Le parole di Dante: sai cosa è la “vermena”?

In questo articolo esaminiamo una parola contenuta nel bellissimo e tremendo canto che Dante dedica a chi fa violenza contro sé stesso.

Le parole di Dante sai cosa è la vermena

Tra le parole rare e suggestive che Dante Alighieri inserisce nella Divina Commedia ve n’è una che appartiene al mondo della botanica, ma che nel contesto dell’Inferno acquista un significato assai più profondo: vermena. Il sostantivo compare una sola volta nell’intero poema, nel canto XIII dell’Inferno, all’interno della terribile rappresentazione della selva dei suicidi. Dante lo impiega per descrivere una delle fasi attraverso cui passa l’anima del dannato trasformata in pianta: dapprima germoglio, poi giovane ramoscello e infine pianta silvestre. Una parola apparentemente semplice, dunque, diventa parte integrante di una delle immagini più originali e inquietanti della prima cantica.

Dante Alighieri e Pier delle Vigne

Il passo in cui compare è quello in cui Dante presenta la sorte delle anime degli uomini che hanno violentato se stessi, cioè dei suicidi. La loro punizione consiste nella trasformazione in alberi e arbusti, privati della forma umana e condannati a una condizione vegetale. Dopo aver descritto il modo in cui queste anime vengono gettate nella selva, Dante osserva: «Cade in la selva, e non l’è parte scelta; / ma là dove fortuna la balestra, / quivi germoglia come gran di spelta. / Surge in vermena e in pianta silvestra». La sequenza è estremamente significativa: l’anima viene sradicata dalla dimensione propriamente umana e ricondotta a una crescita vegetale progressiva.

Vermena significa propriamente «ramoscello giovane e sottile di una pianta, virgulto». Non si tratta quindi ancora di un albero completamente sviluppato. La parola designa uno stadio intermedio della crescita, successivo alla germinazione ma precedente alla formazione della pianta adulta. Proprio questa precisione semantica consente a Dante di costruire una vera e propria successione botanica: l’anima dapprima germoglia, quindi «surge in vermena» e infine diventa «pianta silvestra». Il movimento della frase accompagna così il movimento della trasformazione.

L’origine della parola è antica e risale al latino verbena, termine che indicava un ramoscello o una pianta utilizzata anche nelle cerimonie rituali. Il passaggio da verbena a vermena presenta una trasformazione della consonante b in m, probabilmente dovuta a un processo di etimologia popolare. È un caso interessante perché mostra come le parole possano cambiare forma nel corso della loro storia, non soltanto attraverso regolari evoluzioni fonetiche, ma anche per effetto delle associazioni che i parlanti stabiliscono spontaneamente tra suoni e vocaboli.

Il termine vermena è documentato anche nella lingua italiana antica, e le sue attestazioni contribuiscono a chiarirne l’area semantica. Nei testi duecenteschi e trecenteschi la voce compare anche all’interno di volgarizzamenti, dove traduce vocaboli latini come vimen e virgultum, entrambi riconducibili all’idea del ramo, del ramoscello o del giovane arbusto. Il termine appartiene quindi a un patrimonio linguistico nel quale la descrizione della vegetazione disponeva di una terminologia più articolata rispetto a quella oggi normalmente utilizzata.

Particolarmente interessante è una delle prime attestazioni italiane della parola, contenuta nell’anonima Lamentatio Beate Marie de filio, componimento abruzzese duecentesco. Qui vermena non indica semplicemente un giovane ramo vegetale, ma le verghe con cui Cristo viene flagellato: «Facealu vattere co le vermene: / Guastao la carne et ruppe le vene». Il termine conserva dunque un rapporto con l’idea originaria di ramo o verga, ma viene applicato a un oggetto utilizzato per infliggere la punizione.

La presenza della parola nella Divina Commedia acquista invece una particolare precisione. Dante non usa vermena genericamente come sinonimo di «pianta», ma la inserisce nella descrizione graduale della metamorfosi dell’anima. Il dannato viene scagliato nella selva in modo casuale: «là dove fortuna la balestra». Il luogo della caduta determina il punto in cui nascerà la nuova forma vegetale. La crescita dell’albero è quindi il risultato di una trasformazione che il suicida non può più controllare, esattamente come non può controllare la propria condizione ultraterrena.

Il verbo «germoglia» prepara la comparsa di vermena. Il germoglio rappresenta l’inizio della vita vegetale; la vermena costituisce il momento successivo, quando quel germoglio è ormai diventato un giovane ramoscello; la «pianta silvestra» rappresenta infine lo stadio maturo. Dante costruisce così una sorta di piccolo ciclo botanico. Ma questa crescita, che in un contesto naturale potrebbe essere associata alla vitalità e alla rigenerazione, assume qui un valore profondamente tragico: non è una crescita liberamente scelta, bensì la conseguenza della pena.

