Le parole di Dante: “gratulare”, scopriamo il significato di questo dolce verbo

Certi verbi contendono in loro stessi la grazia che poi si dipana nel loro significato, Dante Alighieri lo sapeva bene quando ha utilizzato “gratulare”.

Le parole di Dante gratulare, scopriamo il significato di questo dolce verbo

Tra gli innumerevoli tasselli che compongono il mosaico lessicale della del poema di Dante Alighieri, ve ne sono alcuni che, per la loro rarità, meritano un’attenzione particolare: non tanto per il peso che hanno nell’economia complessiva del poema, quanto per ciò che rivelano del laboratorio linguistico dantesco. Il verbo gratulare è un caso esemplare di questa categoria: due sole occorrenze, entrambe nel Paradiso, entrambe concentrate negli stessi canti, eppure sufficienti a testimoniare una precisa strategia stilistica dell’ultima cantica.

Le occorrenze nel poema di Dante Alighieri: canti XXIV e XXV del Paradiso

Il verbo compare per la prima volta al gerundio, gratulando, in Paradiso XXIV, verso 149, all’interno della similitudine che chiude l’esame di Dante sulla fede sostenuto da san Pietro:

Come ‘l segnor ch’ascolta quel che i piace, / da indi abbraccia il servo, gratulando / per la novella, tosto ch’el si tace; / così, benedicendomi cantando, / tre volte cinse me, sì com’ io tacqui, / l’appostolico lume al cui comando / io avea detto…

Qui il termine descrive il gesto del signore che, ascoltata una notizia gradita, abbraccia il servo rallegrandosi con lui: un’immagine di calore umano e domestico che Dante trasferisce, per analogia, al gesto di san Pietro nei suoi confronti, quando l’apostolo lo cinge tre volte cantando in segno di approvazione dopo l’esame sulla fede.

La seconda occorrenza si trova poco dopo, in Paradiso XXV, verso 25, dove il verbo è impiegato sostantivato:

Ma poi che ‘l gratular si fu assolto, / tacito coram me ciascun s’affisse, / ignito sì che vincëa ‘l mio volto.

In questo caso «il gratular» designa il saluto affettuoso e festoso che si scambiano san Pietro e san Giacomo, appena giunto quest’ultimo nel cielo delle stelle fisse. Il sostantivo, formato per conversione diretta dall’infinito, condensa in una sola parola l’intero rito di accoglienza tra i due apostoli.

Un latinismo di prima mano, quasi un hapax

Il dato più interessante che la ricerca filologica ha messo in luce riguarda la genealogia di questo verbo. Gratulare è un prestito rarissimo dal latino gratulari, verbo che nel latino classico e tardo indicava propriamente il congratularsi, il manifestare gioia per il bene altrui. Si tratta di un latinismo che, come segnala il Dizionario Etimologico Italiano alla voce corrispondente, ebbe scarsissima fortuna anche nel mediolatino: Du Cange, nel suo repertorio lessicografico del latino medievale, ne attesta un uso limitato.

Ciò che rende ancora più significativa questa scelta lessicale è che Dante stesso, nelle sue opere latine, non impiega mai il verbo gratulare, bensì l’avverbio gratulanter, che compare nel De vulgari eloquentia (II, XIV, 2). Il poeta, dunque, quando scrive in latino non ricorre a questa forma verbale; la introduce invece, in un atto di consapevole innesto linguistico, proprio nel volgare della Commedia, e per giunta esclusivamente nella cantica del Paradiso.

La collocazione nei canti delle virtù teologali

Non è un caso che le due occorrenze si concentrino nei canti dedicati all’esame delle virtù teologali — fede, speranza e carità — ambientati nel cielo Stellato. È qui, secondo quanto rilevato dalla critica (in particolare da Paola Manni), che i latinismi di prima mano, cioè le parole importate direttamente dal latino con un adattamento morfologico minimo, «abbondano e sono particolarmente significativi».

Questa cantica, dedicata alla dimensione più eminentemente teologica e sacra dell’aldilà dantesco, richiede infatti un registro linguistico elevato, capace di rendere l’atmosfera solenne e insieme gioiosa degli incontri tra Dante e le grandi auctoritates della tradizione cristiana. Il latinismo gratulare, con la sua eco esplicita del linguaggio liturgico e classico della congratulazione, si presta perfettamente a questo scopo: veicola un senso di festa spirituale che il volgare corrente, forse, non avrebbe reso con altrettanta pregnanza.

Ciò che rende ancora più prezioso l’uso dantesco di questo verbo è la sua fortuna pressoché inesistente nella lingua letteraria successiva. Come ha osservato Riccardo Viel, se non fosse per un’unica occorrenza rintracciabile nella tarda Cronaca fiorentina di Marchionne di Coppo Stefani, il gratulare dantesco sarebbe da considerarsi un vero e proprio hapax, una parola coniata — o quantomeno impiegata — una sola volta nella storia della lingua letteraria italiana. Il Trecento conosce, sia pure sporadicamente, alcuni derivati della stessa famiglia lessicale: l’aggettivo gratulante e il sostantivo gratulazione, quest’ultimo attestato solo in testi di volgarizzamento, dunque in un contesto di forte contiguità con il modello latino. Ma il verbo vero e proprio, nella sua forma piena, resta un unicum sostanzialmente dantesco.

Il valore di una scelta isolata

Il caso di gratulare illumina bene un aspetto cruciale della tecnica compositiva di Dante nel Paradiso: la capacità di attingere al serbatoio del latino per arricchire il volgare di sfumature semantiche altrimenti irraggiungibili, senza che questo comporti necessariamente una diffusione duratura del termine importato. Dante non scrive per creare moda lessicale, ma per trovare, di volta in volta, la parola esatta capace di rendere l’intensità di un’esperienza — in questo caso, la gioia pura e disinteressata dell’incontro tra anime beate, un sentimento che il verbo gratulare, con la sua origine colta e la sua rarità, sembra custodire e proteggere come in una teca preziosa, sottratta all’usura del linguaggio comune.