Quante volte abbiamo sentito pronunciare, con un misto di cinismo e disincantato pragmatismo, la celebre massima latina “Pecunia non olet”? Utilizzata ancora oggi nel lessico comune, nel giornalismo economico e nel dibattito politico, questa frase riassume un’idea tanto semplice quanto spietata: il denaro non ha odore, non conserva memoria della propria provenienza e il suo potere d’acquisto prescinde dalla nobiltà o dalla bassezza dell’attività con cui è stato guadagnato.
Se per la sensibilità contemporanea questa sentenza suona come una metafora sull’amoralità del capitalismo, la sua genesi storica è invece del tutto letterale, fisica e ancorata a una delle vicende più curiose e terrene della Roma imperiale. Per comprendere appieno la forza di queste tre parole bisogna fare un salto indietro nel tempo fino al primo secolo dopo Cristo, nel cuore dell’impero guidato da Vespasiano.
Un impero in bancarotta e il buonsenso di Vespasiano
Siamo nel 69 d.C., ricordato dalla storiografia come il turbolento “anno dei quattro imperatori”. Roma esce dilaniata dalle guerre civili scoppiate dopo la caduta e il suicidio di Nerone: Galba, Otone e Vitellio si sono contesi il soglio imperiale in pochi mesi di massacri e devastazioni, lasciando le casse dello Stato completamente prosciugate.
A prendere le redini di un impero sull’orlo del baratro finanziario e istituzionale è Tito Flavio Vespasiano, capostipite della dinastia flavia. Uomo di origini provinciali e sabine, privo delle vezzose vanità dell’antica aristocrazia patrizia, Vespasiano era soprattutto un generale temprato, un amministratore meticoloso e un individuo dotato di un realismo proverbiale.
Calcolò che per rimettere in sesto Roma e completare grandi opere pubbliche, tra cui la bonifica della zona della Domus Aurea neroniana dove sarebbe sorto il Colosseo, servivano centinaia di milioni di sesterzi. Per trovarli, non si fece scrupolo di tassare qualunque attività commerciale possibile.
Il valore dell’urina nell’antica Roma
Tra i provvedimenti più singolari reintrodotti da Vespasiano figurava il cosiddetto vectigal urinae, una vera e propria imposta sulla raccolta e sulla vendita dell’urina proveniente dai bagni pubblici e dai grandi recipienti posizionati lungo i crocevia della città.
Per quanto oggi possa sembrare grottesco, nell’antichità romana l’urina costituiva una materia prima preziosa e indispensabile per l’economia artigianale. Ricca di ammoniaca, veniva acquistata e impiegata su larga scala dai fullones (i lavandai e tintori dell’epoca), i quali la usavano sia come agente sgrassante per lavare e candeggiare le toghe di lana grezza, sia come mordente per fissare i colori nei tessuti o nella concia delle pelli. L’urina, dunque, era un bene commerciale strategico con un mercato fiorente. Vespasiano colse l’opportunità: se il commercio fioriva attorno ai vespasiani ante litteram, il fisco doveva prenderne la sua quota.
Il dialogo tra padre e figlio narrato da Svetonio
La mossa dell’imperatore suscitò scalpore e non poco imbarazzo a corte. Fu in particolare il figlio primogenito ed erede al trono, il futuro imperatore Tito, a mostrarsi indignato per una gabella che riteneva volgare, indegna della grandezza e del prestigio dell’autorità imperiale.
A tramandare l’aneddoto definitivo è lo storico Gaio Svetonio Tranquillo nel ventitreesimo capitolo della sua opera De vita Caesarum (Vita dei Cesari). Di fronte ai rimproveri moralistici del figlio, Vespasiano non si perse in dispute teoriche. Prese una moneta d’argento, parte del primo incasso riscosso grazie alla nuova tassa, la avvicinò alle narici di Tito e gli chiese se ne percepisse l’odore sgradevole:
Reprehendenti filio Tito, quod etiam urinae vectigal commentus esset, pecuniam ex prima pensione admovit ad nares, sciscitans num odore offenderetur; et illo negante: “Atqui”, inquit, “e lotio est”.
(Avendolo il figlio Tito rimproverato perché aveva escogitato una tassa perfino sull’urina, egli gli accostò al naso il denaro ricavato dalla prima riscossione, chiedendogli se fosse infastidito dal cattivo odore; e avendo quello risposto di no, disse: “Eppure proviene dall’urina”.)
La formula proverbiale concisa “Pecunia non olet” è la sintesi folcloristica e letteraria che la tradizione latina e medievale ha poi tratto dal dialogo riportato da Svetonio. Il messaggio dell’imperatore era inequivocabile: una volta trasformata in valuta metallica, la materia d’origine svanisce e l’oro non serba traccia del fango o dei liquami da cui è stato generato.
Tra etica e realtà: l’eredità di una massima millenaria
L’episodio lasciò un segno indelebile anche nella lingua: in omaggio (non privo di ironia popolare) a Vespasiano e alla sua tassa, ancora oggi gli orinatoi pubblici a colonna o a cabina vengono chiamati “vespasiani” in italiano e vespasiennes in francese.
Al di là della colorita vicenda di costume, Pecunia non olet continua a interrogarci sul piano etico. Da una parte esprime il trionfo della razionalità amministrativa: Vespasiano risanò le finanze statali, ripristinò la pace sociale e donò a Roma monumenti imperituri senza farsi condizionare dai pregiudizi di classe. Dall’altra, la frase racchiude il germe del disincanto moderno, dove il valore d’uso e il valore morale cedono il passo al valore di scambio.
Ricordare l’origine di questa espressione significa osservare da dove nasce quella neutralità del denaro che, ieri come oggi, cancella ogni profumo e ogni odore per restituire all’uomo solo la nuda sostanza della ricchezza.

Condividi questo articolo