“Che tristezza!”: Montaigne svela perché esibire il dolore non rende migliori

La tristezza non è una virtù. Scopri la lezione di Montaigne nei Saggi: perché la sofferenza paralizza invece di rendere migliori.

"Che tristezza!": Montaigne svela perché esibire il dolore non rende migliori

Che tristezza!”. È una delle esclamazioni più comuni nella vita di tutti i giorni. La pronunciamo davanti a una delusione, a una perdita, a qualcosa che ci amareggia o quando vogliamo manifestare agli altri uno stato di sconforto.

Eppure, il rapporto che abbiamo con la tristezza è molto più ambiguo di quanto sembri. Se da una parte cerchiamo naturalmente di sfuggire al dolore, dall’altra tendiamo spesso ad attribuire alla sofferenza una particolare profondità. Chi soffre sembra più sensibile, chi manifesta la propria tristezza più consapevole, quasi che il dolore possa diventare la prova visibile di una maggiore nobiltà interiore. Ma siamo davvero migliori perché soffriamo? E soprattutto: ciò che mostriamo all’esterno rivela davvero quanto profondamente stiamo soffrendo?

Nel secondo capitolo del Libro I dei suoi Saggi, intitolato “Della tristezza“, Michel de Montaigne affronta proprio questo paradosso, partendo da una critica radicale alla considerazione che gli uomini attribuiscono al dolore:

Nessun uomo vivente è più libero di me da questa passione; e tuttavia io non la amo in me stesso né la ammiro negli altri. Eppure il mondo, generalmente, come fosse cosa stabilita, si compiace di conferirle una particolare considerazione, rivestendone la saggezza, la virtù e la coscienza. Sciocco e sordido ornamento!

Montaigne ribalta così la prospettiva: soffrire non significa necessariamente essere più saggi, virtuosi o profondi. Anzi, attraverso gli esempi che attraversano l’intero capitolo, arriva a mostrarci qualcosa di ancora più sorprendente: la sofferenza più violenta può essere proprio quella che non riusciamo a mostrare.

I Saggi di Montaigne: l’opera in cui l’uomo diventa materia della propria ricerca

Per comprendere fino in fondo queste parole occorre partire da Michel de Montaigne, una delle figure più originali dell’Umanesimo europeo e uno degli autori che più hanno contribuito a cambiare il modo di osservare l’essere umano. Nato nel XVI secolo, Montaigne non costruisce un sistema filosofico chiuso e non pretende di consegnare al lettore verità definitive. La sua forza sta altrove: trasforma se stesso in un laboratorio di osservazione, facendo dell’esperienza personale il punto di partenza per interrogare l’intera condizione umana.

È proprio questa scelta a rendere il suo pensiero così importante. Montaigne mette al centro la conoscenza di sé, il dubbio, la capacità di giudizio, la varietà e l’incostanza dell’uomo. Diffida delle certezze assolute, delle formule troppo rigide e delle convinzioni che pretendono di valere per tutti. Osservando se stesso, cerca ciò che accomuna ogni essere umano: la fragilità, le contraddizioni, le passioni, le paure, il rapporto con la morte, con il corpo, con gli altri e con la propria coscienza.

Questa ricerca prende forma nei Saggi (Essais), pubblicati in diverse versioni a partire dal 1580 e poi ampliati nel 1582 e nel 1588. Già il titolo rivela la natura del progetto: il termine francese essai significa “tentativo”, “prova”, “esperimento”. Montaigne non vuole dimostrare una teoria una volta per tutte; vuole mettere alla prova il proprio giudizio attraverso ciò che legge, ciò che vive e ciò che osserva.

I capitoli dei Saggi possono essere brevi annotazioni oppure ampie riflessioni filosofiche. Il pensiero procede spesso liberamente da un tema all’altro e dialoga continuamente con gli autori dell’antichità, soprattutto Plutarco e Seneca, ma anche con storici e poeti greci e latini. Le citazioni non funzionano come semplici ornamenti eruditi: diventano strumenti attraverso cui Montaigne confronta la propria esperienza con quella degli uomini del passato.

Il centro dell’opera, però, rimane sempre lui stesso. Montaigne lo dichiara apertamente:

È me stesso che dipingo.

Montaigne non racconta se stesso perché ritenga eccezionale la propria biografia. Fa qualcosa di più radicale: usa il proprio io come via d’accesso alla natura umana. La convinzione di fondo è che osservando con sufficiente sincerità un singolo uomo si possano riconoscere paure, debolezze, desideri e contraddizioni che appartengono a tutti.

