“Accetta il no!”: Erich Fromm insegna che amare una donna significa rispettare la sua libertà

Accetta il no: la lezione di Erich Fromm sull’amore maturo e il rispetto della libertà altrui per superare la pretesa del possesso maschile.

“Accetta il no!”: Erich Fromm insegna che amare una donna significa rispettare la sua libertà

“Accetta il no.” Potrebbe cominciare da queste tre parole una delle lezioni più attuali di Erich Fromm. Perché un “no” può fare male. Può ferire l’orgoglio, spezzare un’attesa, mandare in frantumi un progetto costruito nel tempo. Può arrivare dalla donna desiderata che non ricambia un sentimento, dalla compagna che decide di interrompere una relazione, da una persona che, dopo una separazione, non vuole tornare indietro.

Quel “no” può generare dolore, rabbia, solitudine, frustrazione. Ma esiste un confine che nessuna sofferenza dovrebbe oltrepassare: il dolore appartiene a chi lo prova, la libertà di scegliere appartiene all’altra persona.

È una distinzione apparentemente elementare. Eppure è proprio qui che l’amore rischia di confondersi con qualcosa di molto diverso. Il bisogno diventa possesso, la gelosia viene interpretata come dimostrazione di passione, il controllo prende il nome di premura. E la libertà di una donna, soprattutto quando si manifesta attraverso un “no”, può essere percepita non come un suo diritto, ma come un torto subito.

Di fronte alla violenza contro le donne e alla drammatica frequenza dei femminicidi, la cronaca racconta ciò che accade quando ormai tutto è precipitato. Esiste però una domanda che viene molto prima e che riguarda l’educazione sentimentale, le relazioni e il significato stesso attribuito all’amore: che cosa significa davvero amare una persona?

A offrire una risposta di straordinaria attualità è Erich Fromm in L’arte di amare, uno dei grandi classici del pensiero del Novecento. Nel capitolo “La teoria dell’amore”, nella sezione dedicata all’“Amore: la risposta al problema dell’esistenza umana”, lo psicoanalista e sociologo tedesco distingue l’amore maturo dalle forme di unione fondate sulla dipendenza e sull’annullamento dell’individualità.

L’amore maturo è unione a condizione di preservare la propria integrità, la propria individualità.

È in quelle due parole, integrità e individualità, che si trova una possibile chiave per comprendere che cosa significhi rispettare davvero una donna.

Amare non significa cancellare la distanza tra due persone fino a farle diventare una cosa sola. Significa costruire un legame nel quale ciascuno continui a esistere come individuo. Una donna, dunque, non perde la propria libertà perché ama un uomo. Non la perde quando inizia una relazione, quando condivide un progetto di vita e neppure quando pronuncia un “ti amo”. E conserva quella stessa libertà quando decide di dire “no”.

È proprio da qui che può iniziare la lezione di Fromm: l’amore non attribuisce un diritto sull’altra persona. Al contrario, se è autentico, impone di riconoscerne l’individualità e la libertà. Anche quando quella libertà prende una direzione diversa da quella desiderata.

L’arte di amare, perché il libro di Erich Fromm è ancora così importante

L’arte di amare, fu pubblicato per la prima volta negli Stati Uniti nel 1956 con il titolo originale The Art of Loving, ed è l’opera più celebre di Erich Fromm e uno dei saggi sull’amore che hanno avuto maggiore diffusione nel Novecento. Il libro uscì per Harper & Brothers all’interno della collana World Perspectives e negli anni successivi conobbe una fortuna internazionale, arrivando a vendere milioni di copie.

A renderlo importante, però, non è soltanto il successo editoriale. Fromm affronta l’amore partendo da una domanda che cambia completamente il punto di osservazione. Nella cultura occidentale, sostiene, gran parte delle energie viene impiegata per capire come essere amati: come risultare desiderabili, come incontrare la persona giusta, come conquistare qualcuno. Molto meno spazio viene dedicato a una questione forse più difficile: si è davvero capaci di amare?

