Un’opera di Alberto Giacometti che “!ci parla” ancora oggi. Cinque figure filiformi, ridotte quasi al loro scheletro spirituale, poggiano su una lastra di bronzo spessa e levigata. Quattro uomini camminano a grandi falcate dirigendosi verso il centro dello spazio, mentre una figura femminile resta immobile, eretta e distante. Sembrano convergere, ma le loro traiettorie divergono per frazioni impercettibili di millimetro; sembrano condividere la stessa terra, ma nessuno di loro alzerà mai lo sguardo verso il vicino.
Realizzata nel 1948, all’indomani delle macerie materiali e morali del secondo dopoguerra, “La piazza” (La Place o City Square) di Alberto Giacometti è una delle sculture più potenti e dolorose del Novecento. Se la pittura ha spesso indagato la solitudine tra quattro mura o dietro le vetrine di un caffè, Giacometti compie un gesto ancora più radicale: modella l’incomunicabilità nello spazio aperto, dimostrando come il vuoto più vertiginoso non sia quello che circonda l’uomo, ma quello che si insinua tra un essere umano e l’altro.
La piazza di di Alberto Giacometti: la geometria del vuoto
L’opera colpisce immediatamente per la sproporzione tra la vastità della base e l’estrema fragilità delle sagome umane. La lastra rettangolare in bronzo non è un semplice piedistallo, ma la rappresentazione plastica di una piazza moderna o di un marciapiede metropolitano. È uno spazio privo di punti di riferimento, di panchine, di alberi o di ripari, che amplifica il senso di smarrimento dei passanti.
Le figure di Giacometti sono scarnificate, private di muscoli, espressione facciale e dettagli anatomici. Sembrano fili di ferro consumati dal vento o ombre pietrificate, con piedi pesanti e sovradimensionati che li ancorano a terra come radici d’angoscia, contrapposti a torsi sottilissimi pronti a spezzarsi al minimo soffio.
Il dinamismo della scultura è una beffa crudele. I quattro uomini marciano in avanti con decisione, spinti da un’urgenza cieca, ma i loro cammini non si incroceranno mai. Ognuno vive nella bolla impenetrabile del proprio tragitto, condannato a ignorare chi gli sfiora la spalla. La donna immobile, a sua volta, appare come una sfinge muta: osserva senza intervenire, testimone silenziosa di una comunità impossibile.
Giacometti non scolpisce tanto i corpi, quanto la distanza invisibile che li separa: una faglia geologica di silenzi e indifferenza.
Tascabili di gesso e silenzi al bistrot: gli aneddoti dell’opera
La nascita di questo capolavoro e dello stile inconfondibile di Giacometti è costellata di aneddoti straordinari che raccontano l’ossessione dell’artista per la verità della percezione visiva. Il primo retroscena riguarda la vertiginosa crisi di scala che colpì lo scultore durante la guerra. Rifugiatosi a Ginevra tra il 1942 e il 1945, Giacometti cominciò a scolpire figure sempre più minute: ogni volta che provava a ritrarre una modella o un passante dal vero, avvertiva che la presenza dell’altro, vista a distanza, si restringeva. Le sue sculture divennero così minuscole da consumarsi tra le dita.
Quando nel 1945 fece ritorno a Parigi, l’intera produzione di quegli anni era custodita all’interno di sei scatole di fiammiferi tenute nelle tasche del suo cappotto. Soltanto tornando a camminare sui boulevards parigini l’artista decise di restituire altezza alle figure, ma mantenendone l’estrema sottigliezza: l’essere umano, per lui, era ormai una linea tremante nello spazio.
L’ispirazione diretta per La piazza nacque proprio dall’osservazione quotidiana della folla all’uscita di un caffè in Boulevard Montparnasse. Giacometti stesso racconterà: “Per strada la gente si incrocia e si allontana senza vedersi. Oppure si incrociano proprio per non vedersi. Si precipitano gli uni verso gli altri, ma solo per evitarsi. Tutto questo mi ha sempre dato un’impressione di vertigine e di solitudine assoluta.”
Un altro capitolo fondamentale riguarda l’amicizia quasi telepatica tra Giacometti e Samuel Beckett. I due si incontravano regolarmente la sera nei bistrot di Parigi per bere vino e fumare in lunghissimi silenzi condivisi, senza sentire il bisogno di scambiarsi una sola parola per ore.
Anni dopo, nel 1961, Beckett chiederà proprio a Giacometti di disegnare l’unico elemento scenico per la storica messa in scena di “Aspettando Godot” al Théâtre de l’Odéon: un albero scheletrico in gesso, fragile e nudo come i passanti de “La piazza”. Entrambi stavano esplorando lo stesso enigma: l’attesa vana, la parola mancata, l’assurdo della condizione umana.
Jean-Paul Sartre, che dedicò a Giacometti saggi memorabili come La ricerca dell’assoluto, colse perfettamente il senso di quest’opera scrivendo che lo scultore elvetico era il primo artista ad aver compreso che l’uomo non è fatto di carne, ma di “distanza”.
Cosa ci insegna l’opera: l’antidoto alla fretta indifferente
Perché un’opera nata nel 1948 continua a parlare con tanta urgenza al nostro presente? Perché descrive con chirurgica precisione il ritmo delle nostre giornate contemporanee.
Tutti noi siamo quotidianamente le sagome de “La piazza”: camminiamo gomito a gomito lungo i corridoi della metropolitana, attraversiamo piazze affollate a testa bassa, navighiamo flussi sterminati di notifiche e scambi digitali, condividendo il medesimo metro quadro senza toccarci davvero. La scultura di Giacometti ci avverte che la vicinanza fisica – o la simultaneità online – non equivale all’incontro. Anzi, la fretta funzionale di andare “verso la propria meta” si trasforma quasi sempre nell’alibi perfetto per non accorgersi di chi ci sta accanto.
“La piazza” rappresenta un forte monito morale: l’incomunicabilità è la conseguenza automatica di un’esistenza vissuta per inerzia. Per spezzare l’incantesimo di quel bronzo immobile e silenzioso, basta un gesto di rottura: fermare il proprio passo, deviare dalla traiettoria prestabilita e compiere il coraggioso sforzo di incrociare lo sguardo dell’altro.

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