È in questo senso che i Saggi occupano un posto decisivo nella storia del pensiero moderno. Montaigne sposta l’attenzione dalle grandi costruzioni astratte all’esperienza concreta dell’individuo, dal dogma all’interrogazione, dalla certezza all’esame continuo del proprio giudizio.

Ed è proprio dentro questo laboratorio sull’essere umano che si colloca il secondo capitolo del Libro I, “Della tristezza”: un testo in cui Montaigne osserva cosa accade quando una passione diventa così forte da mettere in crisi la nostra capacità di pensare, parlare e reagire.

Quando il dolore diventa così forte da lasciarci senza parole

Per spiegare gli effetti che la tristezza può avere sull’essere umano, Montaigne ricorre alla storia di Psammenito, re d’Egitto sconfitto e fatto prigioniero da Cambise, re di Persia.

Durante la prigionia, Psammenito vede passare davanti a sé la figlia, anch’essa prigioniera e costretta a portare un secchio per attingere acqua. Gli amici che gli stanno accanto, assistendo alla scena, scoppiano in lacrime e lamenti. Il re rimane invece immobile, senza pronunciare una parola e con gli occhi fissi a terra.

Poco dopo vede il figlio condotto all’esecuzione e mantiene lo stesso atteggiamento. Quando però riconosce tra i prigionieri uno dei suoi domestici e amici più intimi, comincia a strapparsi i capelli e a battersi il petto.

La differenza tra queste reazioni colpisce Cambise, che gli domanda perché sia rimasto impassibile davanti alla disgrazia dei figli e abbia invece manifestato apertamente il proprio dolore per l’amico. Psammenito risponde:

È perché soltanto quest’ultima afflizione poteva essere manifestata con le lacrime; le prime due superavano di gran lunga ogni possibilità di espressione.

La risposta permette a Montaigne di mettere a fuoco un nodo cruciale della sofferenza. Le manifestazioni esteriori non crescono necessariamente insieme all’intensità di ciò che proviamo. Nel caso di Psammenito avviene addirittura il contrario: la sorte dei figli lo colpisce a tal punto che il dolore non riesce a trovare una forma attraverso le lacrime, mentre la disgrazia dell’amico può ancora essere espressa.

Montaigne accosta a questo episodio la storia, più vicina al suo tempo, di un principe che a Trento riceve la notizia della morte del fratello maggiore e, poco dopo, quella del fratello minore. Riesce a sopportare entrambe con grande fermezza. Qualche giorno più tardi muore uno dei suoi servitori e a quel punto si abbandona completamente al dolore.

Chi assiste al suo crollo potrebbe pensare che la morte del servitore lo abbia colpito più profondamente di quella dei fratelli. Montaigne offre una spiegazione diversa:

In verità, ciò accadde perché, essendo già prima colmo di dolore fino all’orlo, la minima aggiunta fece traboccare i limiti di ogni sopportazione.

L’immagine scelta da Montaigne aiuta a comprendere come una reazione possa dipendere anche da quanto si è accumulato in precedenza. Il principe aveva già sopportato due perdite gravissime e la morte del servitore arriva quando la sua capacità di resistere è ormai al limite. Il momento in cui il dolore diventa visibile, quindi, non coincide necessariamente con quello in cui è nata la sofferenza più profonda.

La riflessione prosegue con un episodio tratto dall’antichità. Montaigne ricorda un pittore incaricato di rappresentare il sacrificio di Ifigenia e il dolore delle persone presenti. Dopo aver raffigurato le diverse espressioni di sofferenza, l’artista arriva al padre della giovane e decide di coprirgli il volto:

Quando arrivò a quella del padre le coprì il volto con un velo, volendo con ciò significare che nessuna espressione del volto era capace di rappresentare un simile grado di dolore.

Il pittore riconosce in questo modo un limite della rappresentazione. Il dolore del padre è tale che nessuna espressione del volto gli sembra adeguata a restituirlo.

Montaigne ritrova qualcosa di simile nel mito di Niobe, trasformata in pietra dopo la perdita dei figli. È lui stesso a spiegare perché quell’immagine gli interessa:

Con ciò si vuole esprimere quello stato malinconico di stupore, muto e sordo, che intorpidisce tutte le nostre facoltà quando siamo oppressi da avvenimenti più grandi di quanto siamo capaci di sopportare.

