La paura del futuro è diventata un rumore di fondo difficile da spegnere. Guerre, tensioni internazionali, crisi economiche, emergenza climatica, un mondo del lavoro trasformato dall’intelligenza artificiale: ogni giorno una nuova notizia sembra aggiungere un motivo per guardare con preoccupazione a quello che ci aspetta. Basta scorrere lo schermo del telefono per avere la sensazione che qualcosa stia cambiando più velocemente della nostra capacità di comprenderlo.
A questa instabilità si sommano le domande che riguardano la nostra vita. Avremo un lavoro sicuro? Riusciremo a realizzare quello che desideriamo? La scelta che stiamo facendo è quella giusta? Pensare al futuro è inevitabile, ma quando proviamo continuamente ad anticiparlo rischiamo di trascorrere il presente dentro problemi che, almeno per ora, esistono soltanto come possibilità.
Haruki Murakami aveva trovato un’immagine sorprendentemente efficace per raccontare questa sensazione già nel 2002, nelle prime pagine di Kafka sulla spiaggia. È il ragazzo chiamato Corvo a dire al quindicenne Kafka Tamura:
Qualche volta il destino assomiglia a una tempesta di sabbia che muta incessantemente la direzione del percorso.
La frase di Haruki Murakami appartiene al dialogo con il ragazzo chiamato Corvo e apre una riflessione più ampia su ciò che accade quando cerchiamo di orientarci davanti a qualcosa che continua a cambiare.
È un’immagine che oggi acquista un significato particolare. Una parte della nostra paura nasce proprio dal desiderio di sapere dove stiamo andando mentre intorno a noi cambiano continuamente le condizioni del viaggio. Cerchiamo previsioni, risposte e certezze che possano rassicurarci sul domani. Più il mondo appare instabile, più cresce il bisogno di anticiparlo.
Le parole di Murakami suggeriscono di guardare il problema da un’altra prospettiva. Come possiamo smettere di preoccuparci continuamente del domani quando il futuro, per sua natura, resta fuori dal nostro controllo?
Kafka sulla spiaggia, il capolavoro di Haruki Murakami sul destino e le scelte
Pubblicato in Giappone nel 2002, Kafka sulla spiaggia è uno dei romanzi più conosciuti e affascinanti di Haruki Murakami. La storia procede lungo due percorsi paralleli. Il primo è quello di Kafka Tamura, un ragazzo di quindici anni che decide di lasciare Tokyo e la casa del padre nel giorno del suo compleanno.
Porta con sé una profezia terribile ricevuta proprio dal padre e il desiderio di allontanarsi da un destino che sente incombere sulla propria vita. Il suo viaggio lo conduce a Takamatsu, sull’isola di Shikoku, e alla biblioteca privata Komura, dove incontra Ōshima e la signora Saeki, due figure decisive nel suo percorso.
A questa vicenda Murakami alterna quella di Satoru Nakata, un anziano segnato da un inspiegabile episodio avvenuto durante l’infanzia. Da quel momento ha perso la capacità di leggere e scrivere e una parte della propria memoria, ma ha sviluppato la facoltà di parlare con i gatti. Anche Nakata intraprende un viaggio verso Shikoku, pur senza conoscere inizialmente la propria destinazione e senza comprendere fino in fondo le ragioni che lo spingono a partire.
Le due storie avanzano separatamente, ma vengono progressivamente avvicinate da coincidenze, sogni ed eventi fantastici che mettono continuamente in discussione il confine tra ciò che è reale e ciò che appartiene a una dimensione più misteriosa.
Dietro questa costruzione narrativa, Murakami mette in gioco una domanda che attraversa l’intero romanzo: quanto possiamo scegliere della nostra vita quando esistono eventi, legami e conseguenze che sfuggono alla nostra volontà? Kafka tenta di sottrarsi a un destino che gli è stato annunciato e proprio per questo è costretto continuamente a confrontarsi con esso. Nakata segue invece una strada che comprende soltanto mentre la percorre.
Sono due esperienze molto diverse, ma entrambe mostrano personaggi costretti a muoversi senza possedere una visione completa di ciò che li aspetta.
