Tra le parole più rare e curiose della Divina Commedia si trova il verbo gallare, utilizzato da Dante in due occasioni, una nell’Inferno e una nel Purgatorio. È una di quelle forme lessicali che permettono di osservare con particolare chiarezza la capacità dantesca di attingere a un patrimonio linguistico vario, comprendente parole concrete, termini popolari, forme locali e vocaboli destinati in seguito a una fortuna molto diversa.
Nel caso di gallare, inoltre, Dante utilizza lo stesso verbo in due significati collegati fra loro: nel primo, propriamente fisico, indica il restare sulla superficie di un liquido senza andare a fondo; nel secondo, sviluppato in senso figurato, descrive invece l’atteggiamento di chi tende a elevarsi, a considerarsi superiore e dunque a insuperbirsi.
Andiamo a gallare a mare con Dante
La documentazione relativa al verbo è particolarmente interessante. Gallare compare nella Commedia due sole volte: nella forma galli in Inferno XXI, 57 e nella forma galla in Purgatorio X, 127. Le due occorrenze appartengono quindi a due contesti molto diversi. Nell’Inferno il verbo viene inserito in una scena concreta, aspra e quasi grottesca, quella dei barattieri immersi nella pece bollente; nel Purgatorio, invece, diventa lo strumento linguistico attraverso il quale Dante esprime una riflessione morale sulla superbia e sull’illusione della superiorità umana.
Dal punto di vista etimologico e formativo, gallare è una formazione verbale derivata dal sostantivo galla, parola che indicava una sorta di cecidio, cioè un’escrescenza prodotta sulle piante, e che poteva assumere più genericamente il valore di rigonfiamento. Da questa idea di qualcosa che emerge, che si solleva e rimane in superficie si comprende il valore assunto dal verbo.
La connessione semantica è particolarmente suggestiva: ciò che «galla» non affonda, ma resta sospeso o emerge rispetto a ciò che si trova sotto di esso. Il verbo dantesco nasce dunque da un’immagine estremamente concreta, che Dante può trasferire sia alla materia sia, metaforicamente, all’animo umano.
La prima occorrenza si trova nell’episodio dei barattieri, all’interno della quinta bolgia dell’ottavo cerchio dell’Inferno. Dante e Virgilio assistono alle pene inflitte ai peccatori che hanno utilizzato la propria posizione per compiere azioni fraudolente e trarre vantaggio dalla cosa pubblica. Essi sono immersi nella pece bollente e sorvegliati dai diavoli Malebranche, armati di uncini con i quali tormentano i dannati che tentano di emergere.
È in questo contesto che un diavolo ordina ai cuochi infernali di non lasciare che la carne «galli»:
«Non altrimenti i cuoci a' lor vassalli
fanno attuffare in mezzo la caldaia
la carne con li uncin, perché non galli»
Il verbo indica qui propriamente il rimanere a galla, cioè il tornare o restare sulla superficie di un liquido. Il riferimento alla cucina è volutamente concreto: così come i cuochi immergono nella pentola la carne e la tengono sotto con gli strumenti appropriati affinché non emerga, allo stesso modo i diavoli devono mantenere immersi nella pece i barattieri. L’immagine contribuisce alla particolare forza realistica dell’episodio: Dante paragona il trattamento dei dannati a una pratica quotidiana, trasformando la scena infernale in una sorta di cucina mostruosa.
La scelta di gallare è significativa proprio per la sua concretezza. Dante avrebbe potuto ricorrere a una forma più comune, ma il verbo raro si inserisce perfettamente nel linguaggio dell’episodio e nella ricerca di una rappresentazione fisica immediata. Il dannato deve essere impedito dal «gallare», cioè dall’emergere dalla pece. Il verbo rende visibile il movimento che i diavoli vogliono impedire: qualcosa che dovrebbe rimanere sommerso tende naturalmente a tornare verso la superficie.
Anche la tradizione esegetica antica si soffermò sulla parola. Benvenuto da Imola, commentando il passo, la spiega attraverso il latino supernatet, cioè «galleggi» o «rimanga sopra», mentre Maramauro interpreta il termine come «apparire suso», emergere. Queste glosse confermano che il significato concreto del verbo era riconosciuto dai commentatori come legato all’idea della permanenza sulla superficie.
La seconda occorrenza di gallare è ancora più interessante dal punto di vista figurato. Nel Purgatorio, Dante si trova nella cornice dei superbi e riflette sulla condizione dell’uomo che si lascia dominare dall’orgoglio. Qui il verbo compare nell’espressione «l’animo vostro in alto galla»:
«Di che l'animo vostro in alto galla,
poi siete quasi antomata in difetto,
sì come vermo in cui formazion falla?»
In questo caso non c’è naturalmente alcun liquido. A «galleggiare» è l’animo umano, e il movimento verso l’alto diventa metafora della superbia. L’animo «galla in alto» perché tende a elevarsi, a porsi sopra gli altri, a coltivare una percezione eccessiva della propria importanza. Il verbo conserva quindi l’immagine originaria dell’emersione, ma la trasferisce dal piano fisico a quello morale.
