C’è una frase di Pirandello capace di racchiudere l’essenza della sua filosofia e offrirci una via di fuga dal peso dell’esistenza: quella che ci invita a considerare l’illusione come la sola vera spinta per andare avanti.
Con questo pensiero, tratto dalla parte seconda, capitolo ottavo del romanzo I vecchi e i giovani e pronunciato da don Cosmo Laurentano, lo scrittore agrigentino ci regala una lezione che trapassa il tempo:
Bisogna vivere, cioè illudersi; lasciar giocare in noi il demoniaccio beffardo, finché non si sarà stancato; e pensare che tutto questo passerà… passerà…
Per Pirandello l’illusione non è un ingenuo sogno a occhi aperti o un’evasione romantica, ma una vera e propria corazza mentale: l’unico modo per non farsi travolgere dalla cruda realtà è darsi delle forme, dei punti di riferimento, e aggrapparsi ad essi per proteggerci dalle amarezze del quotidiano.
Inserite all’interno della vicenda, queste parole non nascono come una teorizzazione astratta, ma come la risposta diretta a un momento di crisi profonda. Pirandello ribalta la solita prospettiva: qui l’illusione non è un ingenuo sogno a occhi aperti, ma l’unica corazza mentale possibile contro il crollo di ogni certezza.
I vecchi e i giovani: un romanzo sociale sul cambiamento generazionale
I vecchi e i giovani è uno dei romanzi più amari e complessi di Luigi Pirandello. Pubblicato per la prima volta a puntate nel 1909 sulla Rassegna contemporanea, uscì in volume nel 1913 per i Fratelli Treves e fu successivamente revisionato dall’autore per l’edizione definitiva Mondadori del 1931.
L’opera è un grande affresco sociale ambientato nella Sicilia dei sanguinosi moti dei Fasci Siciliani del 1893, uno spietato ritratto di un’epoca travolta dal disordine morale e dalle lotte di classe. Al centro della narrazione c’è il drammatico scontro generazionale tra “i vecchi”, che vedono traditi ed elusi gli ideali del Risorgimento che essi stessi avevano contribuito a fondare, e “i giovani”, schiacciati dalla corruzione della nuova classe dirigente liberale e dal conservatorismo dei padri.
Come evidenziato dalla critica letteraria (in particolare da Carlo Salinari), il romanzo mette in scena tre grandi fallimenti collettivi, ovvero il Risorgimento come moto di rinnovamento generale rimasto incompiuto, l’Unità d’Italia incapace di liberare e sviluppare il Mezzogiorno e la Sicilia, e il Socialismo che non riesce a raccogliere l’eredità risorgimentale per trasformarla in vero riscatto sociale.
A questi fallimenti storici si intrecciano le tragedie individuali dei vari personaggi, come il principe suddito borbonico don Ippolito di Colimbetra, il borghese capitalista don Flaminio Salvo, il vecchio garibaldino Roberto Auriti o il giovane principe Gerlando.
In questo scenario di sgretolamento politico ed etico si inserisce la vicenda della parte seconda, capitolo ottavo del romanzo. La scena è ambientata a Valsania, nella villa dei Laurentano, durante una notte sferzata da una pioggia furiosa e da un vento impetuoso.
Nella casa si consuma un clima di forte tensione: il vecchio e fedele servo Mauro Mortara è distrutto dal dolore per aver scoperto di non essere stato accolto come sperava, mentre giunge notizia della proclamazione dello stato d’assedio in Sicilia e dell’arrivo delle truppe regie.
Nel bel mezzo della notte, la villa diventa un rifugio d’emergenza per cinque giovani cospiratori in fuga – tra cui Lando e i compagni Lino Apes, Bixio Bruno, Cataldo Sclàfani e l’Ingrão -, stanchi, inzuppati d’acqua e braccati dalla polizia dopo le sommosse di Palermo.
Mentre i ragazzi cercano vestiti asciutti per scaldarsi e cibo per sfamarsi, si intrecciano conversazioni concitate sui disordini a Girgenti, sui mandati di cattura e sulla drammatica notizia portata da Leonardo Costa riguardante la fuga di donna Adelaide, moglie del principe Ippolito, con il deputato Capolino.
È proprio in questo contesto di caos, stanchezza, disfatta politica e rovine familiari che si distingue la figura di don Cosmo Laurentano, il fratello intellettuale di Ippolito. Osservando i giovani cospiratori trovare rifugio e abbandonarsi infine al sonno, don Cosmo guarda quella scena con il distacco di chi ha ormai compreso l’inganno della storia e della vita, pronunciando in quel momento preciso la sua celebre sentenza come risposta dal vivo all’ennesimo fallimento delle speranze umane.
L’illusione è la via d’uscita dall’assurdità della vita
Per cogliere la reale portata dell’insegnamento di don Cosmo Laurentano, occorre analizzare l’architettura concettuale della frase nella sua interezza. Non ci troviamo di fronte a un semplice aforisma consolatorio, ma a una vera e propria anatomia della condizione umana, dove ogni segmento concettuale si lega al successivo in un percorso di salvezza esistenziale.
Il punto di partenza pirandelliano è radicale e riguarda l’affermazione iniziale secondo cui “bisogna vivere, cioè illudersi“. L’esistenza pura e semplice non possiede per l’autore un senso intrinseco, una direzione rassicurante o una struttura ordinata. La realtà è vita in perenne movimento, caos fluido, spesso spietato e indifferente alle nostre speranze. In questo contesto, vivere ed illudersi diventano termini del tutto equivalenti.