Il destino, infatti, in Kafka sulla spiaggia non appare come una semplice successione di avvenimenti già stabiliti. Si intreccia con le decisioni dei personaggi, con il passato, con la memoria e con le responsabilità che emergono lungo il cammino.
Anche per questo nel romanzo sogno e realtà finiscono spesso per confondersi: Murakami lascia aperta la possibilità che una scelta produca conseguenze difficili da comprendere immediatamente e che il significato di alcuni avvenimenti diventi visibile soltanto dopo.
È qui che il romanzo incontra il tema che ci interessa. Kafka e Nakata non possiedono una mappa capace di spiegare in anticipo ciò che accadrà loro. Devono comunque scegliere, partire, incontrare persone e continuare a vivere. Murakami costruisce così una storia sul destino che, senza offrire risposte semplici, pone una questione molto concreta: come orientare le proprie scelte quando non possiamo sapere dove ci porteranno?
Perché cercare di prevedere il futuro può aumentare la paura
All’inizio del romanzo Kafka sta organizzando la fuga da casa. Cerca di prevedere ciò di cui avrà bisogno, pensa al denaro, al luogo in cui dormirà, a ciò che potrebbe succedergli. È in questo momento che il ragazzo chiamato Corvo introduce la tempesta di sabbia.
La sua immagine contiene un particolare decisivo: la tempesta cambia direzione. Kafka può tentare di evitarla modificando il proprio percorso, ma la direzione continua a mutare. Ogni movimento compiuto per mettersi al sicuro deve quindi essere seguito da un altro.
Qui Murakami mette a fuoco qualcosa che accade spesso quando abbiamo paura del futuro. Cerchiamo di ridurre l’incertezza immaginando in anticipo gli scenari possibili. Se succedesse questo, cosa farei? E se invece accadesse quello? E se la situazione peggiorasse? Ogni risposta produce una nuova eventualità da considerare. Il pensiero dovrebbe rassicurarci, e invece continua a spostare più avanti il punto nel quale finalmente dovremmo sentirci al sicuro.
Kafka vive una versione estrema di questo meccanismo perché sul suo futuro pesa una profezia. Prima ancora che gli eventi si compiano, qualcosa che potrebbe accadere possiede già la forza di modificare la sua vita presente. Il futuro è entrato nel suo presente sotto forma di previsione.
Nel capitolo quindicesimo Murakami porta lo stesso problema in una situazione molto più semplice. Kafka trascorre la notte da solo nella casa di Ōshima, in mezzo alla foresta. La porta è chiusa, le finestre sono protette, eppure ogni rumore comincia a suggerirgli una presenza:
Mi sento circondato da un esercito di presenze sconosciute, di creature che si annidano nell’oscurità.
Poco dopo arriva la voce del ragazzo chiamato Corvo:
Ehi, ma non lo vedi che non c’è niente? Ti lasci terrorizzare fino a questo punto da un po’ di silenzio e di buio, come un bambino pauroso?
La paura di Kafka è reale, ma ciò che teme in quel momento non lo è. Ci sono rumori, oscurità, forme che non riesce a identificare; la mente completa ciò che manca. Un fruscio diventa qualcosa che cammina, un rumore tra i rami suggerisce un corpo, il silenzio sembra nascondere una presenza.
Murakami torna sullo stesso processo molto più avanti, quando Kafka entra nuovamente nella foresta. Questa volta lo formula in maniera ancora più chiara:
Ma mi sforzo di non pensare a loro. Potrebbero essere solo allucinazioni, e se si concentra la mente su un’allucinazione, si ottiene solo di ingrandirla e di renderla più concreta, fino al punto che diventa reale.
È una descrizione molto vicina a ciò che facciamo quando la preoccupazione per il domani prende il sopravvento. Partiamo da un elemento reale, di solito una crisi economica, un cambiamento nel lavoro, una relazione incerta, una decisione da prendere, e cominciamo a costruirgli intorno scenari. Più li percorriamo mentalmente, più acquistano consistenza. Alla fine reagiamo emotivamente a un avvenimento immaginato quasi come se fosse già accaduto.
Murakami individua così un nodo importante: l’incertezza lascia degli spazi vuoti e la paura tende a riempirli.
