I promessi sposi di Manzoni: un romanzo attuale che svela come senza perdono non c’è amore

Ne “I promessi sposi” l’amore non basta: è il perdono a renderlo possibile. La lezione del capitolo 36 e perché i classici contano ancora a scuola.

I promessi sposi di Manzoni: un romanzo attuale che svela come senza perdono non c'è amore

Ne I promessi sposi c’è un momento che rappresenta una grande lezione di vita. Qualcosa che forse a scuola passa in secondo piano, ma che rappresenta il più grande insegnamento che il romanzo di Alessandro Manzoni condivide ancora oggi. Non è un incontro, non è una promessa, non è il ricongiungimento tra Renzo e Lucia. È qualcosa che l’umanità intera dovrebbe assorbire se si vuole far vincere la bellezza, l’amore, la civiltà.

Questo dono dello scrittore lo scrittore milanese può essere riassunto in una frase, pronunciata da Renzo Tramaglino, nel luogo più buio del romanzo, il lazzaretto, e, soprattutto, quando ogni certezza sembra perduta:

«Ah gli perdono! gli perdono davvero, gli perdono per sempre!»

È lì che Alessandro Manzoni, con il suo romanzo storico, smette di raccontare semplicemente una storia d’amore e comincia a mostrare ciò che serve perché quell’amore sia possibile. Perché Renzo non può arrivare a Lucia Mondella finché porta dentro di sé il desiderio di vendetta, l’odio, il male. E Lucia non può tornare a lui finché resta legata a una promessa nata nella paura.

Prima dell’incontro, Manzoni affida a padre Cristoforo la condizione necessaria per liberare entrambi dalle maglie di quel destino crudele che h segnato le loro vite .

È questo il punto in cui il romanzo diventa una lezione che gli studenti di tutte le scuole meriterebbero di poter imparare. Il romanzo insegna che l’amore resiste e può continuare ad esistere solo quando l’uomo smette di essere prigioniero del male che ha subito o dalle paure che il male genera.

E allora la questione oggi riguarda anche la scuola. I promessi sposi meritano di continuare a far parte dei programmi scolastici, ma dovrebbero essere letti e spiegati nella direzione dell’universalità dell’opera. È una questione di metodo: i grandi classici non hanno bisogno di essere aggiornati, hanno bisogno di essere compresi e riletti nella realtà e nella quotidianità che ci circonda. Solo così possono risultare accessibili e amati dagli studenti e dagli stessi insegnanti.

Il momento chiave dei Promessi Sposi: le scelte che cambiano tutto

Per capire davvero la lezione di Alessandro Manzoni, dobbiamo calarci nella lettura dei capitoli 35, 36 e 37 de I promessi sposi (1827), siamo nella parte finale del libro. Perché ciò che accade nel lazzaretto non è un episodio isolato, ma il risultato di un percorso.

Renzo arriva a Milano dopo mesi di fuga, paura e lontananza. Ha perso tutto: il lavoro, la casa, ogni certezza. Ma soprattutto porta dentro di sé qualcosa che lo definisce ormai più di ogni altra cosa: l’odio verso don Rodrigo. Non è più il giovane ingenuo dei primi capitoli. È un uomo ferito, che ha visto il mondo mostrarsi nella sua forma più ingiusta.

Il capitolo 35 segna l’ingresso nel luogo in cui si cerca di curare dalla peste. È questo uno dei luoghi più potenti del romanzo. In questo passaggio del romanzo, Manzoni sospende la narrazione e allarga lo sguardo: la storia individuale si dissolve nella sofferenza collettiva. È uno spazio di dolore assoluto, dove cadono le differenze sociali e dove ogni certezza viene messa in discussione. Renzo entra per cercare Lucia, ma si trova davanti qualcosa di più grande: un’umanità che soffre, e un male che non si può combattere con la forza.

È proprio qui che avviene l’incontro decisivo con padre Cristoforo. Il frate non consola Renzo: lo mette davanti a se stesso. Gli impedisce di rifugiarsi nella rabbia, lo costringe a riflettere riguardo al suo desiderio di vendetta. E lo conduce davanti a don Rodrigo, ormai consumato dalla peste. Non c’è più il potente, il tiranno, il nemico. C’è un uomo che muore.

È in questo momento che il romanzo cambia direzione.

Nel capitolo 36, Renzo è chiamato a una scelta radicale: continuare a odiare, oppure lasciar andare. E solo dopo questa scelta può avvenire l’incontro con Lucia, che a sua volta è bloccata da un’altra forma di prigionia: il voto fatto alla Madonna nella notte della paura.

Le due linee si intrecciano. Renzo deve liberarsi dall’odio. Lucia deve essere liberata da un vincolo nato dal terrore. E sarà ancora padre Cristoforo a tenere insieme queste due dimensioni, sciogliendo il voto e restituendo ai due giovani la possibilità di scegliere davvero.