Con Psammenito, il principe, il padre di Ifigenia e Niobe, Montaigne sta osservando lo stesso fenomeno da prospettive diverse. Un dolore molto intenso può arrivare a interferire con le facoltà attraverso cui normalmente reagiamo a ciò che ci accade. La persona può restare immobile, incapace di parlare o perfino di piangere.

Montaigne lo afferma esplicitamente poco dopo:

La violenza e l’impressione di un dolore eccessivo devono necessariamente stordire l’anima e privarla completamente delle sue normali funzioni.

Anche le lacrime acquistano, in questa prospettiva, un significato interessante. Montaigne osserva che quando l’anima comincia a sfogarsi attraverso il pianto e i lamenti sembra riuscire a liberarsi dall’oppressione iniziale e a recuperare uno spazio nel quale esprimersi.

La possibilità di manifestare il dolore può arrivare, dunque, dopo quella prima condizione di stupore in cui l’emozione è ancora troppo violenta. È a questo punto del ragionamento che Montaigne introduce la frase di Seneca che riassume con particolare efficacia quanto ha raccontato:

I dolori lievi parlano; quelli grandi restano attoniti.

Le storie precedenti aiutano a comprenderne il senso. Psammenito riesce a piangere per l’amico, mentre davanti alla sorte dei figli rimane immobile. Il padre di Ifigenia non possiede un’espressione adeguata al proprio dolore. Niobe diventa l’immagine di uno stupore che rende muti e immobili.

Montaigne porta così a guardare con maggiore cautela ciò che appare all’esterno. Le lacrime e i lamenti sono forme reali del dolore, ma la loro presenza o la loro assenza non bastano a dirci quanto una persona stia soffrendo. Una passione molto intensa può arrivare proprio a impedire quelle manifestazioni che siamo abituati a considerare come la prova più evidente della sofferenza.

Quando una passione diventa troppo forte per essere espressa

Dopo aver osservato gli effetti della tristezza, Montaigne allarga il discorso alle altre passioni. Il meccanismo che ha riconosciuto nel dolore può infatti presentarsi anche quando siamo attraversati da emozioni molto diverse. Ciò che conta, nella sua riflessione, è soprattutto l’intensità raggiunta da quello che proviamo e il modo in cui questa intensità agisce sulle nostre facoltà.

L’amore gli offre un esempio particolarmente efficace. Montaigne richiama Petrarca, secondo il quale chi riesce a dire fino in fondo quanto arde d’amore possiede ancora un fuoco limitato. L’idea si lega bene a quanto osservato nelle pagine precedenti: quando una passione raggiunge il suo punto più alto, trovare le parole per raccontarla può diventare difficile.

Per approfondire questo aspetto Montaigne si serve anche dei versi di Catullo, nei quali l’esperienza amorosa coinvolge direttamente il corpo. La lingua si intorpidisce, una fiamma attraversa le membra, le orecchie risuonano e gli occhi vengono coperti dall’oscurità. La passione agisce quindi sull’uomo intero e altera alcune delle facoltà attraverso cui normalmente comunica con gli altri.

Montaigne commenta questa condizione con parole molto chiare:

Non è nel momento culminante e nella massima furia dell’impeto che siamo in condizione di riversare i nostri lamenti o le nostre persuasioni amorose, poiché l’anima è in quel momento sovraccarica e affaticata da pensieri profondi e il corpo abbattuto e languente per il desiderio.

Il ragionamento riprende quanto era emerso attraverso le storie di Psammenito e degli altri personaggi colpiti dal dolore. Nel momento di massima intensità, una passione può occupare a tal punto la mente e il corpo da rendere difficile la sua stessa espressione.

Montaigne arriva così a un’osservazione che riguarda più in generale il nostro rapporto con le emozioni:

Poiché tutte le passioni che si lasciano assaporare e digerire non sono che moderate.

Il verbo “digerire” rende particolarmente concreta la sua idea. Finché riusciamo a dare una forma a ciò che sentiamo, a raccontarlo e in qualche modo a elaborarlo, la passione rimane entro una misura che le nostre facoltà riescono ancora a sostenere. Quando l’intensità cresce oltre quel limite, può invece verificarsi quello stato di smarrimento che Montaigne ha già descritto parlando della tristezza.

Il fenomeno riguarda anche emozioni che siamo abituati a considerare positive. Nel corso del capitolo Montaigne ricorda infatti alcuni casi in cui una gioia improvvisa ha prodotto conseguenze estreme. Il cambiamento di emozione non modifica il principio che gli interessa: anche una felicità inattesa, quando arriva con una forza eccezionale, può sconvolgere chi la prova.