La foresta permette a Murakami di approfondire ulteriormente questo meccanismo. La prima volta che Kafka vi entra, procede finché il sentiero diventa difficile da riconoscere. Gli alberi gli impediscono di orientarsi, la luce diminuisce e ciò che poco prima sembrava soltanto un ambiente sconosciuto comincia ad assumere un aspetto minaccioso.
Kafka cerca di rassicurarsi:
Non c’è niente di cui aver paura, mi dico. Il sentiero è lì, poco più avanti. Lì c’è la strada da cui sono venuto. Se non la perdo, potrò ritornare alla luce.
Kafka riesce a tornare indietro, ma l’esperienza gli lascia una consapevolezza precisa: la foresta gli fa paura soprattutto quando perde i propri punti di riferimento e non sa che cosa lo aspetta più avanti. Il problema, quindi, non riguarda soltanto ciò che potrebbe incontrare. Riguarda anche tutto quello che la mente può collocare nello spazio lasciato da ciò che ancora non conosce.
Come smettere di avere paura del futuro e di ciò che ancora non conosciamo
La risposta comincia a emergere quando Kafka torna nella foresta e decide di spingersi oltre il tratto che già conosce. La tensione rimane, così come i rumori e le presenze che non riesce a identificare. Questa volta, però, alla paura si affianca il desiderio di scoprire che cosa c’è realmente davanti a lui.
Nel capitolo quarantunesimo formula un pensiero importante:
Mi interessa sapere cosa c’è in fondo a quel sentiero. Anche se non dovesse esserci nulla, preferisco saperlo. Devo saperlo. Avanzo senza esitare, un passo dopo l’altro, sforzandomi di imprimermi bene nella memoria tutto ciò che vedo.
La paura non è scomparsa. Murakami lo dice esplicitamente: Kafka è ancora teso, continua a sentire rumori che non riesce a identificare e avverte la possibilità di qualcosa nascosto nella foresta. La differenza sta nel rapporto che stabilisce con ciò che non conosce. Prima l’ignoto alimentava immagini minacciose; adesso diventa qualcosa che può conoscere procedendo.
Ed è significativo che Murakami scriva “un passo dopo l’altro”. Kafka non tenta di vedere in anticipo ciò che si trova alla fine del sentiero. Guarda quello che ha davanti, conserva i punti di riferimento, avanza. La conoscenza che gli mancava arriva durante il percorso.
Poco dopo il suo pensiero si spinge ancora più in profondità:
Forse la creatura più pericolosa in tutta la foresta sono proprio io. Non sarà che ciò di cui ho più paura è la mia ombra?
La domanda sposta il problema. Kafka ha trascorso molto tempo cercando il pericolo fuori di sé, nei rumori, negli alberi, in ciò che potrebbe apparire. Ora comincia a chiedersi quanto di quella minaccia provenga invece dalle immagini che lui stesso proietta sull’ignoto.
Entrare nella foresta, però, non significa esporsi all’ignoto senza precauzioni. Prima di farlo Kafka ha cercato di ridurre i rischi sui quali può realmente intervenire.
Prepararsi al futuro è diverso dal tentare di prevederlo
Murakami introduce però una distinzione importante. Kafka non affronta l’incertezza ignorando i pericoli. Quando torna nella foresta porta con sé una bussola, un coltello, una borraccia, viveri, un’accetta e della vernice spray con cui segnare gli alberi. Ha imparato dall’esperienza precedente e si è preparato meglio.
Per questo può dire:
Ora che ho predisposto tutto, la mia paura non è più così forte.
Prepararsi riduce una parte della paura perché trasforma una preoccupazione concreta in qualcosa su cui possiamo intervenire. Se temiamo un cambiamento nel lavoro, possiamo imparare nuove competenze. Se ci preoccupa una difficoltà economica, possiamo rivedere le spese e creare un margine di sicurezza. Se dobbiamo affrontare una decisione, possiamo raccogliere le informazioni che esistono davvero.
La preparazione ha però un limite. Kafka può portare una bussola, ma non può sapere in anticipo tutto ciò che troverà nella foresta. Può segnare gli alberi, ma non può eliminare l’ignoto dal percorso.