Il capitolo 37 segna il passaggio successivo: Renzo esce dal lazzaretto sotto la pioggia, in un mondo che lentamente torna alla vita. È una scena simbolica. Dopo il contagio, dopo la paura, dopo l’odio, qualcosa si è sciolto. Non solo nella città, ma dentro di lui.

E solo a questo punto, davvero, la storia può andare verso il suo compimento.

Perché Renzo deve perdonare prima di poter amare

Nel capitolo 36, Alessandro Manzoni non costruisce semplicemente una svolta narrativa: costruisce una condizione morale senza la quale la storia non può andare avanti.

Renzo entra nel lazzaretto per cercare Lucia, ma arriva portando con sé qualcosa che lo definisce ormai profondamente: non solo il dolore, ma un’idea di giustizia personale. Non è più il giovane impulsivo dei primi capitoli, ma nemmeno un uomo riconciliato: è qualcuno che ha trasformato il torto subito in diritto alla vendetta.

È esattamente qui che interviene padre Cristoforo. E lo fa nel modo più duro possibile, perché non si tratta di consolare, ma di fermare.

«Come! – riprese, con voce non meno severa, il cappuccino. – Ardiresti tu di pretendere ch’io rubassi il tempo a questi afflitti, i quali aspettano ch’io parli loro del perdono di Dio, per ascoltar le tue voci di rabbia, i tuoi proponimenti di vendetta? T’ho ascoltato quando chiedevi consolazione e aiuto; ho lasciata la carità per la carità; ma ora tu hai la tua vendetta in cuore: che vuoi da me? vattene. Ne ho visti morire qui degli offesi che perdonavano; degli offensori che gemevano di non potersi umiliare davanti all’offeso: ho pianto con gli uni e con gli altri; ma con te che ho da fare?»

Questa non è solo una reprimenda. Quella del frate è una vera e propria diagnosi.

Renzo non viene giudicato per ciò che ha subito, ma per ciò che sta diventando. Il problema non è don Rodrigo, ma il fatto che il male subito stia producendo altro male. La vendetta non è presentata come errore morale astratto, ma come una forma di schiavitù interiore.

Per questo il perdono, in Manzoni, non è mai un gesto “alto” o sentimentale. È una rottura con la spirale dell’odio, del male.

Quando Renzo risponde:

«Ah gli perdono! gli perdono davvero, gli perdono per sempre!»

non sta compiendo un atto eroico. Sta cedendo. Sta rinunciando a qualcosa che lo teneva in piedi, ma lo stava anche imprigionando. E proprio per questo padre Cristoforo non si accontenta:

«Pensaci; e dimmi un poco quante volte gli hai perdonato.»

Il punto non è dichiarare il perdono. È verificare se è reale. Se è definitivo. Se non è più reversibile.

Solo a questo livello il perdono diventa ciò che Manzoni vuole che sia: una trasformazione, non una semplice dichiarazione.

Ed è qui che si chiarisce il senso più profondo del passaggio. Renzo non deve perdonare per essere “buono”. Deve perdonare perché altrimenti non è libero.

Finché resta legato all’idea di farsi giustizia, resta legato anche al suo nemico. È don Rodrigo, anche morente, a determinare ancora le sue scelte. Il perdono interrompe questo legame. Spezza la catena invisibile che tiene insieme offesa e vendetta.

Solo in quel momento, davvero, Renzo può uscire dal passato. E solo da lì può accadere il resto.

Lucia, il voto e la paura: l’amore ha bisogno di essere liberato

Quando Renzo incontra Lucia, Manzoni costruisce una simmetria perfetta. Lui è appena uscito dall’odio. Lei è ancora dentro un vincolo.

Ma non è un vincolo morale nel senso alto del termine. È qualcosa di più ambiguo, e proprio per questo più potente: è una promessa nata nella paura.

Lucia non rifiuta Renzo perché non lo ama. Lo rifiuta perché si sente obbligata. Il suo voto non è un atto libero, ma una risposta estrema a una situazione estrema. E Manzoni è molto preciso nel mostrarlo: non è la fede a parlare, è il terrore.

Quando padre Cristoforo entra in scena, non si limita a “risolvere” il problema. Fa qualcosa di molto più radicale. Interpreta quel gesto, lo giudica, e lo ricolloca nel giusto ordine.

«Il Signore, figliuola, gradisce i sagrifizi, l’offerte, quando le facciamo del nostro. È il cuore che vuole, è la volontà: ma voi non potevate offrirgli la volontà d’un altro, al quale v’eravate già obbligata.»

Questa frase è decisiva, perché sposta completamente il senso del voto. Non lo nega, ma ne smonta la validità. Lucia crede di aver fatto un sacrificio, ma in realtà ha coinvolto qualcosa che non era solo suo: il legame con Renzo.

Il punto, quindi, non è sciogliere un giuramento. È ristabilire una verità.