I commentatori antichi hanno colto con precisione questo significato. L’Ottimo commento descrive infatti la successione dei tre stadi osservando che la pianta attraversa prima la fase dell’erba, poi quella della «verminetta» e infine quella della pianta vera e propria. Giovanni Boccaccio, nel suo commento al passo, sottolinea a sua volta la differenza tra vermena e pianta: la prima è più sottile e meno sviluppata, mentre la seconda è ormai cresciuta e consolidata. Le loro osservazioni confermano che il termine dantesco era percepito come indicatore di una precisa fase dello sviluppo vegetale.

La scelta di una parola così specifica non è casuale. Dante è un poeta capace di utilizzare vocaboli tecnici, regionali, rari o appartenenti a tradizioni linguistiche differenti quando questi risultano funzionali alla precisione della rappresentazione. Nel caso di vermena, la rarità della voce contribuisce anche alla concretezza della scena. Il lettore è portato a immaginare qualcosa di sottile e fragile che spunta dal terreno, destinato progressivamente a trasformarsi in un arbusto. La metamorfosi dell’anima diventa così visibile.

La vegetazione della selva dei suicidi, tuttavia, non è una vegetazione naturale e rassicurante. È una natura deformata, inquietante, nella quale la persona umana è stata privata del proprio corpo. Le anime non possono parlare attraverso un corpo umano: la loro voce proviene dalle piante. Quando Dante spezza un ramo, dal tronco sgorga sangue e si leva una voce. La materia vegetale diventa quindi il nuovo involucro di un’identità umana distrutta.

In questo contesto vermena acquista anche una particolare forza simbolica. Il ramoscello è giovane, sottile, ancora in formazione. Ma la crescita della pianta non coincide con una rinascita positiva. L’anima del suicida è condannata a una forma di esistenza vegetale, fissata nella selva e sottoposta alla violenza delle Arpie. La trasformazione produce dunque una paradossale inversione: ciò che nella natura sarebbe un normale processo di sviluppo diventa nell’Inferno una forma di pena.

Il lessico botanico permette inoltre a Dante di creare un contrasto tra vita e morte. Il germoglio, per sua natura, è un segno di vita. Un ramoscello giovane appartiene a una pianta che cresce, si sviluppa e tende verso il futuro. Nella selva dei suicidi, invece, la crescita vegetale è inseparabile dalla morte dell’identità umana. La vita continua, ma in una forma radicalmente diversa e dolorosa. La parola vermena, proprio perché indica un essere vegetale ancora giovane, rende concreta questa ambivalenza.

È significativo anche il fatto che Dante scelga «surge»: la vermena «sorge» dal terreno. Il verbo suggerisce un movimento verso l’alto, quasi una nascita. Ma questa nascita è paradossale, perché non riguarda un essere umano che viene alla luce: riguarda un’anima morta che assume una forma vegetale. La verticalità della pianta non è quindi sufficiente a restituire libertà alla creatura; la sua esistenza rimane confinata alla selva infernale.

Dal punto di vista linguistico, vermena rappresenta inoltre un esempio della straordinaria capacità dantesca di attingere a parole antiche e specifiche per costruire la lingua della Commedia. Il poema non si limita al vocabolario più comune del volgare fiorentino, ma incorpora termini tecnici, regionalismi, latinismi, parole rare e vocaboli appartenenti a diversi ambiti della conoscenza. In questo modo Dante amplia enormemente le possibilità espressive del volgare.

La fortuna successiva di vermena non è paragonabile a quella di termini come «virgulto» o «ramoscello», ma proprio la sua rarità rende interessante studiarla. È una di quelle parole che sopravvivono soprattutto grazie alla tradizione letteraria e alla memoria dei testi antichi. Nel caso specifico, la sua presenza nella Divina Commedia è sufficiente a consegnarle un posto significativo nella storia della lingua italiana.

Oltre la botanica

Vermena, dunque, non è soltanto un termine botanico antico. È una parola che racchiude una precisa idea di crescita e che, nella costruzione poetica dantesca, diventa parte di una drammatica metamorfosi. Dal germoglio al ramoscello, dal ramoscello alla pianta, Dante rappresenta con straordinaria concretezza la trasformazione delle anime dei suicidi. La precisione del vocabolo contribuisce a rendere credibile e visibile una scena fantastica, mentre la sua storia linguistica testimonia la ricchezza del volgare medievale.

In appena una parola Dante riesce così a concentrare natura, metamorfosi, pena e linguaggio. Vermena indica un giovane e sottile ramoscello, ma nella selva dell’Inferno diventa il segno di un’esistenza spezzata che continua in una forma nuova e inquietante. È proprio questa capacità di trasformare un vocabolo raro in un elemento essenziale dell’immaginazione poetica a mostrare, ancora una volta, quanto la lingua della Divina Commedia sia precisa, inventiva e sorprendentemente moderna nella sua forza figurativa.