“I giovani sono le traiettorie del cielo”: la frase di Alda Merini sulla fragile bellezza dei ragazzi

Scopri il significato profondo della frase di Alda Merini sui giovani e le loro fragilità, l’amore e la difficile ricerca della propria strada.

"I giovani sono le traiettorie del cielo": la frase di Alda Merini sulla fragile bellezza dei ragazzi

C’è una frase di Alda Merini dedicata ai giovani che racconta qualcosa che gli adulti faticano spesso a comprendere fino in fondo: la loro fragilità convive con un’incredibile voglia di vivere, l’amore con la paura, il desiderio di libertà con il bisogno di trovare qualcuno capace di ascoltarli e accoglierli. Sono creature in divenire, difficili da decifrare proprio perché ancora alla ricerca di una direzione.

La poetessa riesce a racchiudere questa contraddizione in un’immagine di straordinaria forza. Il 4 gennaio 1990 definisce i giovani “le traiettorie del cielo” e guarda alle loro inquietudini senza giudicarle, riconoscendo nella loro instabilità qualcosa di fragile e insieme meraviglioso.

Sono poche righe, successivamente raccolte in Tu sola nel mio deserto. Poesie inedite per un’amica, nelle quali Merini mette insieme cielo e tormento, amore e bisogno di protezione, fino ad arrivare alla droga attraverso una delle immagini più spiazzanti del suo pensiero:

I giovani sono le traiettorie del cielo, con le loro anime convulse, algebriche, con i loro sentimenti d’amore, con le loro madonne sfuse, e forse, amico mio, con il dono miracoloso della droga: la droga è una ben misera mamma.

Tu sola nel mio deserto, le parole di Alda Merini affidate a “Bianca”

La frase porta la data del 4 gennaio 1990 ed è raccolta in Tu sola nel mio deserto. Poesie inedite per un’amica (Sperling & Kupfer – 2017), un libro che permette di entrare in una dimensione particolarmente intima della scrittura di Alda Merini. La raccolta nasce infatti dal rapporto della poetessa con Emilia Rebuglio Parea, scultrice e amica che la poetessa dei Navigli aveva scelto di chiamare semplicemente “Bianca”.

All’inizio degli anni Novanta Emilia gestiva insieme alla famiglia un laboratorio artigiano-artistico sul Naviglio Grande, a poca distanza dall’abitazione della poetessa. Merini cominciò a frequentarlo assiduamente: poteva comparire per una visita velocissima oppure trattenersi più a lungo, parlare, raccontarsi e soprattutto dettare. “Bianca, scriva”, le diceva, affidandole versi, pensieri, lettere e improvvise illuminazioni poetiche.

Nasce così un rapporto nel quale amicizia e creazione finiscono quasi per confondersi. Emilia non è soltanto la persona incaricata materialmente di mettere le parole sulla carta. Diventa una presenza davanti alla quale Merini può parlare liberamente, senza dover ordinare preventivamente il proprio pensiero e senza temere di essere giudicata.

Anche il nome “Bianca” acquista allora un significato particolare. Il bianco richiama qualcosa che non è stato ancora scritto, uno spazio disponibile ad accogliere senza imporre una forma. Emilia diventa in qualche modo quel foglio umano sul quale la poetessa può lasciare sedimentare ciò che affiora dalla memoria, dalla sofferenza, dall’amore e dalla sua capacità visionaria.

Quelle parole vengono raccolte e conservate insieme agli autografi di Merini per molti anni. È anche per questo che Tu sola nel mio deserto possiede un carattere particolare: non restituisce soltanto dei testi, ma conserva la traccia di una poesia che nasce dentro una relazione, nella vicinanza quotidiana tra due donne e nell’atto elementare di una che parla mentre l’altra ascolta e scrive.

Il titolo stesso lascia intravedere la profondità di questo legame. In quel “deserto” evocato da Merini, Bianca rappresenta una presenza, qualcuno a cui consegnare la parola quando la solitudine rischia di diventare assoluta. Non sorprende quindi che nelle pagine della raccolta emergano temi profondamente legati all’universo meriniano: la vita sul Naviglio, la follia e la solitudine, l’amore, l’arte, la famiglia, l’amicizia e la maternità.

È in questo laboratorio umano e poetico che troviamo anche il pensiero del 4 gennaio 1990 dedicato ai giovani. E conoscerne l’origine è importante, perché aiuta a comprenderne il ritmo quasi orale e la sorprendente successione delle immagini. Merini non procede attraverso una dimostrazione: vede e associa. In una sola frase passa dal cielo alle anime, dall’algebra all’amore, dalle madonne alla droga e infine alla madre.

