C’è una frase di Giuni Russo che, in occasione dell’anniversario della nascita, il 7 settembre (altre fonti riportano il 10 settembre), merita di essere riscoperta perché ci regala un’immagine dell’estate molto diversa da quella che tutti conosciamo grazie alla celebre Un’estate al mare: più intima, poetica e sorprendentemente incantevole.
È una frase tratta da La sua figura, una delle canzoni più profonde della produzione di Giuni Russo, e sembra quasi aspettare proprio settembre per svelare tutta la sua forza.
Non c’è l’estate luminosa e spensierata della canzone del 1982. C’è, invece, una stagione che lentamente sfiorisce, colta proprio nel momento fragile e bellissimo del suo declino. Un’immagine che Giuni Russo trasforma in una metafora del tempo che passa e, soprattutto, dell’Amore capace di lasciare la propria luce quando tutto sembra destinato a svanire.
L’estate appassisce silenziosa
Foglie dorate gocciolano giù
Apro le braccia al suo declinare stanco
E lascia la tua luce in me
Parole che sembrano scritte per essere rilette proprio in questo periodo di settembre, il mese in cui l’estate comincia lentamente a congedarsi e che, per una singolare coincidenza, è anche il mese che racchiude la nascita e la morte di Giuni Russo.
Ma dietro l’”estate che appassisce” si nasconde qualcosa di ancora più profondo. Perché “La sua figura” non parla soltanto di ciò che finisce: conduce verso la ricerca di un Amore assoluto, di una presenza e di una luce capaci di restare quando tutto il resto passa.
La sua figura, la canzone dietro la frase di Giuni Russo
La sua figura viene pubblicata nel 1994 all’interno di Se fossi più simpatica sarei meno antipatica, album con cui Giuni Russo mostra in maniera sempre più evidente quella ricerca interiore e spirituale destinata a diventare centrale nell’ultima parte della sua vita e della sua produzione artistica.
Scritta da Giuni Russo insieme a Maria Antonietta Sisini, La sua figura occupa un posto particolare all’interno del disco. Il brano trae ispirazione dalla poesia mistica di San Giovanni della Croce e trasforma il linguaggio dell’amore in una ricerca di qualcosa che supera la dimensione puramente sentimentale.
La canzone avrebbe potuto avere anche una storia molto diversa. “La sua figura” arrivò infatti alle selezioni per il Festival di Sanremo del 1994, superandole, ma venne esclusa in extremis. Giuni Russo continuò però a considerarla una delle espressioni più autentiche della propria ricerca artistica, tanto da invitare chi lavorava nelle radio a far conoscere brani come questo anziché continuare a identificarla soltanto con i grandi successi del passato.
Non sorprende, allora, che molti anni più tardi proprio La sua figura sia stato scelto come titolo del docufilm dedicato alla cantante, diretto dall’amico Franco Battiato e prodotto da Maria Antonietta Sisini. Uscito nel 2007, tre anni dopo la morte di Giuni Russo, il film ne ricostruisce il percorso artistico e umano attraverso immagini d’archivio, interviste e testimonianze.
C’è quasi qualcosa di simbolico nel fatto che a dare il titolo a questo ritratto di Giuni Russo sia stata proprio una canzone dedicata alla ricerca di una “figura”, di una presenza capace di colmare un’assenza.
Perché è questo il punto da cui partire per comprendere anche la frase sull’estate che appassisce. La sua figura non racconta semplicemente la fine di una stagione e neppure soltanto la nostalgia per una persona amata. Attraverso immagini di straordinaria delicatezza, Giuni Russo mette in scena la ricerca dell’Amato e di un Amore assoluto capace di diventare presenza, rifugio e luce interiore.
“L’estate appassisce silenziosa”: il significato della frase di Giuni Russo
“L’estate appassisce silenziosa” è un’immagine tanto semplice quanto potente. Giuni Russo avrebbe potuto raccontare una stagione che finisce. La cantante siciliana sceglie invece un verbo che appartiene alle cose vive. Ad appassire sono i fiori, le piante, ciò che è sbocciato, ha raggiunto la propria pienezza e inevitabilmente comincia a perdere il suo splendore.
Anche l’estate diventa così qualcosa di vivo, sottoposto al tempo e alla trasformazione. Eppure il suo declino non è privo di bellezza. Le foglie che cadono sono “dorate” e davanti a quella fine la reazione non è la fuga, né il tentativo impossibile di trattenere ciò che se ne sta andando:
Apro le braccia al suo declinare stanco
E lascia la tua luce in me
“Apro le braccia” è forse il gesto decisivo di questa frase di Giuni Russo. C’è l’accettazione di ciò che cambia, persino quando cambiare significa finire. Ma subito dopo arriva una richiesta: “lascia la tua luce in me”.
Qualcosa può dunque finire senza scomparire completamente. Può continuare a esistere nella traccia che ha lasciato, nella trasformazione che ha prodotto dentro di noi. Ed è qui che l’estate di Giuni Russo sembra diventare molto più di una stagione: può essere letta come metafora di ciò che amiamo e che il tempo inevitabilmente trasforma.
A suggerirci che dietro questa immagine ci sia una riflessione più profonda sull’Amore è la stessa La sua figura. Basta proseguire con la strofa successiva:
Come scivolano i desideri così
Nel silenzio di un mattino
Le distanze incolmabili
Sai che la sofferenza d’amore non si cura
Se non con la presenza della sua figura
È a questo punto che la canzone rivela una delle sue radici più affascinanti. Quegli ultimi versi ci conducono infatti al Cantico spirituale di Giovanni della Croce, poeta e mistico spagnolo del Cinquecento.