Dolore, amore e gioia permettono così a Montaigne di osservare da angolazioni diverse la stessa caratteristica della natura umana. Le nostre capacità di sostenere ciò che proviamo hanno dei limiti e le passioni possono raggiungere un’intensità capace di alterarli.

Questo spiega anche perché Montaigne dedica tanta attenzione alle reazioni esteriori. Un uomo può piangere, parlare, rimanere immobile oppure perdere momentaneamente la capacità di esprimersi. Ognuna di queste reazioni va compresa all’interno della situazione che l’ha provocata, senza trasformarla automaticamente in una misura della profondità dei sentimenti.

Il percorso compiuto nel capitolo parte così dalla tristezza e arriva a una considerazione più ampia sulla fragilità delle nostre facoltà davanti alla forza delle passioni. A questo punto Montaigne può tornare su se stesso e spiegare quale atteggiamento cerca di coltivare per affrontarle.

Fortificare la ragione per affrontare la forza delle passioni

Dopo aver attraversato esempi di dolore, amore e gioia portati fino alle loro conseguenze più intense, Montaigne conclude il capitolo tornando a parlare di se stesso. È un movimento tipico dei Saggi: le vicende degli altri, le testimonianze degli antichi e le citazioni servono a osservare la natura umana, ma il confronto passa sempre anche attraverso la propria esperienza.

Montaigne riconosce innanzitutto di essere, per carattere, poco incline alle passioni violente. A questa disposizione naturale aggiunge però un elemento sul quale può intervenire personalmente:

Quanto a me, sono assai poco soggetto a queste passioni violente; possiedo per natura una capacità di comprensione tenace, che inoltre, attraverso il ragionamento, ogni giorno indurisco e fortifico.

La precisazione è importante perché Montaigne distingue ciò che appartiene al proprio temperamento dal lavoro che compie su di esso. Una certa fermezza gli viene dalla natura, ma viene anche coltivata “ogni giorno” attraverso il ragionamento.

La ragione assume quindi una funzione concreta nel rapporto con le passioni. Dopo aver mostrato quanto un’emozione possa arrivare a stordire l’anima e a compromettere le sue normali facoltà, Montaigne racconta di esercitare proprio quelle facoltà che gli permettono di conservare una maggiore solidità di fronte a ciò che accade.

Il verbo “fortificare” aiuta a comprendere il senso di questo esercizio. Montaigne parte dalla consapevolezza che l’essere umano possiede una capacità limitata di sostenere le emozioni più violente. Lo hanno mostrato Psammenito, il principe sopraffatto dopo una serie di perdite e gli altri esempi raccolti nel capitolo. Il ragionamento diventa allora un modo per rendere più saldo il proprio giudizio e prepararlo al confronto con le passioni.

Questa disposizione si inserisce bene nel metodo che attraversa tutti i Saggi. Montaigne osserva ciò che prova, confronta la propria esperienza con quella degli altri e cerca di comprenderne i meccanismi. La conoscenza di sé diventa così anche conoscenza dei propri limiti: sapere che una passione può sopraffarci permette di guardare con maggiore attenzione al modo in cui reagiamo.

La tristezza, da questo punto di vista, conserva tutta la sua realtà umana. Montaigne ha raccontato lutti e sofferenze capaci di lasciare una persona senza parole, mostrando quanto profondamente possano agire sulla mente e sul corpo. La sua critica riguarda piuttosto il valore che attribuiamo al dolore quando lo trasformiamo in un segno di saggezza, virtù o profondità.

Allo stesso modo, la fermezza che Montaigne cerca di coltivare attraverso il ragionamento non coincide con l’insensibilità. Nel capitolo emerge quanto siano naturali le diverse reazioni alle passioni: il pianto può offrire uno sfogo, il silenzio può accompagnare un dolore troppo grande per essere espresso e perfino la gioia può sconvolgere le nostre facoltà quando raggiunge un’intensità eccezionale.

Il lavoro della ragione interviene dentro questa natura umana, cercando di renderla più consapevole e più salda. Montaigne parla infatti di un esercizio quotidiano, qualcosa che si costruisce nel tempo attraverso l’abitudine a osservare, comprendere e mettere alla prova il proprio giudizio.

