si offre come conoscenza con cui confrontarsi. Jake non impedisce a Cohn di partire e non gli chiede di rinunciare alla propria inquietudine: gli consegna semplicemente ciò che la sua esperienza gli ha insegnato, lasciando all’amico la possibilità di farne ciò che vuole.

È forse in questo equilibrio che il conflitto generazionale può diventare un’occasione di crescita per entrambe le parti. I giovani hanno bisogno della libertà di cercare un mondo diverso; gli adulti possono aiutarli soprattutto quando accettano di non decidere quale debba essere quel mondo, mettendo a disposizione l’esperienza maturata nel proprio.

Tutti hanno il diritto di trovare la propria strada

Il bisogno di costruire una vita diversa da quella immaginata dalle generazioni precedenti emerge in Fiesta anche in un altro dialogo, questa volta tra Jake, Brett e il conte Mippipopolous. Il conte appartiene a una generazione diversa dalla loro: ha cinquantacinque anni, ha attraversato guerre e rivoluzioni e possiede ormai una visione della vita maturata attraverso una lunga esperienza.

A un certo punto, dopo aver trascorso la serata insieme, guarda Jake e Brett e pone loro una domanda molto semplice:

“Perché non vi sposate voi due?”

Jake risponde:

“Vogliamo avere ognuno una propria vita.”

E Brett aggiunge:

“E dobbiamo pensare alle nostre carriere.”

In poche battute Hemingway mette a confronto due modi diversi di immaginare la vita adulta. Il conte guarda Jake e Brett, vede il legame che esiste tra loro e indica spontaneamente una strada che appartiene a un modello riconoscibile: se due persone si amano, perché non sposarsi? Jake e Brett rispondono rivendicando qualcosa che per loro viene prima della soluzione proposta dall’uomo più anziano: la possibilità di avere una vita propria.

La loro risposta permette di comprendere meglio anche il bisogno di cambiamento che attraversa il romanzo. Ogni generazione riceve insieme al mondo nel quale cresce anche una serie di aspettative su ciò che dovrebbe diventare: quando costruire una famiglia, quale posto attribuire al lavoro, che forma dare alle relazioni, quali obiettivi considerare importanti. Crescere significa inevitabilmente confrontarsi con queste aspettative e decidere quali fare proprie e quali modificare.

Il conflitto nasce quando ciò che la generazione precedente considera una strada naturale viene percepito da quella successiva come una possibilità tra le altre. Per gli adulti può essere difficile accettarlo, perché vedere messi in discussione determinati modelli significa talvolta vedere relativizzate scelte sulle quali hanno costruito una parte importante della propria vita. Per i giovani, invece, poter scegliere diversamente è una condizione necessaria per sentire che la vita che stanno costruendo appartiene davvero a loro.

La scena raccontata da Hemingway contiene però anche un elemento decisivo: il conte pone la domanda, ascolta la risposta e non cerca di convincere Jake e Brett a cambiare idea. La sua esperienza non diventa una regola alla quale i più giovani devono adeguarsi. Ed è significativo perché poco prima è stato proprio lui a spiegare a Jake di aver imparato qualcosa attraverso tutto ciò che ha vissuto:

“Capisce, signor Barnes, è perché ho vissuto moltissimo che ora posso godere tutto così bene. Non pensa così anche lei?”

Poco dopo aggiunge:

“È questo il segreto. Bisogna imparare a conoscere i valori.”

Il conte è arrivato ai propri valori attraversando esperienze, guerre, amori e cambiamenti. Anche quando Brett gli domanda se ai suoi valori non succeda mai nulla, l’uomo spiega che persino l’innamoramento ha trovato “un suo posto” tra essi. La sua maturità consiste quindi nell’avere costruito nel tempo un modo personale di orientarsi nella vita.

È qui che Fiesta offre uno spunto particolarmente utile per comprendere il rapporto tra generazioni. L’esperienza può essere trasmessa, ma il percorso attraverso cui una persona arriva a capire che cosa conta per lei non può essere ereditato già concluso. Ogni generazione deve attraversare le proprie esperienze, confrontarsi con il mondo ricevuto e stabilire quali valori conservare, quali trasformare e quali risposte cercare altrove.