È questo il cuore del libro. Per Fromm l’amore non è semplicemente un sentimento fortunato che nasce quando due persone adatte si incontrano. È una capacità umana da sviluppare, qualcosa che coinvolge il carattere, il rapporto con se stessi e il modo di guardare gli altri. Per questo lo definisce un’arte: conoscere la teoria non basta, così come non basta desiderare intensamente di riuscirci. Occorrono pratica, disciplina e un coinvolgimento profondo della propria personalità. Già nella prefazione Fromm lega questa capacità a qualità come l’umiltà, il coraggio, la fede e la disciplina.

Il ragionamento procede attraverso i quattro capitoli dell’opera: “L’amore è un’arte?”, “La teoria dell’amore”, “L’amore e la sua disintegrazione nella società occidentale contemporanea” e “La pratica dell’amore”. Fromm passa così dalla natura dell’amore alle diverse forme che esso può assumere, fino a interrogarsi sulle ragioni per cui la società moderna, pur attribuendo all’amore un valore enorme, sembra incontrare tanta difficoltà nel viverlo in maniera matura.

Nel suo percorso entrano l’amore tra genitori e figli, quello fraterno, materno ed erotico, l’amore per se stessi e quello per Dio. Ma trovano spazio anche la dipendenza, il narcisismo, la sottomissione e il dominio. Fromm è interessato proprio al confine che separa l’amore da ciò che può assomigliargli senza esserlo. Il desiderio di sentirsi uniti a un’altra persona, infatti, può convivere con dinamiche nelle quali l’individualità viene sacrificata e uno dei due finisce per dipendere dall’altro o per cercare di dominarlo.

Qui L’arte di amare comincia a parlare direttamente anche al presente. Fromm mette in discussione l’idea che l’intensità di un sentimento costituisca, da sola, la prova della sua autenticità. Nel primo capitolo osserva come l’euforia dell’innamoramento possa essere scambiata per la misura dell’amore, mentre può avere molto a che fare con la solitudine che l’incontro sembra improvvisamente cancellare.

La distinzione diventa ancora più significativa quando affronta l’amore erotico. Desiderio sessuale, fusione e intimità possono creare una potentissima sensazione di vicinanza, ma non garantiscono di per sé una relazione matura. Fromm mette in guardia anche dalla trasformazione dell’esclusività amorosa in attaccamento possessivo, perché amare una persona non equivale a farne qualcosa che appartiene a chi la ama.

L’ultimo capitolo, “La pratica dell’amore”, chiude coerentemente il percorso. Se amare è un’arte, occorre impararla. Fromm richiama disciplina, concentrazione e pazienza, spostando ancora una volta l’attenzione dalla ricerca della persona capace di renderci felici alla maturazione di chi entra in una relazione.

Ed è probabilmente questa la ragione per cui L’arte di amare continua a essere letto settant’anni dopo la sua pubblicazione. Fromm non promette di insegnare come conquistare qualcuno; chiede che tipo di persona si debba diventare per essere capaci di amare.

Una domanda che acquista un peso ancora maggiore quando l’amore incontra il limite più difficile da accettare: la libertà dell’altra persona di non ricambiare, di cambiare idea, di andarsene, di dire “no”.

Quando l’amore diventa bisogno di possedere

Una relazione sentimentUna relazione sentimentale porta con sé molto più della presenza di un’altra persona. Ci sono le abitudini costruite insieme, il sentirsi desiderati, una quotidianità condivisa, i progetti che con il tempo diventano parte della propria vita. Quando una storia finisce, la perdita può quindi essere profonda e coinvolgere molti aspetti dell’esistenza. È anche in questi momenti che diventa più difficile distinguere l’amore dal bisogno che si è sviluppato intorno alla relazione.

Erich Fromm parte da un problema ancora più radicale: la separazione. Nel capitolo “La teoria dell’amore” di L’arte di amare descrive l’essere umano come consapevole della propria individualità e, proprio per questo, esposto alla solitudine. Il desiderio di unirsi agli altri risponde anche alla necessità di superare questa condizione.