La metafora è particolarmente efficace perché contiene una contraddizione. Chi si innalza con superbia crede di elevarsi realmente, ma agli occhi della dottrina cristiana questa elevazione è in realtà una deformazione dell’ordine naturale. L’uomo che vuole porsi troppo in alto non diventa più grande: diventa vittima della propria presunzione. Il verbo gallare riesce così a trasformare un semplice fenomeno fisico in un’immagine della condizione spirituale.
Francesco da Buti, commentando questo secondo passo, ricorre proprio al verbo galleggiare per spiegare galla: «va in su e galleggia». Questa glossa è particolarmente significativa per la storia della lingua italiana, perché mostra il rapporto tra gallare e una forma corradicale, galleggiare, destinata ad avere una fortuna molto maggiore nei secoli successivi. Il verbo galleggiare diventerà infatti la forma comune dell’italiano moderno per indicare il rimanere sulla superficie di un liquido, mentre gallare resterà una parola rara e fortemente legata alla tradizione dantesca.
La storia successiva del vocabolo conferma quindi un fenomeno molto frequente nell’evoluzione linguistica: una forma antica può essere progressivamente sostituita da una concorrente più diffusa, mentre sopravvive nella memoria letteraria grazie a un autore prestigioso. Gallare è attestato fuori dalla Commedia in una testimonianza trecentesca della Cronaca fiorentina di Marchionne di Coppo Stefani, dove si parla di travi che «gallarono» durante un’alluvione. Questa testimonianza dimostra che il verbo non apparteneva esclusivamente alla lingua poetica di Dante, ma aveva una certa circolazione concreta.
Le attestazioni successive in testi di area fiorentina fanno inoltre pensare a una possibile presenza del verbo nel parlato. La sua diffusione, tuttavia, rimase limitata e non gli consentì di affermarsi stabilmente nell’italiano comune. La fortuna di galleggiare fu invece assai maggiore. È un esempio significativo di come il patrimonio lessicale italiano non si sviluppi secondo un percorso lineare: forme concorrenti possono convivere per un certo periodo, per poi seguire destini differenti.
Particolarmente interessante è anche il rapporto tra le due occorrenze dantesche. Nel primo caso gallare descrive qualcosa che non deve emergere; nel secondo descrive invece qualcuno che si eleva troppo. La stessa immagine fisica viene dunque utilizzata in direzioni diverse. Nella bolgia dei barattieri, i diavoli impediscono alla materia di tornare in superficie; nel Purgatorio, l’animo superbo tende spontaneamente verso l’alto. Il verbo conserva in entrambi i casi il nucleo semantico dell’emersione, ma Dante lo adatta alle esigenze del contesto.
Questa capacità di utilizzare una parola concreta per esprimere un concetto morale è tipica della poesia dantesca. La Commedia è infatti piena di termini che appartengono alla vita quotidiana, ai mestieri, alla natura, al corpo e alle attività materiali, ma che vengono trasformati in strumenti di significazione spirituale. In gallare questo procedimento appare con particolare evidenza: un verbo che nasce dall’osservazione di qualcosa che rimane sulla superficie dell’acqua diventa una parola capace di rappresentare anche il movimento dell’animo.
Nel Purgatorio la metafora assume inoltre un valore polemico. La superbia consiste proprio nel voler occupare una posizione «alta» che non corrisponde alla reale condizione dell’uomo. Il verbo gallare, associato all’espressione «in alto», suggerisce un innalzamento privo di vera consistenza. Il superbo appare quasi come qualcosa che galleggia: non possiede necessariamente una solidità proporzionata alla posizione che pretende di occupare.
Il verbo permette dunque di cogliere una delle caratteristiche più interessanti della lingua della Commedia: la capacità di passare continuamente dal concreto all’astratto, dal gesto fisico alla condizione morale, dall’immagine quotidiana alla verità spirituale. Nel canto XXI dell’Inferno, gallare appartiene al linguaggio realistico della pece e della cucina; nel canto X del Purgatorio, la stessa parola diventa metafora dell’orgoglio umano.
Oggi gallare è una voce rara e sostanzialmente estranea all’uso comune, mentre galleggiare è il verbo normalmente impiegato per indicare ciò che resta sulla superficie di un liquido. Proprio questa differenza rende preziosa la testimonianza dantesca. Attraverso gallare possiamo osservare non soltanto un vocabolo antico, ma anche il modo in cui l’italiano si è trasformato nel corso dei secoli, selezionando alcune forme e lasciandone altre ai margini.
La parola dantesca conserva così una duplice memoria: quella di un verbo concretamente legato al galleggiamento e quella di una potente metafora morale. «Gallare» significa, nella Commedia, stare sopra una superficie senza affondare; ma, quando quella superficie diventa simbolicamente il mondo degli uomini, può significare anche la pretesa dell’animo di stare «in alto».
È proprio in questa trasformazione che si manifesta la straordinaria ricchezza del lessico di Dante: una parola apparentemente umile e concreta diventa capace di rappresentare un vizio umano universale, mostrando come la poesia possa trasformare un semplice movimento della materia in un’immagine della vita interiore.

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