Sono immagini che sembrano precipitare l’una nell’altra, ma che possiedono una loro profonda coerenza interiore. Ed è proprio seguendo una per una queste immagini che possiamo provare a capire perché, per Alda Merini, “i giovani sono le traiettorie del cielo”.

La fragile bellezza di chi deve ancora trovare la propria strada

Per comprendere fino in fondo la forza del pensiero di Alda Merini bisogna partire dall’immagine con cui sceglie di rappresentare la giovinezza. La poetessa guarda ai ragazzi come a esseri ancora in divenire, sospesi tra ciò che sono e tutto ciò che potrebbero diventare, portatori di possibilità immense ma proprio per questo esposti all’incertezza, allo smarrimento e alla caduta.

La loro fragilità non è separata dalla loro bellezza: nasce dalla stessa libertà di cercare una direzione quando la strada non è stata ancora tracciata. Ed è proprio questa condizione che Merini trasforma in un’immagine capace di tenere insieme movimento, futuro e immensità:

La fragile bellezza di chi deve ancora trovare la propria strada

La parola “traiettorie” è decisiva. Una traiettoria esiste soltanto nel movimento: parte da un punto, attraversa uno spazio e procede verso una destinazione. Applicata ai giovani, diventa l’immagine di un’identità che non ha ancora raggiunto una forma definitiva. Essere giovani significa cambiare, sperimentare, sbagliare, accelerare, fermarsi, scegliere una direzione e magari abbandonarla poco dopo per cercarne un’altra.

Quello che agli occhi degli adulti può apparire come instabilità acquista così un significato diverso. È il movimento naturale di chi sta costruendo se stesso e non possiede ancora tutte le risposte. Ogni esperienza può modificare il percorso, ogni incontro può aprire una strada inattesa, ogni errore può costringere a cambiare rotta. Il punto di partenza è visibile, quello d’arrivo deve ancora essere scoperto.

Ma Merini non parla semplicemente di traiettorie. Le definisce “del cielo”, ed è questa scelta a dare all’immagine la sua dimensione più poetica. Il cielo è uno spazio immenso e aperto, associato alla libertà, al sogno, al desiderio di andare oltre ciò che già esiste. Nel cielo non ci sono sentieri segnati da seguire e neppure confini facilmente riconoscibili: bisogna trovare la propria direzione mentre lo si attraversa.

La fragile bellezza dei ragazzi sembra risiedere proprio in questa condizione. Hanno davanti un orizzonte enorme senza possedere ancora una mappa per attraversarlo. Possono immaginare vite diverse, innamorarsi con assoluta intensità, inseguire sogni smisurati, credere di poter cambiare ciò che gli adulti hanno imparato ad accettare. Il futuro conserva ancora una quantità quasi infinita di possibilità.

Ma l’immensità può provocare anche vertigine. Più numerose sono le strade possibili, più difficile può diventare scegliere la propria. La stessa libertà che permette di spiccare il volo può generare disorientamento, paura di sbagliare, bisogno di trovare punti di riferimento. Il cielo di Merini contiene così contemporaneamente la promessa del volo e il rischio della caduta.

È questa tensione a rendere così potente l’immagine delle “traiettorie del cielo”. Merini coglie nei giovani qualcosa che non può essere giudicato attraverso una fotografia del presente, perché una traiettoria può essere compresa soltanto seguendone il percorso. Un errore, una crisi, una scelta incomprensibile non raccontano necessariamente ciò che quel ragazzo diventerà: sono punti di un movimento ancora in corso.

E il viaggio evocato dalla poetessa non riguarda soltanto la strada da trovare nel mondo. La direzione più difficile da scoprire è spesso quella interiore, perché crescere significa anche imparare a riconoscere ciò che accade dentro di sé, dare un nome alle emozioni e riuscire progressivamente a governarne la forza.

È proprio lì, dentro quelle traiettorie lanciate verso il futuro, che Merini porta subito dopo il suo sguardo. E ciò che incontra sono anime attraversate da sentimenti potenti e contraddizioni difficili da decifrare, che definisce con due aggettivi folgoranti: “convulse, algebriche“.

