Schopenhauer ci svela l’inganno dell’amore e perché non bisogna diventarne schiavi

L’innamoramento è solo un trucco della natura? Arthur Schopenhauer svela la radiografia dell’amore per non lasciarsi distruggere dalle sue pene.

Schopenhauer ci svela l'inganno dell'amore e perché non bisogna diventarne schiavi

Si pensi alla forza devastante di un innamoramento. A quel pensiero fisso che colonizza la mente, a quel bisogno quasi fisico della presenza dell’altro che somiglia in tutto e per tutto a una dipendenza. Nella storia della cultura occidentale, è stato fatto di tutto per nobilitare questo stato di alterazione.

L’amore è stato rivestito di un’aura spirituale, santificato dai poeti, trasformato nell’idillio cosmico di due anime gemelle destinate a incontrarsi dall’inizio dei tempi. Ci si racconta spesso che si tratti di un legame mistico, superiore e disinteressato.

In Metafisica dell’amore sessuale Arthur Schopenhauer compie un’operazione di demolizione culturale senza precedenti, un vero e proprio scontro frontale con l’idealismo romantico. Il filosofo squarcia questo velo di poesia e riconduce la febbre del sentimento alla sua origine più nuda, cruda e biologica.

Schopenhauer non cerca di consolarci. Al contrario, mostra che la radice profonda della nostra dipendenza affettiva non è un’affinità elettiva tra anime, ma l’espressione di una forza impersonale che ci sta ingannando. Ad esserne colpite nella trattazione del filosofo sono le giovani generazioni, ma riteniamo che la sua analisi possa considerarsi transgenerazionale.

La tesi con cui apre il capitolo è un bisturi che taglia ogni illusione:

Infatti ogni innamoramento, per quanto etereo voglia apparire, è radicato esclusivamente nell’istinto sessuale, anzi non è assolutamente altro che un impulso sessuale più determinato, più specializzato, meglio individualizzato nel senso più stretto del termine.

Il capolavoro nato nel silenzio che ha rivoluzionato l’Occidente

Metafisica dell’amore sessuale non è un saggio autonomo, ma costituisce il capitolo quarantaquattresimo dei Supplementi a Il mondo come volontà e rappresentazione (Die Welt als Wille und Vorstellung), l’opera capitale del filosofo tedesco Arthur Schopenhauer.

Lo stesso autore, consapevole della forza di queste pagine, definiva questo testo «una perla», mettendone in risalto l’unicità all’interno del suo sistema filosofico. La conchiglia che la custodisce ha però una storia editoriale tormentata. La prima edizione del capolavoro uscì nel dicembre del 1818 (con la data 1819 sul frontespizio) quando Schopenhauer aveva appena trentun anni, ma cadde nel più assoluto silenzio, tanto che la gran parte delle copie stampate finì al macero.

Stordita dagli ottoni di Fichte, di Schelling e di Hegel – i tre grandi idealisti che Schopenhauer liquidava come «ciarlatano» e «dilettanti di sciocchezze» -, la Germania non si accorse di lui. Il silenzio avvolse anche la seconda edizione in due volumi del 1844, l’anno in cui la Metafisica dell’amore sessuale vide la luce per la prima volta: la sbornia hegeliana collettiva era ancora troppo forte.

L’intera architettura del libro si fonda su un “unico pensiero” sviluppato da diverse prospettive, partendo dall’idealismo trascendentale di Immanuel Kant e dallo studio del «divino Platone» e delle antiche Upanishad indiane.

Schopenhauer sostiene che il mondo intorno a noi, fatto di oggetti nello spazio e nel tempo legati da rapporti di causalità, esiste solo come “rappresentazione” (Vorstellung): un velo di meri fenomeni che dipende interamente da un soggetto conoscente. Tuttavia, a differenza di Kant per il quale la “cosa in sé” era del tutto inconoscibile, Schopenhauer individua nell’esperienza interiore del corpo umano l’unica finestra sulla realtà.

Squarciando il velo, scopriamo che l’essenza profonda del mondo è la Volontà, un’energia cosmica cieca, inconscia, priva di uno scopo e libera dal tempo, che ha come unico obiettivo quello di perpetuare se stessa attraverso la pura e bruta “volontà di vivere”.

