Nel tardo pomeriggio del 28 maggio 1606, sul campo di pallacorda di via di Pallacorda a Roma, una banale discussione su un punteggio o un debito di gioco scivola rapidamente nel sangue. Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, sguaina la spada contro il caporione Ranuccio Tomassoni. Lo scontro è caotico e rabbioso: Tomassoni cade a terra con l’arteria femorale recisa e muore dissanguato in pochi minuti; Caravaggio, ferito alla testa, fugge nella penombra dei vicoli romani prima che le guardie papali possano arrestarlo.
Le conseguenze di quel duello clandestino sono spietate. Papa Paolo V emette contro il pittore il bando capitale: la condanna a morte più infamante, che autorizza chiunque riconosca il fuggiasco nei territori dello Stato Pontificio a decapitarlo sul posto, incassando una ricompensa semplicemente esibendone la testa mozzata. Da quel giorno, la decapitazione cessa di essere un concetto astratto o un topos biblico per diventare l’ossessione viscerale, quotidiana e persecutoria della vita di Caravaggio.
Una supplica dipinta per comprare la libertà
Nei quattro anni successivi, in un pellegrinaggio febbrile tra i feudi dei Colonna, Napoli, Malta e la Sicilia, il pittore vive con la spada sempre al fianco e gli occhi guardinghi. Dipinge a un ritmo frenetico teste tagliate: quella di Giovanni Battista, quella di Oloferne, quella di Medusa. Ma è verso la fine del 1609, durante il suo secondo soggiorno a Napoli, che Caravaggio decide di compiere il gesto più estremo della sua carriera: dipingere la propria testa decollata e recapitarla all’unico uomo che ha il potere di fargli ottenere la grazia papale, il potente e famelico collezionista d’arte cardinale Scipione Borghese, nipote del pontefice.
Nasce così il “Davide con la testa di Golia”, oggi custodito proprio alla Galleria Borghese di Roma: non un semplice capolavoro del Seicento, ma una supplica disperata, una confessione giudiziaria e un testamento psicologico tracciato a colpi di pennello.
“Davide con la testa di Golia” di Caravaggio: l’autoritratto più spietato del Seicento
L’anomalia del quadro salta agli occhi rispetto a tutta la tradizione iconografica rinascimentale. Di solito, Davide veniva ritratto come un eroe trionfante, fiero e compiaciuto mentre calpesta il gigante filisteo, simbolo della virtù che sconfigge la tirannide. Nella tela di Caravaggio, invece, non c’è traccia di festa o di vittoria. Lo sfondo è un baratro nero pece, privo di qualsiasi elemento architettonico o paesaggistico: un vuoto cosmico che sembra inghiottire ogni appiglio terreno.
Dall’oscurità emerge la figura a tre quarti di Davide. Il ragazzo tiene il braccio teso in avanti verso lo spettatore, reggendo per la folta chioma corvina il trofeo della battaglia: la testa sanguinante di Golia. Ma quel gigante mostruoso non è una maschera d’invenzione: è l’autoritratto crudo, implacabile e spietato dello stesso Caravaggio.
Il volto di Golia è una rovina vivente. La bocca è spalancata in un rantolo strozzato, con la lingua visibile tra i denti; l’occhio sinistro è spento e deviato nello strabismo della morte imminente, mentre l’altro fissa il nulla; la pelle è solcata dalle rughe di una vita di eccessi e fughe, e dal collo troncato gocciola ancora una scia densa di sangue scarlatto. Caravaggio non si fa sconti: si dipinge come il peccatore, il criminale, il mostro biblico meritevole della punizione divina.
La pietà del vincitore e il motto sulla lama
Altrettanto sconvolgente è lo sguardo del giovane Davide. Il ragazzo – in cui molti storici dell’arte hanno riconosciuto Cecco Boneri, allievo e compagno del pittore – non guarda il pubblico con orgoglio, ma fissa la testa mozzata con una compassione infinita, unita a un profondo senso di orrore e tristezza. È il confronto silenzioso tra l’innocenza perduta della giovinezza e la miseria del peccato adulto. Sulla lama della spada che Davide impugna nella mano destra, appena rischiarata dalla luce diagonale, compaiono alcune lettere incise: H-AS OS, abbreviazione del motto agostiniano Humilitas occidit superbiam (“L’umiltà uccide la superbia”).
L’illusione del perdono e la solitudine di Porto Ercole
Attraverso quest’opera, Caravaggio intendeva comunicare a Scipione Borghese e al Papa di aver già espiato la propria colpa. Consegnando al cardinale la propria testa su tela, era come se il pittore dicesse: “Ecco la testa che pretendete; l’ho già recisa io stesso. Risparmiate il resto del mio corpo”. Voleva sacrificare il proprio doppio dipinto per salvare la propria carne viva.
La storia, tuttavia, non concederà a Michelangelo Merisi il lieto fine sperato. Nel luglio del 1610, imbarcatosi con le sue ultime tele per raggiungere Roma dove la revoca della condanna era ormai imminente, Caravaggio venne arrestato per errore allo scalo di Palo, perse il carico con i suoi dipinti e morì pochi giorni dopo, stremato dalle febbri sulla spiaggia di Porto Ercole, a soli trentotto anni. Il “Davide con la testa di Golia” rimase a Roma nelle stanze del cardinal Borghese: l’autoritratto più disperato della storia dell’arte, in cui un uomo cercò di sfuggire al patibolo donando al mondo l’immagine esatta della propria dannazione.

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