Le forme che assume questa ricerca, però, possono essere molto diverse. Fromm parla di “unione simbiotica” quando il legame si costruisce sulla dipendenza: uno dei due può sottomettersi, l’altro dominare, ma entrambi cercano nell’unione una via per sottrarsi alla propria separatezza. Nella stessa pagina Fromm contrappone a questa dinamica la maturità dell’amore:

In contrasto con l’unione simbiotica, l’amore maturo è unione a condizione di preservare la propria integrità, la propria individualità. L’amore è un potere attivo dell’uomo; un potere che annulla le pareti che lo separano dai suoi simili, che gli fa superare il senso d’isolamento e di separazione, e tuttavia gli permette di essere se stesso e di conservare la propria integrità.

La differenza sta proprio qui. Una relazione può avvicinare profondamente due persone senza cancellare il fatto che rimangano due individui. La difficoltà emerge quando la presenza dell’altra diventa indispensabile per sentirsi sicuri, riconosciuti o completi. Finché il rapporto continua, questa dipendenza può restare nascosta dentro la normalità della vita di coppia. Una separazione la porta improvvisamente allo scoperto.

1. Quando l’intensità viene scambiata per amore

Uno degli equivoci che Fromm mette in discussione riguarda la forza dell’innamoramento. Un sentimento vissuto con enorme intensità viene facilmente considerato la prova di un amore altrettanto profondo. Eppure la forza con cui ci si lega a qualcuno può avere a che fare anche con ciò che quella persona permette di superare: la solitudine, l’insicurezza, la sensazione di non essere desiderati.

Nel capitolo “L’amore è un’arte?”, Fromm osserva che l’esperienza di innamorarsi e di abbattere improvvisamente la distanza con un’altra persona può essere travolgente. Ma proprio per questo invita a non confondere quell’intensità con la capacità di amare:

Se due persone che erano estranee lasciano improvvisamente cadere la parete che le divideva, e si sentono unite, questa esperienza d’improvvisa intimità è una delle più eccitanti della vita. […] Tuttavia, questo tipo d’amore è, per sua stessa natura, non duraturo.

Fromm lega infatti la potenza dell’innamoramento anche alla solitudine che lo precede: l’improvvisa vicinanza può sembrare tanto più straordinaria quanto maggiore era la distanza vissuta prima dell’incontro. È il motivo per cui, nel suo ragionamento, l’intensità iniziale non basta a dire quale forma prenderà una relazione quando due persone cominceranno davvero a conoscersi.

La riflessione riguarda da vicino anche alcuni comportamenti che il linguaggio sentimentale tende a leggere come prove d’amore. Gelosia, paura continua di perdere qualcuno, bisogno di sapere dove si trova o con chi trascorre il proprio tempo possono nascere all’interno di un sentimento autentico, ma raccontano anche il rapporto che una persona ha con la possibilità della perdita.

Quando arriva un “no”, tutto questo viene messo alla prova. Il rifiuto può provocare dolore, rabbia, orgoglio ferito, paura di ricominciare e un senso improvviso di solitudine. Sono emozioni umane e possono convivere nello stesso momento. La loro intensità racconta ciò che sta vivendo chi soffre; la decisione continua ad appartenere a chi l’ha presa.

2. Quando l’esclusività dell’amore diventa possesso

Il secondo passaggio arriva nel capitolo “La teoria dell’amore”, nella parte dedicata agli “Oggetti d’amore”. Parlando dell’amore erotico, Fromm riconosce una caratteristica evidente della coppia: il desiderio di un’unione esclusiva con un’altra persona. Proprio questa esclusività, però, può prestarsi a un equivoco.

Fromm lo scrive in modo molto chiaro:

Spesso, l’esclusività dell’amore erotico è interpretata come attaccamento possessivo. È molto frequente trovare due persone “innamorate” tra loro che non sentono amore per nessun altro. Il loro amore è, infatti, un egoismo a due.

Il termine “attaccamento possessivo” porta il ragionamento direttamente al problema dell’articolo. Una storia condivisa crea inevitabilmente un senso di appartenenza: anni trascorsi insieme, una casa, una famiglia, ricordi e progetti costruiscono un legame che non scompare nel momento stesso in cui uno dei due decide di interromperlo.