Il difficile viaggio dei giovani alla scoperta di se stessi

Dopo aver proiettato i giovani nell’immensità del cielo, Alda Merini cambia prospettiva e porta lo sguardo dentro di loro. Il movimento delle “traiettorie” diventa movimento dell’anima, e la libertà sconfinata evocata dal cielo lascia emergere tutta la complessità emotiva di un’età nella quale sentimenti, desideri e paure possono presentarsi con una forza difficile da contenere.

È qui che la poetessa sceglie due aggettivi insoliti, quasi incompatibili tra loro, e proprio per questo capaci di restituire la complessità della giovinezza:

con le loro anime convulse, algebriche

“Convulse” richiama immediatamente qualcosa che si agita, che procede per scosse, che fatica a trovare una condizione di equilibrio. Merini sembra riconoscere nei ragazzi quell’intensità con cui ogni esperienza può assumere proporzioni enormi. Un amore può diventare il centro dell’esistenza, una delusione può sembrare definitiva, un’amicizia può essere vissuta come un legame assoluto, un rifiuto può trasformarsi nella sensazione di non valere abbastanza.

La giovinezza è anche il tempo in cui si impara progressivamente a dare un nome a ciò che si prova. Le emozioni possono arrivare prima delle parole necessarie per raccontarle e persino prima degli strumenti interiori indispensabili per governarle. Da qui nasce quell’anima “convulsa”: non semplicemente inquieta, ma attraversata da forze che possono spingere contemporaneamente in direzioni opposte.

Accanto a questa parola così fisica e viscerale, Merini ne colloca però una completamente diversa: “algebriche”. È una scelta sorprendente perché porta nel territorio dell’anima il linguaggio freddo e razionale della matematica. L’algebra è il mondo delle relazioni, delle formule e soprattutto delle incognite. Ci mette davanti a qualcosa che esiste, ma il cui valore deve ancora essere trovato.

Le anime dei giovani diventano allora quasi equazioni aperte. Dentro di loro convivono elementi già riconoscibili e altri ancora sconosciuti: ciò che hanno ricevuto dalla famiglia, ciò che desiderano diventare, l’immagine che gli altri hanno costruito di loro e quella che stanno cercando di costruire autonomamente, il bisogno di appartenere e la volontà di differenziarsi.

È una contraddizione che appartiene profondamente alla crescita. Si può desiderare l’indipendenza e avere ancora bisogno di protezione, chiedere di essere lasciati soli e soffrire perché nessuno sembra accorgersi della propria solitudine, voler essere completamente diversi dagli altri e nello stesso tempo temere terribilmente di sentirsi esclusi.

L’aggettivo “algebriche” acquista così una forza particolare. Il giovane è anche un’incognita a se stesso. Sta cercando di capire chi è mentre il suo modo di guardare il mondo, gli altri e la propria identità continua a cambiare. Pretendere di possedere immediatamente la soluzione significa dimenticare che quell’equazione è ancora in corso.

Ed è forse qui che lo sguardo di Merini diventa particolarmente prezioso. La poetessa conosce profondamente la fragilità, il tormento interiore, la difficoltà di essere compresi quando ciò che accade dentro di noi non coincide con ciò che gli altri riescono a vedere. Per questo le sue parole sembrano chiedere uno sguardo capace di sostare davanti alla complessità, prima di trasformarla in un giudizio.

Le “anime convulse, algebriche” non raccontano quindi soltanto l’inquietudine. Raccontano la fatica di diventare se stessi, di trovare una forma mentre tutto continua a cambiare. E dentro questo percorso così instabile esiste una forza capace di occupare uno spazio enorme nella vita dei ragazzi.

Merini la nomina subito dopo. È l’amore, accompagnato da una delle immagini più misteriose dell’intera frase: quelle “madonne sfuse” che sembrano disseminare il bisogno di affetto e protezione lungo le traiettorie dei giovani.

Quando amare significa cercare qualcuno a cui affidarsi

Dopo il cielo e dopo le “anime convulse, algebriche”, Alda Merini introduce l’amore. Il passaggio sembra quasi naturale: dentro un’identità che sta ancora cercando la propria forma, il sentimento diventa uno dei luoghi privilegiati attraverso cui scoprire se stessi, riconoscersi nell’altro e sentirsi finalmente riconosciuti.

La poetessa scrive:

con i loro sentimenti d’amore, con le loro madonne sfuse

I “sentimenti d’amore” riportano improvvisamente la frase a qualcosa di profondamente umano. I giovani di Merini possono essere inquieti, contraddittori, difficili da decifrare, ma sono soprattutto creature capaci di sentire intensamente. L’amore appartiene alle loro traiettorie perché può orientarle, cambiarne la direzione, diventare ragione di felicità e nello stesso tempo causa di sofferenza.