È proprio il tentativo di superare questo limite che spesso trasforma la normale attenzione per il futuro in preoccupazione continua. Dopo avere fatto ciò che è possibile fare oggi, continuiamo a cercare una sicurezza ulteriore attraverso il pensiero. Proviamo a prevedere reazioni, conseguenze, imprevisti e scenari sempre più lontani. A quel punto non stiamo più preparando il futuro: stiamo cercando di conoscerlo prima che esista.
Nel romanzo Kafka comprende la differenza attraverso l’esperienza. La foresta conserva zone che non conosce e continua ad avere le proprie regole, ma più la percorre meno ha bisogno di riempire l’ignoto con ciò che teme.
Quando torna ad addentrarsi nel bosco, nel capitolo quarantatreesimo, può finalmente osservare:
La foresta non mi ispira più paura. Imparo che ha le sue regole, le sue usanze. Ora che ho smesso di aver paura, comincio a vederle, a notare le modalità con cui si ripetono, fino a farle mie.
A questo punto Kafka possiede qualcosa che nessuna preparazione avrebbe potuto dargli prima di entrare: esperienza. La foresta che immaginava da fuori era uno spazio pieno di minacce possibili; quella che ha cominciato a percorrere possiede invece “regole” e “usanze” che può osservare e imparare.
È una differenza importante anche quando pensiamo al futuro. Oggi possiamo immaginare come sarà perdere un lavoro, cambiare città, iniziare una nuova professione o affrontare una difficoltà economica. Se una di queste situazioni si presenterà davvero, però, non la affronteremo soltanto con ciò che sappiamo adesso. Avremo davanti circostanze concrete, informazioni che oggi mancano e possibilità di azione che da qui non possiamo ancora vedere.
Cercare di prevedere tutto significa quindi ragionare sul futuro con dati inevitabilmente incompleti. Kafka può conoscere le “regole” della foresta soltanto quando comincia a percorrerla; allo stesso modo, una parte di ciò che ci servirà per affrontare il domani diventerà disponibile soltanto quando quel domani sarà diventato presente.
Non tutto quello che potrebbe accadere deve essere vissuto oggi
È questo il punto in cui l’immagine iniziale della tempesta acquista un significato più preciso. Se la tempesta cambia continuamente direzione, passare il tempo a prevederne ogni movimento non permette di stabilire una volta per tutte dove saremo al sicuro. Cambiano le condizioni e cambiamo anche noi.
Il problema nasce quando una possibilità futura comincia a produrre nel presente le conseguenze emotive di qualcosa che è già accaduto. Un lavoro può cambiare, una relazione può finire, una scelta può rivelarsi sbagliata. Sono possibilità reali. Ma finché non accadono, non conosciamo ancora le circostanze nelle quali eventualmente dovremo affrontarle.
Nel frattempo possiamo prepararci a ciò che dipende da noi. Il resto appartiene a una situazione che ancora non esiste e che, quando arriverà, potrebbe essere diversa da come la stiamo immaginando oggi.
Kafka continua a pensare a ciò che lo aspetta: osserva, si prepara, porta con sé ciò che gli serve, ricorda la strada percorsa. Il cambiamento riguarda il punto in cui si ferma la preparazione e comincia il tentativo di controllare con il pensiero qualcosa che ancora non può conoscere.
La foresta di Haruki Murakami rende visibile proprio questo limite. Kafka può attrezzarsi prima di entrarvi, ma alcune delle informazioni di cui ha bisogno arrivano soltanto mentre la percorre. È allora che ciò che sembrava minaccioso acquista contorni più precisi, regole riconoscibili, possibilità concrete di azione.
Con il futuro accade qualcosa di simile. Possiamo occuparci oggi dei problemi che esistono e prepararci per quelli che riusciamo ragionevolmente a prevedere. Quello che ancora manca non può essere colmato continuando a immaginarlo. Quando arriverà il momento, avremo circostanze, informazioni e possibilità che oggi non possediamo.
Smettere di preoccuparsi del domani, allora, non significa aspettarsi che tutto vada bene. Significa evitare di vivere oggi anche quello che potrebbe non accadere mai.

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