La crisi nasce quando quel senso di appartenenza viene trasformato in una pretesa di continuità. Il passato condiviso può allora diventare l’argomento con cui si cerca di ottenere il presente dell’altra persona: dopo tutto quello che è stato vissuto insieme, sembra impossibile che lei possa semplicemente decidere di andarsene.

Fromm costringe invece a tenere distinti due piani. La storia appartiene a entrambi; la scelta di continuare a viverla richiede ancora la volontà di entrambi. Una relazione durata vent’anni può avere avuto un valore enorme e arrivare comunque alla fine. La profondità di ciò che è stato non consegna a nessuno la disponibilità futura dell’altra persona.

3. Quando il “no” viene vissuto come un torto

È soprattutto dopo una separazione che il confine individuato da Fromm può diventare difficile da riconoscere. Si cerca una spiegazione, poi un altro incontro, un’altra telefonata, un’ultima possibilità per parlare. Sono comportamenti che possono appartenere al tentativo umano di comprendere una perdita. Il problema cambia natura quando una risposta è già arrivata e continua a essere trattata come qualcosa da modificare.

La speranza può trasformarsi in insistenza. Il desiderio di sapere come sta l’altra persona può diventare il bisogno di conoscere dove si trova, chi frequenta, che cosa fa. La gelosia può sopravvivere alla relazione stessa. Il “no” smette così di essere ascoltato come una scelta e comincia a essere vissuto come un torto subito o un problema da risolvere.

La riflessione di Fromm aiuta a vedere ciò che avviene a monte. Il bisogno di superare la solitudine può spingere una persona a legare il proprio equilibrio alla presenza dell’altro, fino a rendere più difficile accettarne l’autonomia quando quella presenza viene meno.

Una donna che dice “no” rende quella autonomia evidente. Può decidere di non iniziare una relazione, di interromperla, di non tornare indietro dopo una separazione. Chi riceve quella decisione può impiegare tempo per accettarla e attraversare una sofferenza reale. Il punto decisivo riguarda ciò che accade a quella sofferenza quando la volontà dell’altra persona è ormai chiara.

È proprio qui che il pensiero di Fromm diventa utile anche sul piano della soluzione: per capire come si possa amare qualcuno senza trasformare il legame in possesso bisogna tornare a parole come rispetto, libertà, indipendenza e capacità di stare soli.

Imparare ad amare senza perdere se stessi

Se il problema nasce quando il legame viene caricato del compito di proteggerci dalla solitudine e finisce per trasformarsi in dipendenza, la risposta dello studioso riguarda prima di tutto la maturità di chi ama. L’arte di amare non promette un modo per evitare il dolore di una separazione. Una relazione può finire e lasciare un vuoto profondo. Il punto è imparare a vivere quel vuoto senza chiedere alla persona che ha scelto di andarsene di rinunciare alla propria libertà per colmarlo.

È una prospettiva importante perché sposta l’attenzione dal comportamento dell’altra persona a ciò che accade dentro chi ama. Accettare un rifiuto richiede infatti qualcosa che viene prima del “no”: un modo di stare nelle relazioni nel quale la propria sicurezza non dipenda interamente dalla presenza dell’altro. Per Fromm questa capacità si costruisce nel tempo e coinvolge il carattere, l’indipendenza, il rapporto con la solitudine e la capacità di vedere l’altra persona al di fuori dei propri desideri.

1. Il rispetto significa lasciare l’altro libero di essere ciò che è

Nel capitolo “La teoria dell’amore”, Fromm individua quattro elementi che considera fondamentali nell’amore maturo: premura, responsabilità, rispetto e conoscenza. Sono legati tra loro. La premura porta a interessarsi realmente alla vita dell’altro; la responsabilità rende disponibili ai suoi bisogni; la conoscenza permette di comprenderlo più profondamente. Il rispetto impedisce che tutto questo venga esercitato dall’alto, trasformando la cura in controllo.