Quando si è giovani, amare può significare affidare all’altro una parte enorme della propria identità ancora in costruzione. Si cerca qualcuno da desiderare, ma anche qualcuno nel cui sguardo sentirsi desiderabili. Si vuole amare ed essere amati, scegliere ed essere scelti, scoprire nell’esistenza di un’altra persona la conferma del proprio valore.

Per questo una relazione, un’amicizia o una separazione possono assumere un peso che dall’esterno appare sproporzionato. Per chi sta ancora imparando a conoscersi, perdere lo sguardo dell’altro può significare anche perdere temporaneamente una parte dello sguardo su se stesso.

Ma Merini non si ferma ai “sentimenti d’amore”. Subito dopo introduce un’immagine molto più enigmatica:

con le loro madonne sfuse

“Madonne sfuse” è un’espressione potentemente meriniana proprio perché non si lascia rinchiudere in una spiegazione unica. La Madonna appartiene all’universo del sacro, ma richiama anche la madre, la protezione, la pietà, l’accoglienza. L’aggettivo “sfuse”, invece, porta quella figura fuori dall’altare e sembra disseminarla nel mondo.

Sono madonne senza una collocazione unica, presenze sparse lungo il cammino dei ragazzi. Possono evocare figure amate, desiderate, idealizzate, persone alle quali consegnare il bisogno di essere accolti. Il sacro, in Merini, entra così nella materia viva degli affetti e sembra confondersi con la ricerca umanissima di qualcuno capace di offrire riparo.

È significativo che la poetessa scelga proprio un’immagine materna mentre parla di giovani. Nella madre si concentra infatti una delle forme originarie dell’affidamento: essere accolti prima ancora di dover dimostrare qualcosa, trovare un luogo nel quale la vulnerabilità possa mostrarsi senza paura.

Le “madonne sfuse” possono essere lette allora come parte di questa geografia affettiva della giovinezza. Mentre cercano una strada, i ragazzi cercano anche presenze alle quali affidare le proprie anime “convulse, algebriche”. Cercano amore, riconoscimento, protezione, qualcuno o qualcosa capace di rendere meno vertiginoso quel cielo che stanno attraversando.

Ed è proprio qui che la frase di Merini comincia a diventare più oscura. La successione delle immagini non sembra casuale: prima il cielo, poi l’anima, quindi l’amore e infine una figura che porta con sé il richiamo alla maternità. È come se il movimento dei giovani si accompagnasse progressivamente alla ricerca di qualcosa capace di accoglierli.

A questo punto Merini introduce la droga. E lo fa attraverso parole apparentemente inconciliabili con ciò che sappiamo della dipendenza, chiamandola addirittura “dono miracoloso”. Sarà però l’ultima immagine della frase a rovesciare completamente quella promessa e a riportarci proprio alla maternità: “la droga è una ben misera mamma”.

La promessa di salvezza può diventare una trappola

Dopo aver raccontato i giovani attraverso il cielo, le loro anime difficili da decifrare, l’amore e quelle misteriose “madonne sfuse”, Alda Merini introduce nella frase una parola che cambia improvvisamente il paesaggio. È la droga. Ma invece di accompagnarla immediatamente a un’immagine di distruzione, la poetessa compie una scelta molto più inquietante:

e forse, amico mio, con il dono miracoloso della droga

È soprattutto l’espressione “dono miracoloso” a colpire. Accostata alla droga può sembrare persino provocatoria, ma è proprio questa contraddizione a permettere a Merini di entrare nel meccanismo più profondo della dipendenza. Prima di diventare una prigione, qualcosa deve infatti essere apparso come una promessa.

Il “miracolo” evocato dalla poetessa sembra stare nella capacità di modificare improvvisamente ciò che si sente. Per un’anima “convulsa”, attraversata da emozioni che non riesce a governare, la possibilità di allontanarsi temporaneamente dal dolore, dalla paura o dal vuoto può assumere l’apparenza di una liberazione. La droga promette una tregua immediata proprio là dove la vita richiederebbe tempo, fatica, relazioni e un lungo lavoro su se stessi.

È significativo che Merini inserisca prima di tutto un “forse”. La parola introduce un’esitazione e impedisce di trasformare quel “dono miracoloso” in un’affermazione. Il miracolo è soltanto apparente, una promessa destinata a essere smentita nell’istante stesso in cui la frase arriva alla sua conclusione.