Nel sistema schopenhaueriano, la Metafisica dell’amore sessuale si colloca come lo snodo più intimo di questa intuizione: il capitolo in cui il filosofo dimostra come la Volontà cosmica si incarni nell’individuo con la massima violenza, usando i nostri sentimenti più elevati come un’astuta maschera per nascondere la necessità biologica della riproduzione della

La giovinezza sequestrata da quel demone chiamato amore

Il vero centro dell’analisi di Schopenhauer non è la psicologia del singolo, ma lo scompiglio che questo impulso porta nella vita collettiva, in particolare tra le giovani generazioni. Il filosofo osserva come la parte più vitale dell’umanità si perda dietro alle pene d’amore, diventandone schiava e dilapidando energie che dovrebbero essere destinate a compiti più alti. L’amore non è un rifugio idilliaco, ma una forza eversiva.

Nel mondo reale, infatti, esso si rivela come

il più forte e il più attivo di tutti gli impulsi» e, anziché elevare l’essere umano, finisce per sequestrarne l’esistenza, dato che «assorbe continuamente la metà delle forze e dei pensieri della parte più giovane dell’umanità.

Questa sottomissione emotiva crea un vero e proprio sabotaggio della nostra razionalità e dei nostri progetti. La passione non rispetta i ruoli sociali, le carriere o l’intelletto; al contrario,

Schopenhauer mostra come essa si presenti come un vero e proprio

demone ostile, che si adopera per rovesciare, confondere e capovolgere tutto.

Niente è al sicuro da questa forza colonizzatrice, capace persino di

penetrare con la sua paccottiglia tra le trattative degli uomini di Stato e di disturbare le ricerche dei dotti

fino a infilare letterine d’amore e ciocche di capelli nei portafogli dei ministri e nei manoscritti dei filosofi.

Davanti a questo scenario di vite spezzate, liti e ambizioni distrutte, si sperimenta un senso di totale smarrimento. Viene naturale chiedersi se valga davvero la pena di consumarsi così profondamente. Schopenhauer ci costringe a guardare in faccia il contrasto tragicomico tra la solennità del nostro dolore e la banalità della sua radice biologica, spingendoci a domandare:

Perché tanto rumore? Perché tanto accanimento e tanto furore, tante angosce e tanti affanni? In fondo, si tratta solo di questo: ogni Hans vuol trovare la sua Grethe. Perché una simile piccolezza dovrebbe avere tanta importanza e portare continuamente disturbo e confusione nella ben regolata vita umana?

La trappola della futura generazione

Ma allo studioso serio lo spirito della verità rivela a poco a poco la risposta: «non di una piccolezza qui si tratta». Schopenhauer compie qui il suo passaggio più spiazzante, svelando che tutta la foga, l’angoscia e il furore che l’essere umano sperimenta nell’innamoramento sono perfettamente commisurati all’importance del fine reale. Non si sta lottando per la felicità dei singoli individui, né per il coronamento di un idillio privato.

La nostra psicologia subisce un vero e proprio sequestro perché la natura muove le fila da dietro le quinte: lo scopo finale di tutte le vicende d’amore, «siano esse recitate con il socco o con il coturno, è in realtà più importante di tutti gli altri scopi della vita umana e perciò merita in pieno la serietà con cui ognuno lo persegue».

Che si tratti di una commedia leggera o di una tragedia devastante che ci distrugge l’esistenza, la serietà con cui ci affanniamo non è una scelta emotiva, ma l’eco di una necessità cosmica.

Ciò che viene deciso in quel cortocircuito biologico, infatti, «non è niente di meno che la composizione della futura generazione». Mediante questo rapporto d’amore, considerato spesso così frivolo nelle dinamiche quotidiane o così etereo nelle idealizzazioni spirituali, vengono determinate, nella loro esistenza e nella loro costituzione, «le dramatis personae che compariranno quando noi saremo usciti di scena».

Questo è il punto di massima frizione esistenziale: noi crediamo di scegliere un partner per colmare la nostra solitudine, per trovare un’anima gemella o per essere felici, ma siamo vittime di un’astuzia della natura. L’intensità del desiderio o il dolore del rifiuto non misurano affatto il potenziale di felicità della coppia. Misurano unicamente l’ostinazione con cui la biologia esige la nascita di un determinato individuo futuro.

L’essere umano, convinto di inseguire il proprio bene esclusivo, si trasforma nel custode inconsapevole della specie: un attore sottomesso che consuma le proprie forze migliori per eseguire un copione già scritto dalla biografia naturale, rimanendo tragicamente cieco al fatto che la natura non ha alcun interesse per la sua pace interiore.