Per Fromm rispettare qualcuno significa riuscire a vederlo per ciò che è, nella sua individualità, e desiderare che possa crescere e svilupparsi secondo se stesso. È un passaggio decisivo: la persona amata non viene considerata a partire dalla funzione che svolge nella vita di chi la ama. Il suo valore non dipende dal fatto che rassicuri, ricambi, rimanga o continui a corrispondere alle aspettative costruite nel rapporto.

Proprio per questo Fromm lega il rispetto alla libertà. Nella “Teoria dell’amore” scrive:

Il rispetto esiste solo sulle basi della libertà: “l’amour est l’enfant de la liberté”, come dice una vecchia canzone francese; l’amore è figlio della libertà, mai del dominio.

Il significato della frase diventa più profondo se la libertà viene considerata anche nel tempo. Due persone possono scegliersi, innamorarsi, vivere insieme per anni e costruire una famiglia. La scelta compiuta ieri non rende irrevocabile quella di domani. Ciascuno rimane una persona distinta e può attraversare cambiamenti che modificano anche il rapporto.

Per chi viene lasciato, accettare questa realtà può essere molto difficile. Il passato condiviso continua ad avere valore, i sentimenti possono essere ancora presenti e il futuro immaginato insieme non scompare nello stesso momento in cui viene pronunciata la parola “fine”. Eppure il rispetto di cui parla Fromm riguarda anche questa asimmetria: un sentimento può continuare a esistere in una persona quando nell’altra è cambiato.

Il “no” rende visibile proprio questa distanza. Rispettarlo significa prendere sul serio la volontà della donna che lo pronuncia, anche quando quella volontà produce una perdita. Il dolore ha bisogno di tempo e può richiedere sostegno; la scelta dell’altra persona non può essere sospesa fino a quando quel dolore sarà passato.

2. Per rispettare l’altro bisogna poter stare in piedi senza possederlo

Fromm aggiunge un elemento che rende la sua idea di rispetto ancora più esigente. La libertà dell’altro può essere riconosciuta davvero quando chi ama ha raggiunto un certo grado di indipendenza. Nella “Teoria dell’amore” il legame tra questi due aspetti è esplicito: il rispetto presuppone la capacità di reggersi senza ricorrere al dominio o allo sfruttamento dell’altra persona. Il rapporto tra rispetto e indipendenza è uno dei punti centrali della sua definizione dell’amore maturo.

Il rispetto è possibile solo se ho raggiunto l’indipendenza; se posso reggermi e camminare senza aver bisogno di dominare e sfruttare qualcun altro.

Indipendenza, in questo contesto, non coincide con autosufficienza emotiva. L’essere umano ha bisogno degli altri e Fromm costruisce buona parte della sua riflessione proprio a partire dal bisogno di superare l’isolamento. L’indipendenza riguarda piuttosto la possibilità di entrare in un legame senza affidare a un’altra persona la responsabilità ultima del proprio equilibrio.

La differenza emerge con particolare chiarezza alla fine di una relazione. Chi viene lasciato perde qualcosa di reale: una presenza quotidiana, una forma di intimità, abitudini, progetti e spesso anche l’immagine che aveva costruito del proprio futuro. Attraversare questa perdita richiede di ricostruire progressivamente una vita nella quale quella persona non occupi più lo stesso posto.

Il rischio è cercare proprio in chi se n’è andato il rimedio alla sofferenza provocata dalla separazione. Un altro incontro, un’altra spiegazione, un ritorno diventano allora condizioni necessarie per stare meglio. In questa situazione la libertà dell’altra persona viene percepita inevitabilmente come un ostacolo: se cambiasse idea, il dolore finirebbe.

Fromm propone un movimento diverso. La sofferenza deve poter essere affrontata da chi la vive, cercando altrove le risorse necessarie: nelle proprie relazioni, nel tempo, nella capacità di ricostruire la quotidianità e, quando serve, nell’aiuto di qualcuno. L’altra persona può essere la causa della perdita senza per questo doverne diventare la cura.

3. Imparare a stare soli per poter stare con qualcuno

Questa idea trova uno sviluppo concreto nell’ultimo capitolo di L’arte di amare, “La pratica dell’amore”. Fromm cambia prospettiva: dopo aver spiegato che cosa intende per amore, si domanda quali condizioni permettano realmente di praticarlo. Parla di disciplina, concentrazione e pazienza, qualità che appartengono all’apprendimento di qualsiasi arte e che applica anche alla vita affettiva.