Nel Cantico l’amore viene raccontato attraverso la ricerca dell’Amato: l’assenza, il desiderio della sua presenza, la bellezza intravista e la tensione verso l’incontro. È un’esperienza mistica, ma espressa attraverso il linguaggio universale dell’innamoramento.
Ed è proprio nella strofa 11 della seconda redazione del Cantico spirituale, il cosiddetto Cantico B, che troviamo la matrice quasi letterale dei versi cantati da Giuni Russo:
Scopri la tua presenza,
m’uccida la tua vista e la bellezza;
guarda che sofferenza d’amore non si cura
se non con la presenza e la figura.
Il richiamo è evidente. Ma ancora più interessante è ciò che Giovanni della Croce scrive per spiegare questi versi. La “sofferenza d’amore” nasce dal desiderio di una presenza percepita ma non ancora pienamente raggiunta. E non può essere guarita cancellando quel desiderio: “l’amore non si cura se non con cose conformi all’amore”.
Giovanni della Croce va oltre e scrive che l’amore non raggiunge la propria perfezione finché gli amanti non arrivano a unirsi al punto da “trasfigurarsi l’uno nell’altro”. È un’immagine potentissima: amare significa essere trasformati dalla presenza dell’Amato.
Ed è proprio da qui che possiamo tornare a quel meraviglioso “lascia la tua luce in me”.
L’estate appassisce, le foglie cadono, i desideri scivolano e le distanze possono diventare “incolmabili”. Giuni Russo non sembra opporre a tutto questo l’illusione che ciò che amiamo possa durare per sempre nella stessa forma. Chiede qualcosa di diverso: che la sua luce rimanga dentro di noi.
È forse questo il significato più suggestivo della frase: il vero Amore non ferma il tempo e non impedisce alle cose di finire. Ma ciò che abbiamo amato può trasformarci così profondamente da continuare a vivere nella luce che ha lasciato dentro di noi.
Giuni Russo, l’anniversario della nascita di un’artista fuori dagli schemi
In occasione dell’anniversario della nascita di Giuni Russo, la splendida frase sull’”estate che appasisce” ci offre l’occasione per riscoprire una parte più intima e meno conosciuta del suo straordinario percorso artistico. Perché dietro quei pochi versi sull’estate che appassisce si intravede una cantante molto diversa dall’immagine che il grande successo ha fissato nella memoria collettiva.
Anche sulla data della nascita esiste una piccola curiosità biografica. Giuni Russo, nome d’arte di Giuseppa Romeo, risulta nata a Palermo il 10 settembre 1951 secondo i documenti anagrafici; il sito ufficiale dell’artista precisa però che la data reale della nascita “si dice sia” il 7 settembre 1951.
Una particolarità che rende questi primi giorni di settembre ancora più legati al suo ricordo. Nello stesso mese, infatti, si chiude anche la sua vicenda umana: Giuni Russo morì il 14 settembre 2004, a 53 anni.
Tra queste date così vicine sul calendario c’è soprattutto la storia di un’artista difficilissima da racchiudere in una sola definizione. Una voce dall’estensione eccezionale, certamente, ma soprattutto una cantante che ha fatto del cambiamento e della ricerca una parte essenziale del proprio percorso.
Ricordare Giuni Russo soltanto attraverso i suoi successi più popolari significa inevitabilmente raccontarne una parte. Nel corso degli anni la sua voce ha attraversato territori molto diversi, dalla sperimentazione al pop, dalla musica colta al teatro e alla poesia, fino a quella dimensione interiore e mistica che diventerà sempre più evidente nella fase matura della sua produzione.
C’è soprattutto una libertà che attraversa la sua storia artistica: quella di un’interprete che, una volta raggiunta una grandissima popolarità, avrebbe potuto continuare a inseguire ciò che il mercato si aspettava da lei e che invece ha scelto più volte di spostarsi altrove, cercando linguaggi nuovi e nuove possibilità espressive.
Non cambia soltanto la musica. A cambiare sembra essere, nel tempo, anche la domanda che Giuni Russo rivolge alla musica. La canzone non è più soltanto uno spazio nel quale emozionare o raccontare, ma può diventare un luogo in cui interrogare il silenzio, il desiderio, la solitudine, l’Amore e quella parte dell’esperienza umana che sembra sfuggire alle parole comuni.
È anche per questo che l’anniversario della sua nascita può diventare qualcosa di più di una ricorrenza. Può essere l’occasione per tornare alle parole di Giuni Russo e scoprire quanto ancora abbiano da raccontare.
E la frase di Giuni Russo che abbiamo scelto per ricordarla ne è un esempio perfetto. In quattro versi apparentemente dedicati alla fine dell’estate convivono il tempo che passa, la bellezza del cambiamento, l’accettazione di ciò che non possiamo trattenere e il desiderio che qualcosa dell’Amore continui a vivere dentro di noi.
Forse è proprio questo che rende ancora così affascinante Giuni Russo: dietro una voce impossibile da dimenticare c’era un’artista che non ha mai smesso di cercare. E a volte basta una sua frase, incontrata molti anni dopo, per accorgersi che quella ricerca continua a parlare anche a noi.

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