Comprendere la chiave del problema

La sofferenza e il senso di smarrimento che si provano quando un legame si spezza, o quando si percepisce il peso soffocante di una dipendenza affettiva, non nascono dal crollo di un incastro mistico, ma dal brusco risveglio dall’ipnosi.

Schopenhauer ci mostra che:

come l’esistenza, existentia, di quelle persone future ha per condizione assoluta il nostro istinto sessuale in generale, così la loro essenza, essentia, è determinata dalla scelta individuale per l’appagamento di quell’istinto, cioè dall’amore sessuale.

In questo passaggio si nasconde il nucleo filosofico della cura: la scissione tra il generico impulso alla riproduzione e l’ossessione specifica per un singolo individuo. L’istinto sessuale generico garantisce che l’umanità continui a esistere (existentia), ma è l’amore sessuale altamente selettivo a decretare come sarà fatta, fisicamente e caratterialmente, la prossima generazione (essentia).

L’individuo rimane sottomesso all’illusione dell’anima gemella finché la natura richiede quell’incastro specifico, e con ciò essa viene «irrevocabilmente fissata sotto ogni punto di vista».

Questa, per il filosofo, è la vera chiave del problema: la diversità, l’ostinazione e l’intensità dei sentimenti derivano esclusivamente «dal grado di individualizzazione della scelta». Più la natura esige la nascita di un figlio con caratteristiche precise, più stringe le catene dell’ossessione attorno ai due amanti, facendogli credere che la loro attrazione sia un evento celeste, quando in realtà è solo una spietata selezione biologica a lungo termine.

Quando questo incastro genetico non è più necessario, o quando il disegno della natura si interrompe, la benda cade bruscamente dagli occhi. Si scopre, spesso con una dose di doloroso stupore, che la persona per cui si era pronti a sacrificare tutto torna a essere un essere umano comune, del tutto slegato da quell’aura di assoluto che le era stata proiettata addosso.

Comprendere questo meccanismo permette di decodificare il dolore e di liberarsi dalla dipendenza: quando una storia finisce e ci si sente morire, non si sta piangendo la perdita di un destino prefissato o di una metà ideale.

Si sta sperimentando il vuoto lasciato dalla fine di un’illusione ottica che la biologia aveva costruito per i suoi fini collettivi. Il legame non si è spezzato perché è “fallito” l’amore spirituale, ma perché lo strumento biologico ha esaurito la sua funzione metafisica.

Perché non bisogna diventare dipendenti dall’amore

Il messaggio definitivo che emerge dall’analisi di Schopenhauer è un invito radicale alla liberazione attraverso la conoscenza nuda della realtà. Non bisogna diventare dipendenti dall’amore perché la dipendenza affettiva non è un atto di devozione verso un altro essere umano, ma la sottomissione cieca a una forza impersonale che si cura della continuità della specie, rimanendo del tutto indifferente alla felicità o al tormento del singolo individuo.

Quando una persona si consegna interamente a questa dinamica, si svaluta: abdica al proprio ruolo di soggetto pensante per ridursi a puro oggetto biologico. Consumare la metà dei propri pensieri, delle proprie forze vitali e dei propri progetti dietro al demone dell’innamoramento significa abdicare alla propria indipendenza intellettuale, lasciando che un istinto travestito da sentimento gestisca il timone della nostra esistenza.

Riconoscere che l’amore romantico è la maschera poetica che copre l’impulso sessuale non serve ad anestetizzare i sentimenti o a negare la bellezza di un incontro, ma a guardarli con il dovuto distacco filosofico. La dipendenza affettiva prospera sull’equivoco: si attribuisce al partner una sacralità e un potere salvifico che in realtà appartengono solo all’illusione proiettata dalla natura. Quando consideriamo l’altro l’unica ragione di vita, stiamo inconsapevolmente divinizzando il meccanismo che ci sta sottomettendo.

La vera cura consiste nello svelare il trucco del burattinaio, compiendo un atto di profonda igiene mentale e culturale. Solo smettendo di cercare fuori da noi un assoluto che non esiste, possiamo sottrarre all’altro il potere di distruggerci.

Comprendere la diagnosi di Arthur Schopenhauer significa smettere di subire passivamente il lutto di una separazione o l’ansia di un rifiuto come se fossero fallimenti spirituali personali.

La liberazione non passa attraverso il cinismo, ma attraverso la lucidità: ricondurre il demone dell’amore nei confini della biologia permette di spezzare l’incantesimo dell’idealizzazione, restituendo alla nostra esistenza la dignità delle sue forze, la padronanza della nostra solitudine e la totale, inalienabile libertà del pensiero.