Padre Cristoforo continua:

«No, poverina, non pensate a questo: io credo anzi che la Vergine santa avrà gradita l’intenzione del vostro cuore afflitto, e l’avrà offerta a Dio per voi.»

Qui Manzoni compie un passaggio sottilissimo: salva l’intenzione, ma corregge l’atto. Lucia non ha sbagliato nel rivolgersi a Dio, ha sbagliato nel credere che Dio potesse volerla separata da ciò che era giusto.

E allora interviene l’autorità della Chiesa, non come imposizione, ma come liberazione:

«Con l’autorità che ho dalla Chiesa, vi dichiaro sciolta dal voto di verginità.»

È una formula giuridica, ma il suo effetto è esistenziale. Lucia non riceve un permesso. Viene restituita a se stessa.

Il voto, che sembrava un atto di fede, si rivela per ciò che era: una forma di prigionia. Non perché fosse sbagliato in sé, ma perché nato senza libertà.

E qui si chiude il cerchio con Renzo. Lui doveva liberarsi dall’odio. Lei doveva essere liberata dalla paura. Solo quando entrambe queste condizioni vengono sciolte, l’amore smette di essere impossibile.

E allora il passaggio decisivo non è l’incontro tra i due. È la doppia liberazione che lo rende finalmente reale.

Per questo Manzoni non “concede” l’amore ai suoi personaggi. Lo rende possibile.

Perché questa è la vera lezione dei Promessi Sposi

A questo punto, il senso del percorso diventa più chiaro. Alessandro Manzoni non porta Renzo e Lucia verso il ricongiungimento come un semplice premio finale. Prima di restituirli l’uno all’altra, li attraversa con una prova che riguarda la loro libertà più profonda. Renzo deve sottrarsi alla logica della vendetta, Lucia deve uscire da un vincolo nato nell’angoscia. Solo allora il loro amore può tornare a essere una scelta, non il risultato di una promessa antica, di un’abitudine sentimentale o di una fedeltà subita.

È qui che I promessi sposi mostrano la loro grandezza di classico. La vicenda non resta chiusa nel Seicento, nella peste, nei soprusi dei potenti o nella storia di due giovani separati. Diventa una riflessione sulla vita morale di tutte le epoche. Riesce a puntare i riflettori su ciò che accade quando una persona ferita rischia di restare legata per sempre a chi l’ha offesa. Offre evidenza su ciò che accade quando la paura assume la forma di un dover e su quanto sia difficile distinguere tra sacrificio autentico e rinuncia dettata dal terrore.

Per questo il perdono di Renzo e lo scioglimento del voto di Lucia non sono due episodi laterali. Sono il cuore del passaggio. Da una parte, padre Cristoforo aiuta Renzo a comprendere che la giustizia non può coincidere con il possesso del male subito. Dall’altra, aiuta Lucia a riconoscere che Dio non chiede all’uomo di distruggere ciò che è buono in nome di una promessa pronunciata nella disperazione. In entrambi i casi, la fede manzoniana non chiude la vita: la riapre.

Letti così, I promessi sposi tornano a parlare anche alla scuola, perché sono un momento formativo fondamentale per la crescita personale e sociale. La loro importanza non dipende soltanto dal posto che occupano nei programmi, ma dal modo in cui vengono gestiti da chi propone insegnamento.

Un classico proposto come obbligo rischia di diventare un monumento immobile. Un classico letto come esperienza umana può invece continuare a interrogare chi lo incontra.

La lezione del lazzaretto è proprio questa: l’amore, per Manzoni, non è soltanto sentimento che resiste, ma possibilità che nasce quando l’uomo viene liberato da ciò che lo trattiene. Renzo e Lucia possono ritrovarsi perché, prima ancora, vengono restituiti a se stessi.

Perché a scuola abbiamo ancora bisogno dei grandi classici

C’è, in fondo, una ragione per cui i grandi libri continuano a essere letti anche quando il tempo che li ha prodotti è lontanissimo. Non è solo una questione di lingua, di stile o di storia. È che contengono forme di esperienza che aiutano a riconoscere se stessi.

I promessi sposi appartengono a questa categoria. Non perché offrano risposte semplici, ma perché mettono in scena passaggi interiori che ogni generazione è chiamata, in forme diverse, ad affrontare: il rapporto con il male subito, il peso delle scelte fatte nella paura, la possibilità di cambiare senza perdere ciò che si è.

È per questo che la loro presenza nella formazione scolastica resta essenziale. Non come repertorio di nozioni, ma come spazio in cui imparare a leggere le dinamiche più profonde dell’agire umano. Un romanzo come questo non insegna cosa pensare, ma mostra cosa significa trovarsi davanti a un bivio e dover scegliere chi si vuole essere.

Se viene affrontato in questa direzione, diventa qualcosa che accompagna nella vita, smettendo di essere un passaggio obbligato e diventare una risorsa per ogni singola persona nessuna esclusa. E se a scuola sembra pesante, leggiamolo fuori per scoprire la sua attualità.