Ma c’è anche quell’”amico mio”, quasi un’interruzione nel flusso del pensiero. Merini sembra avvicinarsi all’interlocutore proprio nel momento in cui affronta il punto più doloroso. Il tono diventa confidenziale, intimo, lontano da qualsiasi predica. La droga entra nella frase come qualcosa che appartiene alla fragilità umana, non come un argomento sul quale pronunciare una condanna dall’alto.

Ed è questo a rendere il passaggio così potente. Merini sposta l’attenzione dal comportamento al bisogno che può nascondersi dietro di esso. Se i giovani descritti poco prima sono anime alla ricerca di una direzione, attraversate dall’amore e dal desiderio di affidarsi, allora quel “dono miracoloso” può essere letto come l’incontro con una risposta capace di presentarsi proprio nel momento della vulnerabilità.

La dipendenza mostra così il suo volto più ingannevole: offre subito ciò che sembra mancare, ma chiede progressivamente in cambio la libertà di chi vi si affida. La promessa iniziale di sollievo può trasformarsi nel bisogno di ripetere quel sollievo, fino a fare del rifugio una nuova forma di sofferenza.

Alda Merini concentra tutto questo senza costruire alcun discorso morale. Le basta far seguire alla promessa del miracolo una frase brevissima che ne distrugge l’illusione.

la droga è una ben misera mamma

La parola decisiva è “mamma”. Ed è proprio attraverso questa immagine che l’intera riflessione sui giovani acquista un significato ancora più profondo.

Il bisogno di un rifugio può diventare dipendenza e distruzione

Tutto il pensiero di Alda Merini sembra convergere verso queste poche parole finali. Dopo le “traiettorie del cielo”, le “anime convulse, algebriche”, i “sentimenti d’amore”, le “madonne sfuse” e l’apparizione del “dono miracoloso”, la poetessa chiude la sua riflessione con un’immagine semplice e terribile:

la droga è una ben misera mamma.

La parola decisiva è “mamma”. Merini avrebbe potuto associare la droga alla morte, alla prigione, alla distruzione. Sceglie invece la figura che richiama l’origine della vita, l’accoglienza, la protezione, il nutrimento, il luogo nel quale poter tornare quando il mondo diventa troppo difficile da affrontare.

Chiamare la droga “mamma” significa allora andare oltre la droga stessa e interrogare il bisogno che può spingere una persona ad affidarsi a qualcosa capace di promettere sollievo. Una mamma accoglie la fragilità, offre riparo, rassicura, protegge. Anche la dipendenza può presentarsi inizialmente con una promessa simile: attenuare il dolore, riempire un vuoto, spegnere un pensiero, sottrarsi per qualche momento alla fatica di sostenere ciò che accade dentro di sé.

Ma quella evocata da Merini è una mamma “misera”. Ed è proprio questo aggettivo a distruggere il “miracolo” annunciato poche parole prima. Il rifugio esiste soltanto in apparenza, perché ciò che promette consolazione non riesce realmente a curare la ferita dalla quale nasce il bisogno di essere consolati.

La “misera mamma” accoglie senza proteggere, offre sollievo senza liberare, permette di dimenticare senza risolvere. E soprattutto può chiedere di tornare continuamente da lei. Quello che inizialmente viene cercato come rifugio rischia così di trasformarsi in necessità, fino a restringere progressivamente la libertà della persona che vi si è affidata.

È qui che la metafora di Merini assume una profondità che supera la semplice condanna della droga. Al centro non c’è soltanto ciò da cui un giovane può diventare dipendente, ma il bisogno che lo porta a cercare qualcosa a cui consegnare una parte di sé.

Se poco prima la poetessa aveva descritto i ragazzi come anime “convulse, algebriche”, possiamo comprendere meglio il filo che unisce le diverse immagini. Quelle anime cercano una direzione, cercano amore, cercano le loro “madonne sfuse” e possono anche incontrare qualcosa che promette di placare immediatamente l’inquietudine. Il problema nasce quando un bisogno autentico trova un rifugio incapace di soddisfarlo davvero.

La domanda suggerita dalla frase cambia allora radicalmente. Non riguarda soltanto il perché un giovane possa cercare la droga. Riguarda dove cerchi sollievo quando non riesce a sopportare ciò che sente, dove cerchi riconoscimento quando non si sente visto, dove cerchi appartenenza quando si sente escluso, a cosa si affidi quando avverte di non riuscire a bastare a se stesso.

