Due sedie vuote: come Vincent van Gogh ha dipinto la fine della sua più grande amicizia

Due sedie vuote per raccontare un addio: prima del dramma dell’orecchio, Van Gogh ha dipinto la fine della sua amicizia più dolorosa con Paul Gauguin.

Due sedie vuote come Vincent van Gogh ha dipinto la fine della sua più grande amicizia

Ci sono assenze che fanno più rumore di qualsiasi presenza. Chiunque abbia vissuto la fine improvvisa di un amore o di un’amicizia fraterna conosce quella strana vertigine: entrare in una stanza e vedere gli oggetti dell’altro ancora lì, immobili, mentre il legame che li teneva in vita è già svanito nel nulla.

Nel dicembre del 1888, chiuso tra i muri gialli della sua casa di Arles, Vincent van Gogh ha dato a questo sentimento una forma immortale. Non ha dipinto un litigio, né le lacrime, né gli sguardi furiosi che ormai riempivano le sue giornate. Ha dipinto due sedie vuote.

Il sogno spezzato della Casa Gialla

Per comprendere queste due tele bisogna riavvolgere il nastro di qualche mese. Quando van Gogh si trasferisce nel sud della Francia, ha in mente un progetto febbrile: fondare l’Atelier del Mezzogiorno, una comune di artisti dove lavorare insieme, dividere il pane, sostenersi a vicenda e sfuggire all’indifferenza del mercato parigino.

Vincent vuole una guida per questo sogno, e quella guida ha un nome: Paul Gauguin.

Per mesi Vincent gli scrive lettere appassionate, quasi supplicanti. Prepara la Casa Gialla come un innamorato preparerebbe il nido per la persona amata: dipinge girasoli per decorare la stanza dell’ospite, compra mobili nuovi, spende ogni centesimo inviato dal fratello Theo per rendere l’ambiente accogliente. Quando Gauguin finalmente accetta di raggiungerlo nell’ottobre del 1888, per Vincent è l’inizio di una nuova era.

L’illusione dura meno di due mesi.

Gauguin è superbo, disincantato, calcolatore; dipinge a memoria, cercando l’astrazione e il simbolo. Vincent è vulcanico, ipersensibile, disperato; si getta sulla tela all’aria aperta, impastando i colori con la terra e con il vento. Due pianeti incompatibili costretti a condividere pochi metri quadri. Le cene si trasformano in discussioni violente, il vino alimenta i rancori e l’atmosfera diventa irrespirabile. Gauguin inizia a parlare di andarsene. Vincent capisce che il suo sogno sta morendo.

È in questo clima di tensione palpabile che nascono La sedia di Vincent e La sedia di Gauguin, due dipinti del pittore olandese Vincent van Gogh, realizzati nel dicembre 1888 e conservati rispettivamente alla National Gallery di Londra e al Van Gogh Museum di Amsterdam.

Lo specchio dell’anima: due sedie, due mondi

Van Gogh decide di realizzare due ritratti, ma sceglie di non dipingere i volti. Ritrae i mobili su cui i due artisti sedevano ogni giorno. È una scelta rivoluzionaria: affidare la psicologia umana alla materia inanimata.

La sedia di Vincent è una modesta sedia da contadino provenzale, in legno grezzo e paglia intrecciata. Poggia su un pavimento di piastrelle rosse, inondata da una luce diurna, quasi accecante. Sopra la seduta non c’è nulla di prezioso: soltanto una pipa accesa e un sacchetto di tabacco.

È l’autoritratto di un uomo che si spoglia di ogni finzione. Il tabacco e la pipa erano per van Gogh i consolatori dei poveri, l’unico lusso concesso all’inquietudine, la traccia tangibile di una presenza operaia, ruvida e autentica. Sullo sfondo, una cassa di cipolle reca la sua firma: la vita semplice, senza filtri.

La sedia di Gauguin, al contrario, non è una sedia: è una poltrona. I braccioli sono sinuosi, il legno è scuro e lucido, la seduta è foderata da una stoffa raffinata. Il dipinto è immerso nella notte, dominato da ombre profonde, rossi teatrali e verdi scuri. Sulla poltrona non troviamo oggetti quotidiani, ma due romanzi moderni e una candela accesa che getta una luce fioca e vacillante. È l’omaggio di Vincent a una mente superiore, a un intellettuale che legge la letteratura decadente francese, ma è anche il ritratto di un uomo misterioso, sfuggente, distante dal calore umano.

Un presagio prima della catastrofe

Guardando i due quadri affiancati, si percepisce immediatamente la crepa. La sedia di Vincent è orientata verso destra; quella di Gauguin verso sinistra. Non dialogano. Si danno le spalle.

La pipa di van Gogh è spenta a metà, testimone di un’interruzione improvvisa; la candela di Gauguin si sta consumando, pronta a spegnersi per sempre nel buio della stanza. Vincent sapeva già come sarebbe andata a finire. Pochi giorni dopo aver completato queste tele, la vigilia di Natale del 1888, van Gogh si taglierà il lobo dell’orecchio dopo un violento litigio per strada, e Gauguin prenderà il primo treno per Parigi, per non rivederlo mai più.

La storia dell’arte si è spesso concentrata sull’atto cruento del rasoio, relegando la rottura tra i due geni alla cartella clinica della follia. Ma la verità più profonda è custodita in queste due tele.

La sedia vuota è il simbolo universale del vuoto che resta quando qualcuno se ne va. Non serve gridare per dipingere il dolore: basta mostrare il posto dove sedeva chi amavamo, rendendosi conto che, da quel momento in poi, a occuparlo sarà soltanto il silenzio.