“Salire su” e “scendere giù”: grave errore o enfasi legittima?

“Salire su” e “scendere giù” sono veri errori? Scopri perché la Crusca e Manzoni sdoganano i pleonasmi verbali come forme di enfasi quotidiana.

Salire su e scendere giù grave errore o enfasi legittima

E’ corretto dire “salire su” e “scendere giù”? Quante volte, nel bel mezzo di una conversazione concitata, al bar con gli amici o tra le mura domestiche, vi è scappato un “sali su un attimo” oppure un “scendi giù da me”? E quante volte, una frazione di secondo dopo aver pronunciato queste parole, avete avvertito un sottile e inconfondibile brivido lungo la schiena?

È il senso di colpa linguistico inculcato da anni di educazione scolastica rigorosa. Nella mente di molti di noi, l’ombra della maestra delle elementari – severa e armata dell’immancabile matita rossa – è sempre pronta a colpire. “Dove vuoi salire, se non in alto? Dove vuoi scendere, se non in basso?”, rimbomba la voce della grammatica prescrittiva.

Eppure, nonostante le infinite correzioni e i continui moniti dei cosiddetti “grammar nazi” che popolano i social network, espressioni come salire su, scendere giù, entrare dentro o uscire fuori resistono stoicamente. Affiorano di continuo nel nostro parlato spontaneo, e non solo sulla bocca di chi ha una scarsa scolarizzazione, ma anche sulle labbra dei parlanti più colti e attenti. Come mai? Siamo tutti diventati improvvisamente pigri o ignoranti? O forse, dietro questa apparente «ridondanza», si nasconde un meccanismo linguistico molto più profondo e persino affascinante?

Che cos’è un pleonasmo

Per sviscerare questo dilemma, dobbiamo innanzitutto dare un nome al nostro presunto “nemico”: il pleonasmo. In retorica e in linguistica, un pleonasmo (dal greco pleonasmós, ovvero “sovrabbondanza”) è un’espressione in cui si aggiungono una o più parole non strettamente necessarie alla comprensione del significato logico e letterale della frase. Come ci ricorda l’Enciclopedia Treccani, si tratta di una figura retorica che consiste in un’aggiunta di elementi non necessari dal punto di vista strettamente informativo.

Dal punto di vista della pura logica matematica, dire “scendere” è più che sufficiente per indicare il moto verso il basso. Aggiungere la parola “giù” sembrerebbe, a livello puramente informativo, uno spreco di fiato, un dato inutile e ridondante. Ma la lingua viva non è un’equazione matematica e non si esprime per meri algoritmi: è uno strumento di espressione, di comunicazione emotiva, di tridimensionalità spaziale.

Il parere della Crusca: l’italiano come l’inglese?

Ed è proprio qui che un’istituzione autorevole come l’Accademia della Crusca ci invita a posare la fatidica matita rossa e ad analizzare il fenomeno con uno sguardo diverso, decisamente più indulgente e scientifico.

In un dettagliato intervento di consulenza linguistica, gli esperti della Crusca spiegano che queste forme non vanno sempre etichettate frettolosamente come errori da penna blu. Nella grammatica italiana, la particella locativa (quel su, giù, dentro o fuori) associata a un verbo che già ne esprime la direzione, svolge una funzione ben precisa. Ha un valore intensivo, rafforzativo e aspettuale.

Questo fenomeno, studiato dalla linguistica moderna sotto l’etichetta di “verbi procomplementari” o “verbi sintagmatici”, avvicina incredibilmente il nostro italiano parlato all’inglese. Pensiamo per un attimo ai celebri phrasal verbs britannici: to go out, to come in, to stand up. L’aggiunta dell’avverbio serve a evidenziare il compimento totale dell’azione, a dare spessore e peso fisico al movimento nello spazio.

Anche i grandi della letteratura lo facevano

E se l’avallo teorico dei linguisti contemporanei non dovesse bastare a placare i vostri scrupoli scolastici, sappiate che siete in ottima (e insospettabile) compagnia. La letteratura italiana, fiore all’occhiello della nostra cultura, pullula di questi magnifici pleonasmi. Se sfogliamo le gloriose pagine dei grandi classici, scopriamo rapidamente che i nostri padri letterari non si facevano troppi problemi a rafforzare i loro verbi di moto.

Prendiamo ad esempio Alessandro Manzoni, unanimemente considerato il padre della lingua italiana moderna. Colui che ha trascorso anni a “risciacquare i panni in Arno” per depurare la sua opera massima, scriveva serenamente nei Promessi Sposi frasi come: “Il poverino… non poteva riuscire fuori”. Ma non è solo don Lisander a peccare di ridondanza espressiva. Perfino il Sommo Poeta Dante Alighieri, Giovanni Boccaccio o, in tempi più recenti, Carlo Emilio Gadda, facevano largo ricorso a costrutti pleonastici quando la narrazione richiedeva un impatto emotivo superiore o una particolare vicinanza alla parlata popolare.

Il contesto è tutto: quando usare “salire su” e “scendere giù” e quando evitarli

Significa forse che, forti di queste autorevoli rassicurazioni, da domani possiamo riempire i nostri testi formali di “salire su” e “scendere giù” senza alcun ritegno? Assolutamente no. Il segreto, come quasi sempre accade quando si maneggia lo straordinario e fragile strumento della lingua, risiede nel concetto di registro linguistico e di rispetto del contesto.

Nel registro formale, ad esempio all’interno di un saggio accademico, in una relazione aziendale, in un’e-mail a un superiore o in un articolo di cronaca, la sobrietà e la concisione sono d’obbligo. In questi contesti austeri, l’economia delle parole è una virtù imprescindibile. Scrivere in un bilancio che “il tasso d’inflazione è sceso giù” risulterebbe goffo, del tutto inappropriato e, a tutti gli effetti, stilisticamente inaccettabile. La lingua scritta di tipo formale richiede una precisione chirurgica.

Ma quando ci muoviamo nel registro informale, nel parlato colloquiale, nella narrativa che intende imitare il linguaggio reale, il pleonasmo ritrova tutta la sua dignità e la sua originaria funzione. Diventa colore, espressività, vita autentica. “Entrare dentro” non è più inteso come una sciatta ripetizione, ma indica un’immersione fisica totale; “uscire fuori” diventa sinonimo di liberazione.

La prossima volta che vi capiterà di dire “sali su” al vostro vicino di casa, non mordetevi la lingua e non fustigatevi per presunta ignoranza. Non state oltraggiando la memoria di Dante o facendo piangere i vocabolari, ma state semplicemente impiegando un meccanismo intrinseco dell’italiano per conferire più forza, direzione e plasticità al vostro pensiero.

La grammatica dev’essere una bussola preziosa che ci aiuta a non perderci, non una rigida prigione in cui rinchiudere e asfissiare la nostra espressività quotidiana. La lingua, dopotutto, appartiene a chi la parla: è un organismo vitale, pulsante, perennemente in evoluzione, che a volte ha un disperato bisogno di spingersi… più in là fuori.

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