L’essere umano non può sopravvivere a contatto diretto con il vuoto del caos e ha per questo un bisogno viscerale di creare delle forme, ossia ideali, valori, progetti, affetti e ruoli sociali che diano un senso e una direzione al proprio cammino.
Pirandello specifica che l’illusione non è una menzogna infantile o una fuga codarda dalla realtà, ma una vera e propria necessità biologica e psicologica. Le nostre convinzioni restano strutture precarie e ripari di carta, eppure rappresentano l’unica corazza che ci permette di alzarci ogni mattina. Vivere significa accettare di costruire senso anche sapendo che quel senso è un’invenzione della nostra mente.
Proseguendo nella frase, interviene il nucleo dell’umorismo pirandelliano con l’invito a “lasciar giocare in noi il demoniaccio beffardo, finché non si sarà stancato“.
Ciascuno di noi possiede al proprio interno questo demoniaccio, che rappresenta la voce della coscienza critica e la consapevolezza lucida che si insinua nei momenti di massima certezza per svelarci la finzione e mostrarci la fragilità delle nostre maschere. All’esterno, questo spirito coincide invece con l’ironia del destino e con il caso che smantella i grandi piani storici o personali.
Di fronte a questo meccanismo di scomposizione, la reazione spontanea dell’uomo è la resistenza, che si traduce nell’arroccamento nei propri dogmi, nella rabbia o nella disperazione. Per Luigi Pirandello, tuttavia, combattere questo spirito corrosivo è un errore fatale che porta all’esaurimento emotivo. L’indicazione di don Cosmo è di una modernità psicologica disarmante: bisogna lasciarlo giocare.
Concedere al disincanto il tempo di sfogarsi significa imparare a non prendere troppo sul serio i nostri stessi drammi. Lasciar giocare il demoniaccio permette di passare da una posizione di sofferenza passiva a una di distacco consapevole, osservando la scomposizione dei nostri ideali con un sorriso amaro e complice, in attesa che la spinta critica si esaurisca per poter poi tornare a ricostruire.
Infine, la frase trova il suo compimento nella formula “e pensare che tutto questo passerà… passerà…“, che rappresenta il momento della pacificazione filosofica ed emotiva espresso attraverso un meccanismo di dissolvenza temporale.
I tre punti di sospensione e la ripetizione cadenzata del verbo creano un mantra di liberazione profonda. Nella filosofia di Pirandello la vita è un flusso inarrestabile dove nulla resta immobile, e il dolore nasce spesso dall’illusione opposta, ovvero dal credere che una sofferenza o un fallimento siano definitivi. Quel richiamo al tempo che passa agisce per relativizzare la portata tragica del presente, ricordandoci che anche la pioggia più fitta della notte di Valsania o la disfatta più rovinosa sono eventi provvisori.
Questo finale disarma la disperazione offrendo una via d’uscita che contestualizza ogni pena nel grande scorrere degli eventi, restituendo la calma necessaria per fare un passo indietro e guardare la commedia dell’esistenza con la serenità di chi sa che la scena è destinata a cambiare.
In sintesi, la frase traccia un movimento perfetto: prendere atto del bisogno di credere tramite l’illusione, accettare la voce dell’umorismo che svela la finzione lasciando sfogare il demoniaccio, e ritrovare la pace nella consapevolezza che il tempo consuma ogni cosa.
La lezione universale della frase di Pirandello
A distanza di oltre un secolo dalla stesura de I vecchi e i giovani, le parole di don Cosmo Laurentano smettono di essere una semplice pagina di letteratura per trasformarsi in uno specchio in cui riflettere le nostre fragilità più segrete. La straordinaria attualità di questo pensiero risiede nella sua capacità di offrire un’alternativa concreta all’ansia di controllo.
Il vero scatto di consapevolezza che Pirandello ci chiede non è teorico, ma spietatamente pratico. Trascorriamo un’infinità di energie nel tentativo di rendere inattaccabili le nostre decisioni e l’immagine che proiettiamo all’esterno, dimenticando che l’inaspettato fa parte della struttura stessa del reale. Riconoscere l’illusione come strumento di autodifesa cambia radicalmente la gestione dei momenti di crisi: ci insegna a smettere di pretendere che ogni scelta debba avere un successo garantito o una giustificazione eterna.
Quando un progetto crolla, la reazione consueta è la paralisi o il senso di colpa. La lezione pirandelliana offre invece una guida al distacco strategico: prendere atto del fallimento come di una parentesi transitoria, smettere di drammatizzarlo e recuperare la lucidità per rimettersi in cammino. Accettare che la realtà sia precaria non sminuisce il valore dei nostri desideri o delle nostre battaglie quotidiane; significa semplicemente viverli senza trasformare ogni caduta in una sentenza definitiva contro il nostro valore.
C’è infine una sottile liberazione emotiva nel modo in cui lo scrittore ci insegna a far pace con il caos interiore. Quando la voce del disincanto smonta l’entusiasmo, non occorre arroccarsi in una difesa aggressiva. Lasciar sfogare quel momento, guardarci dall’esterno con indulgenza e far risuonare nella mente il ritmo del tempo che scivola via diventa una vera pratica di salute mentale.
Luigi Pirandello ci consegna così la forma più alta di libertà personale: abitare la vita non come un monumento da difendere o una gara da vincere, ma come un’esperienza imperfetta da attraversare con cuore leggero, sapendo che anche l’amarezza più buia è destinata a passare.

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