All’interno di questo percorso attribuisce un valore particolare alla capacità di stare soli:

Essere capaci di concentrarsi significa essere capaci di stare soli con se stessi, e questa capacità è precisamente una condizione per la capacità di amare.

La solitudine assume qui un significato molto diverso dall’abbandono. Fromm non suggerisce di rinunciare ai legami o di diventare impermeabili alla perdita. Sta dicendo che la relazione con un’altra persona cambia qualità quando la sua presenza non serve continuamente a fuggire da se stessi.

Per questo la capacità di stare soli diventa particolarmente importante dopo un “no”. Una separazione costringe spesso a incontrare proprio ciò che la relazione aveva reso meno visibile: il silenzio, il tempo libero, la mancanza dell’intimità quotidiana, la necessità di prendere decisioni senza l’altra persona. È un passaggio doloroso anche perché obbliga a riorganizzare una parte della propria identità.

Sopportare questa fase permette però di evitare una conseguenza pericolosa: considerare il ritorno dell’altra persona come l’unica soluzione possibile. Il desiderio che torni può rimanere; ciò che cambia è il rapporto con quel desiderio. Si può volere qualcuno senza trasformare quella volontà nella pretesa che debba esserci.

4. Uscire dal proprio dolore per riuscire a vedere l’altra persona

Nella “Pratica dell’amore”, Fromm affronta infine un ostacolo meno evidente: il narcisismo. Nel suo ragionamento non coincide semplicemente con l’egoismo o con l’essere innamorati di se stessi. È soprattutto una difficoltà nel vedere la realtà indipendentemente dai propri desideri e dalle proprie paure.

Una separazione rende questo problema molto concreto. Chi soffre tende inevitabilmente a osservare ciò che accade dal proprio punto di vista: “mi ha lasciato”, “ha distrutto ciò che avevamo”, “ha scelto un altro”, “non mi concede nemmeno un’altra possibilità”. La frase può descrivere sinceramente un’esperienza personale, ma non contiene necessariamente tutta la realtà della relazione.

Dall’altra parte esiste infatti una persona che può aver maturato nel tempo sentimenti, bisogni e decisioni differenti. Comprenderli non significa necessariamente condividerli. Significa riuscire a riconoscere che esistono anche quando entrano in conflitto con ciò che si desidera.

È questo il valore dell’obiettività a cui Fromm attribuisce tanta importanza nella pratica dell’amore: uscire, per quanto possibile, dalla propria prospettiva e vedere l’altro come un soggetto dotato di una realtà autonoma. La maturità consiste anche nel distinguere ciò che una scelta provoca da ciò che quella scelta significa. Una donna può causare sofferenza decidendo di interrompere una relazione senza avere per questo l’intenzione di umiliare, punire o ferire l’uomo che lascia.

Applicata al “no”, la lezione di Fromm diventa molto concreta. Accettare una decisione non richiede di considerarla giusta, di comprenderla immediatamente o di smettere di soffrire. Richiede di riconoscere che appartiene alla persona che l’ha presa.

È questa la continuità che attraversa la soluzione proposta ne L’arte di amare. Il rispetto tutela la libertà dell’altro; l’indipendenza permette di non trasformarlo in una necessità; la capacità di stare soli aiuta ad attraversarne l’assenza; l’obiettività consente di continuare a vederlo come una persona anche quando la sua scelta ferisce.

In questa prospettiva, accettare un “no” non è un gesto istantaneo né una prova di freddezza. Può essere un processo lungo, accompagnato da rabbia, tristezza e nostalgia. Ciò che deve restare fermo durante quel processo è il confine tra il proprio dolore e la libertà dell’altra persona. È lì che il rispetto di cui parla Fromm smette di essere un principio astratto e diventa un comportamento.