Accettare che i giovani desiderino un mondo diverso significa allora lasciare aperta questa possibilità. Gli adulti possono raccontare ciò che hanno imparato, indicare i rischi che conoscono e trasmettere ciò che ritengono importante, senza pretendere che l’esperienza di chi viene dopo conduca necessariamente alle stesse scelte. Jake e Brett vogliono “avere ognuno una propria vita”: in quella risposta c’è una delle esigenze fondamentali di ogni nuova generazione, ricevere un mondo da chi è venuto prima e avere, allo stesso tempo, la libertà di farne qualcosa di proprio.

La lezione universale di Hemingway: ogni generazione deve imparare a vivere il proprio tempo

A cento anni dalla pubblicazione del romanzo, l’inquietudine raccontata da Hemingway continua a essere attuale perché riguarda una delle domande che accompagnano il passaggio verso l’età adulta: come costruire una vita propria all’interno di un mondo che esisteva già prima di arrivarci?

I protagonisti del romanzo di Ernest Hemingway cercano risposte diverse. Cohn teme che gli anni trascorrano senza riuscire a vivere davvero e immagina che partire possa restituirgli le possibilità che sente di perdere. Brett difende la propria libertà e cerca di sottrarsi alle forme nelle quali gli altri vorrebbero racchiudere la sua vita. Jake, segnato dalla guerra e costretto a confrontarsi con ciò che non può cambiare, osserva gli altri e se stesso cercando di capire quale significato dare alle esperienze che attraversa.

È proprio Jake, durante una riflessione notturna a Pamplona, a formulare uno dei pensieri che meglio permettono di comprendere il senso di questa ricerca:

“Ma forse non era vero. Forse, man mano che andavi avanti, imparavi realmente qualcosa. Non m’importava che cosa fosse il mondo. Volevo soltanto sapere come viverci. Forse, se scoprivo come viverci, imparavi anche che cos’era.”

Le sue parole sembrano rispondere all’angoscia espressa da Cohn all’inizio del romanzo. Cohn vorrebbe sapere subito dove si trovi la vita che sente di non vivere; Jake arriva invece a intuire che alcune risposte possono essere trovate soltanto “man mano che andavi avanti“. Vivere significa anche fare esperienza, sbagliare, cambiare idea e scoprire nel tempo quali possibilità meritino di essere seguite e quali valori possano diventare realmente propri.

È qui che Fiesta offre una chiave importante anche per comprendere il conflitto tra generazioni. Chi è già adulto può trasmettere ciò che ha imparato, raccontare gli errori commessi e indicare i valori che l’esperienza gli ha permesso di riconoscere. Una nuova generazione, però, deve confrontare quell’eredità con un tempo diverso e con problemi che non coincidono necessariamente con quelli affrontati da chi l’ha preceduta. Per questo non tutte le risposte possono essere semplicemente consegnate da una generazione all’altra.

Accettare il cambiamento significa riconoscere questo spazio di ricerca. I giovani hanno bisogno di verificare attraverso la propria esperienza quali modelli continuino ad avere valore e quali debbano essere trasformati, anche quando questo percorso produce errori, ripensamenti e scelte difficili da comprendere per chi guarda da una fase diversa della vita. L’esperienza degli adulti conserva così la sua importanza proprio quando diventa una possibilità di confronto, invece di trasformarsi nell’unico percorso ammesso.

Ernest Hemingway raccontava una generazione uscita dalla Prima guerra mondiale, alle prese con la crisi di molte delle certezze sulle quali era cresciuta. Cento anni dopo, il mondo è profondamente diverso, ma il passaggio tra una generazione e quella successiva continua a produrre la stessa tensione: chi viene dopo riceve valori, modelli e aspettative, ma ha bisogno di misurarli con il proprio tempo per capire come vivere.

Il “Voglio vivere” da cui parte l’inquietudine di Cohn assume allora un significato più ampio. Non esprime soltanto la paura di perdere occasioni o il desiderio di fare più esperienze. Racconta il bisogno di poter cercare una risposta personale alla domanda che Jake formula nel romanzo: come vivere nel mondo. Ogni generazione eredita quello costruito dalla precedente, ma deve avere la possibilità di conoscerlo, metterlo alla prova e trasformarlo per riuscire, infine, a sentirlo anche proprio.