In questo senso, la conclusione di “Della tristezza” si collega direttamente al progetto dei Saggi. Montaigne parte da se stesso per conoscere meglio l’uomo e usa ciò che scopre sull’uomo per tornare a interrogare se stesso. Anche davanti alla forza delle passioni, il punto di riferimento rimane quella capacità di esaminarsi che cerca, giorno dopo giorno, di “indurire e fortificare” attraverso il ragionamento.

La lezione di Montaigne sulla tristezza e sul nostro modo di giudicare il dolore

“Che tristezza!” è un’espressione semplice, con cui raccontiamo uno stato d’animo che appartiene all’esperienza di tutti. Le pagine di Montaigne aiutano però a capire quanto possa essere complesso ciò che si nasconde dietro quelle parole e, soprattutto, quanto sia difficile valutare dall’esterno il dolore di un’altra persona.

Nel capitolo “Della tristezza”, Montaigne parte proprio dal valore che gli uomini tendono ad attribuire al dolore. La società, osserva, arriva a rivestire la tristezza di “saggezza, virtù e coscienza”, come se soffrire fosse di per sé il segno di una maggiore profondità interiore. È questa associazione a suscitare la sua diffidenza.

Il dolore appartiene alla vita e può avere effetti profondi su chi lo attraversa. Montaigne invita però a distinguere l’esperienza della sofferenza dal significato morale che decidiamo di attribuirle. Una persona non diventa automaticamente più saggia perché soffre, così come la manifestazione della tristezza non rappresenta una prova della sua sensibilità o del suo valore.

Gli episodi raccontati nel capitolo aiutano a comprendere anche quanto siano diverse le reazioni umane. Psammenito rimane immobile davanti alla sorte dei figli e riesce a piangere soltanto davanti alla disgrazia dell’amico. Il principe sopporta la morte dei fratelli e crolla in seguito per la perdita di un servitore, quando il dolore accumulato ha ormai raggiunto il limite della sua capacità di resistere. Il padre di Ifigenia viene rappresentato con il volto coperto perché il pittore non trova un’espressione capace di restituire una sofferenza tanto grande.

Montaigne guarda a queste storie per capire che cosa accade quando un’emozione supera la misura che riusciamo normalmente a sostenere. Il dolore può trovare una via nelle lacrime e nei lamenti, ma può anche lasciare una persona immobile e incapace di parlare. Per questo ciò che vediamo racconta soltanto una parte di quello che qualcuno sta vivendo.

È un’osservazione che conserva una particolare attualità. Anche noi interpretiamo continuamente le emozioni degli altri attraverso i loro comportamenti. Una persona che piange ci appare profondamente colpita, mentre davanti a chi rimane in silenzio possiamo avere più difficoltà a capire cosa stia provando. Montaigne suggerisce una maggiore cautela, perché la sofferenza non possiede una sola forma e ciascuno può reagire diversamente quando viene raggiunto da qualcosa che supera le proprie capacità di sopportazione.

La stessa attenzione deve accompagnare il modo in cui guardiamo alla tristezza in noi stessi. Montaigne ha mostrato quanto le passioni possano coinvolgere la mente e il corpo, fino ad alterare temporaneamente le nostre normali facoltà. Alla fine del capitolo torna alla propria esperienza e racconta di affidarsi anche al ragionamento per fortificare, giorno dopo giorno, quella fermezza che riconosce in parte nel proprio carattere.

In questo atteggiamento si ritrova uno dei tratti più riconoscibili dei Saggi. Montaigne osserva ciò che accade dentro di sé, riconosce le proprie disposizioni naturali e cerca di esercitare il giudizio attraverso il ragionamento. La conoscenza di sé gli permette di comprendere meglio anche i limiti con cui ogni essere umano deve confrontarsi.

A distanza di secoli, “Della tristezza” continua così a parlarci del modo in cui viviamo e giudichiamo il dolore. Ci aiuta a separare la sofferenza dal prestigio che talvolta le attribuiamo e a comprendere che la sua intensità non può essere misurata attraverso ciò che appare all’esterno.

Michel de Montaigne ci lascia soprattutto un invito alla lucidità verso noi stessi e verso gli altri. Possiamo riconoscere il dolore senza trasformarlo in un segno di superiorità, rispettare le diverse forme con cui viene vissuto e coltivare quella capacità di giudizio che lui stesso racconta di fortificare ogni giorno.

La tristezza rimane parte della nostra esperienza; il modo in cui impariamo a comprenderla può aiutarci a conoscere più a fondo la natura umana.