La grande lezione di Fromm: “accetta il no” per imparare il rispetto

Alla fine il “no” di una donna è soltanto uno dei luoghi nei quali si manifesta una questione molto più grande. La lezione che attraversa L’arte di amare riguarda il modo in cui un essere umano riesce a stare accanto a un altro senza cancellarne l’individualità.

Erich Fromm chiama questa capacità rispetto e le assegna un significato molto più profondo della buona educazione. Rispettare qualcuno non vuol dire semplicemente trattarlo con gentilezza, evitare di offenderlo o comportarsi correttamente. Significa riconoscere che davanti esiste una persona con una vita propria, desideri che non dipendono dai nostri, convinzioni che possono essere diverse e una libertà che continua a valere anche quando entra in conflitto con ciò che vorremmo.

Per questo il rispetto riguarda l’amore, ma non appartiene soltanto all’amore. Attraversa il rapporto tra genitori e figli, le amicizie, la scuola, il lavoro, la vita di coppia, le separazioni e persino le discussioni tra sconosciuti. Ogni relazione contiene prima o poi lo stesso problema: che cosa accade quando l’altro non fa ciò che si desidera?

È relativamente facile rispettare qualcuno quando dice sì, condivide un’opinione, ricambia un sentimento o corrisponde alle aspettative. La parte più difficile arriva davanti alla differenza. Un figlio prende una strada che i genitori non avevano immaginato. Un amico compie una scelta che non si comprende. Un collega sostiene un’idea opposta. Una donna decide che una relazione è finita. Sono situazioni molto diverse, ma hanno qualcosa in comune: obbligano a fare i conti con il fatto che l’altro non è un prolungamento di se stessi.

È qui che Fromm conserva tutta la sua attualità. Nel capitolo “La teoria dell’amore” lega il rispetto alla possibilità di vedere una persona nella sua individualità e sostiene che esso possa esistere soltanto sulla base della libertà. Il rispetto, quindi, non elimina il conflitto e non chiede di approvare qualsiasi scelta. Permette piuttosto di attraversare il disaccordo senza trasformare l’altra persona in qualcosa da correggere, controllare o piegare alla propria volontà.

Anche le emozioni più difficili acquistano così un posto diverso. Rabbia, gelosia, frustrazione, delusione e senso di abbandono fanno parte dell’esperienza umana. Imparare il rispetto significa riuscire a riconoscerle senza attribuire loro automaticamente un potere sull’altro. Si può essere feriti da una decisione e continuare a riconoscere a chi l’ha presa il diritto di prenderla.

Nel caso di una relazione sentimentale questo principio diventa particolarmente delicato perché l’intimità crea una vicinanza che può facilmente sembrare appartenenza. Fromm ricorda invece che l’amore maturo conserva l’integrità e l’individualità delle persone che lo vivono. La libertà dell’altro, quindi, non compare nel momento della separazione: era presente anche quando la relazione funzionava. Il “sì” aveva valore proprio perché avrebbe potuto essere un “no”.

Forse è questa la parte della lezione di Fromm che meriterebbe di essere trasmessa molto prima dell’età adulta. Si parla giustamente di educazione sentimentale, ma il problema è ancora più ampio. Servirebbe quasi una “rispettologia”: un’educazione al rispetto come competenza fondamentale della vita, capace di insegnare fin da piccoli a confrontarsi con il limite, il dissenso, la frustrazione e la libertà altrui.

Sarebbe una materia senza un solo campo di applicazione, perché riguarderebbe praticamente tutti. Prima ancora di imparare come si costruisce una relazione d’amore, aiuterebbe a comprendere qualcosa che vale per ogni relazione umana: l’altro rimane altro. Può essere amato, ascoltato, desiderato, aiutato; conserva comunque una volontà che non appartiene a nessun altro.

A quasi settant’anni dalla pubblicazione di L’arte di amare, la grande lezione di Fromm può essere ricondotta proprio a questo principio. Il rispetto comincia dal riconoscimento dell’esistenza dell’altro e diventa reale quando si riesce a riconoscerne la libertà anche nel momento in cui quella libertà contraddice i propri desideri.

Accettare un “no” è una delle forme più difficili, e più concrete, di questo apprendimento.