Ed è qui che torna a illuminarsi l’intera costruzione del pensiero di Merini. La poetessa parte dal cielo e arriva alla mamma. Parte dall’immensità delle possibilità e termina con uno dei bisogni più elementari dell’essere umano: avere un luogo nel quale sentirsi accolti. Tra questi due estremi colloca il tormento, l’amore, il desiderio di protezione e infine la tentazione di un “miracolo” capace di offrire una risposta immediata.

La forza di “ben misera mamma” sta proprio in questa intuizione. Le forme della dipendenza possono essere diverse, ma alla loro origine può esserci la ricerca di qualcosa che promette di colmare un bisogno che altrove è rimasto senza risposta.

Ed è forse qui che le parole scritte da Alda Merini nel 1990 cominciano a parlare con particolare forza al nostro presente. Perché in oltre trentacinque anni sono cambiati il mondo, le relazioni e gli strumenti attraverso cui cerchiamo gratificazione, conforto e appartenenza. Ma la domanda consegnata dalla poetessa rimane aperta: a quali “misere mamme” affidano oggi le proprie fragilità quelle stesse “anime convulse, algebriche”?

La frase di Alda Merini: proteggere la fragile bellezza dei giovani senza spezzarne il volo

A più di trentacinque anni di distanza, ciò che rende così viva la frase di Alda Merini è soprattutto lo sguardo con cui la poetessa sceglie di osservare i giovani. Prima delle inquietudini, delle contraddizioni, degli errori e delle possibili cadute, Merini vede qualcosa di immensamente bello: vede delle “traiettorie del cielo”.

È forse questa l’immagine che dovremmo conservare più di ogni altra. Essere giovani significa avere davanti strade che ancora non si conoscono, sentire con un’intensità che qualche volta spaventa, cercare il proprio posto mentre la propria identità continua a prendere forma. Significa poter scegliere una direzione e poi accorgersi che non era quella giusta, innamorarsi, sbagliare, cambiare idea, perdersi e ricominciare.

La fragilità non è allora il contrario della forza. È anche la conseguenza di una vita ancora aperta alle possibilità. Chi ha davanti un cielo intero nel quale muoversi possiede la libertà di andare lontano, ma deve affrontare anche la vertigine di non sapere esattamente dove andare.

Ed è forse qui che le parole di Merini diventano un messaggio rivolto agli adulti. Una traiettoria ha bisogno di libertà, ma anche di punti di riferimento. Accompagnare un giovane non significa decidere la sua destinazione, impedirgli di sbagliare o costruire al suo posto la strada da percorrere. Significa esserci affinché una caduta non diventi necessariamente una deriva e un momento di smarrimento non finisca per determinare tutto il viaggio.

Perché intorno alle “anime convulse, algebriche” esisteranno sempre richiami capaci di promettere scorciatoie, consolazioni immediate e appartenenze facili. Nel 1990 Merini indica esplicitamente la droga e la definisce una “ben misera mamma”. Oggi quelle possibilità di deviazione possono assumere anche forme nuove, ma sarebbe riduttivo trasformare la sua frase in una semplice condanna delle dipendenze contemporanee. Il punto rimane la direzione che un giovane sta cercando e ciò che incontra lungo il cammino.

Per questo anche un errore dovrebbe essere guardato per ciò che è: un punto della traiettoria, non necessariamente la sua destinazione. Una crisi non stabilisce ciò che una persona diventerà, una scelta sbagliata non cancella tutte quelle ancora possibili, così come un periodo di smarrimento non impedisce di ritrovare una direzione.

Le “anime convulse, algebriche” di Merini hanno bisogno soprattutto di tempo per conoscersi e di persone capaci di accompagnarle senza pretendere di risolverle. Dietro tanta inquietudine rimane infatti quel desiderio d’amore che la poetessa colloca al centro della frase: amare ed essere amati, sentirsi riconosciuti, trovare qualcuno davanti al quale poter mostrare la propria fragilità senza sentirsi per questo meno degni di valore.

Forse proteggere i giovani significa proprio questo: aiutarli a non confondere una deviazione con la propria strada, senza privarli della libertà necessaria per scoprirla.

Alda Merini ci lascia così un’immagine nella quale fragilità e speranza rimangono inseparabili. I ragazzi possono essere inquieti, contraddittori, difficili da comprendere e qualche volta possono smarrire la direzione. Ma continuano a essere “traiettorie del cielo”.

E una traiettoria, finché continua il suo viaggio, contiene sempre la possibilità di cambiare rotta e scoprire un nuovo orizzonte.