L’uso pronome “gli” tra scorciatoie e “tranelli linguistici”. e A chi non è mai capitato di dire al volo, magari durante una chiacchierata informale al bar o in una rapida nota vocale, la fatidica frase: “Ho incontrato Francesca e gli ho detto tutto”? Nel parlato di tutti i giorni, la forma pronominale gli tende sempre più a comportarsi come un passepartout incredibilmente comodo. È una sorta di “buco nero” linguistico capace di inghiottire senza troppi complimenti le differenze di genere e di numero, assorbendo in un’unica sillaba sia il femminile “le” (a lei) sia il plurale “a loro”.
Questa tendenza alla semplificazione è un fenomeno affascinante che ci racconta molto di come usiamo l’italiano oggi, ma che rischia di trasformarsi in una trappola insidiosa non appena passiamo dalla voce alla tastiera. Se l’oralità perdona e giustifica, la pagina scritta (o lo schermo del computer) ha una memoria di ferro e regole ben precise. Ma cosa succede quando questo uso si cristallizza? E, soprattutto, cosa ne pensano i sommi custodi della nostra lingua, gli studiosi dell’Accademia della Crusca?
Il caso del plurale: un’assoluzione (quasi) totale
Per capire a fondo la questione, dobbiamo dividere il problema a metà, seguendo proprio le autorevoli direttive dell’Accademia della Crusca. La prestigiosa istituzione fiorentina ha più volte chiarito che non tutti gli usi impropri del gli sono uguali.
Partiamo dall’uso di “gli” al posto di “a loro” (es: “Ho visto i ragazzi e gli ho detto di venire”). Se pensate che sia un errore da penna blu, figlio della pigrizia contemporanea e degli smartphone, vi sbagliate di grosso. Sulle pagine della Crusca si ricorda che questa sostituzione ha radici storiche profondissime ed è ormai sdoganata, venendo ampiamente giustificata dai linguisti. La ragione è squisitamente ritmica e strutturale: il pronome loro è bisillabico, pesante, e va posizionato dopo il verbo, spezzando la fluidità della frase. Gli, al contrario, è un pronome atono (proclitico o enclitico), molto più leggero e agile da pronunciare, che si aggancia morbidamente al verbo.
A conferma di ciò, gli esperti della Crusca fanno notare che la forma plurale gli (derivante dal dativo latino plurale illis) era usatissima persino dai padri della nostra letteratura: un esempio illustre citato sul loro sito è quello di Alessandro Manzoni, che nel capitolo XIII dei “Promessi Sposi” lo adoperava per rendere i dialoghi molto più vivi e vicini al parlato reale. Dunque, estendere gli al plurale non solo non è un delitto, ma è una naturale e storica evoluzione della lingua verso l’economia della comunicazione.
Il pronome “gli” e il muro del femminile: l’errore che non si cancella
Il discorso, tuttavia, cambia radicalmente quando questo magico passepartout cerca di scardinare le porte del genere femminile. Su questo punto, l’Accademia della Crusca alza un muro invalicabile. Sostituire le con gli (come nel nostro esempio iniziale, “Ho incontrato Francesca e gli ho detto tutto”) rimane un errore formale grave.
Mentre nel caso del plurale la giustificazione è l’efficienza ritmica, confondere gli (a lui) e le (a lei) crea un vero e proprio cortocircuito semantico. Annulla una distinzione di genere essenziale per la chiarezza del messaggio. La Crusca ribadisce che questo uso è un tratto tipico dell’italiano popolare, fortemente sconsigliato nel parlato di media o alta formalità e, soprattutto, da bandire assolutamente nello scritto. Nelle e-mail, negli articoli o nei messaggi formali, estendere il pronome maschile al femminile salta subito all’occhio, come una nota stonata in una sinfonia altrimenti perfetta.
La Crusca fa notare una piccola curiosità storica, citando dizionari autorevoli come il Sabatini Coletti: dal mero punto di vista etimologico, l’uso del “gli” per le donne avrebbe in realtà un’antica giustificazione, derivando direttamente dal dativo latino singolare “illi”. Tuttavia, nonostante le giustificazioni etimologiche, la norma dell’italiano moderno resta chiara.
L’elogio dell’esitazione e la cura delle parole
La velocità della comunicazione contemporanea ci spinge costantemente a cercare scorciatoie fonetiche e strutturali, privilegiando l’immediatezza a discapito della precisione. Ma restituire il giusto pronome a ciascun destinatario – ridando a Francesca il suo “le” – è un piccolo gesto di cura che fa la differenza.
Nessuno, in fondo, è del tutto immune a queste incertezze o ai lapsus dettati dalla fretta, ed è proprio questo il fascino della scrittura. Esitare di fronte a una parola, sentire l’esigenza di consultare un vocabolario (o il sito della Crusca), oppure fermarsi a riflettere sulla struttura di una frase prima di premere “invia” non è mai un segno di debolezza. Al contrario, è un profondo atto di consapevolezza intellettuale.
Oggi prendersi il tempo per curare il proprio linguaggio ha un valore immenso. Significa, in fondo, prendersi cura dei propri pensieri, restituire dignità alle proprie idee e innalzare la qualità delle nostre relazioni con gli altri, dimostrando loro che abbiamo scelto con cura le parole da donargli.
Per approfondire, leggi “Il corretto uso dei pronomi “gli” e “le” “

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