Tra le parole più singolari della lingua poetica di Dante Alighieri si trova fuio, aggettivo antico e oggi completamente estraneo all’italiano comune, che nella Divina Commedia compare soltanto due volte, ma in due contesti estremamente significativi. La prima occorrenza si trova nell’Inferno, nel canto XII, all’interno dell’incontro con il centauro Nesso; la seconda appartiene al Paradiso, nel canto IX, durante il dialogo con l’anima di Folchetto da Marsiglia.
In entrambi i casi Dante utilizza una parola che appartiene alla sfera semantica del furto, ma nel secondo passo ne amplia il significato fino a indicare ciò che si sottrae, che si nasconde, che rimane occulto. Proprio questa capacità dantesca di prendere una parola concreta e trasferirla in una dimensione morale e spirituale rappresenta uno degli aspetti più affascinanti del lessico della Commedia.
Dante attraverso le schede lessicografiche
La scheda lessicografica registra fuio come aggettivo con due occorrenze nella Commedia: fuia in Inferno XII, 90 e fuia in Paradiso IX, 75. Si tratta di una voce antica, attestata anche in altri testi italiani medievali e poi destinata a scomparire dall’uso. La sua storia etimologica è particolarmente interessante. Già il grande linguista Ernesto Giacomo Parodi aveva collegato fuio al latino fur, cioè “ladro”, ipotizzando come passaggio intermedio una forma furius.
L’ipotesi permette di comprendere la relazione tra fuio e altre forme antiche riconducibili alla medesima base latina. La voce presenta infatti un normale sviluppo fonetico toscano e si affianca a furo, che nell’antico italiano aveva sostanzialmente lo stesso significato. La Crusca aveva già accostato le due forme, e un documento del 1305 conserva addirittura la formula «fuiam sive furam», mostrando come fuia e fura potessero funzionare come varianti equivalenti.
Il primo significato di fuio è dunque molto concreto: “che ruba”, “ladro”, “colui che sottrae ciò che appartiene ad altri”. È proprio questo il valore che la parola assume nell’Inferno. Dante si trova nel cerchio dei violenti contro il prossimo, nella zona in cui sono puniti i violenti contro le persone e contro i beni. Il poeta e Virgilio incontrano i centauri, tra i quali Nesso, che accompagna Dante lungo il fiume di sangue bollente del Flegetonte.
A un certo punto Nesso indica alcune anime e spiega chi siano i dannati immersi nel sangue. Tra questi si trova un personaggio che si è allontanato dal canto degli altri e che ha affidato a Dante un particolare compito. La terzina si conclude con le parole: «non è ladron, né io anima fuia».
Qui fuia significa precisamente “ladra”. Dante adopera quindi l’aggettivo in senso proprio, riferendolo a un’anima che appartiene alla categoria dei peccatori caratterizzati dal furto. Il termine si colloca perfettamente nel linguaggio aspro e concreto dell’Inferno, dove il poeta ricorre spesso a vocaboli rari, dialettali, tecnici o appartenenti all’italiano antico per rendere più incisiva la rappresentazione delle colpe e delle pene. L’aggettivo non è dunque una semplice variante ornamentale di “ladra”: la sua rarità contribuisce a dare al verso una particolare energia e una forte coloritura arcaica.
È significativo anche il commento di Giovanni Boccaccio, uno dei primi grandi interpreti della Commedia. Spiegando il passo dell’Inferno, Boccaccio chiarisce che le donne che rubano vengono chiamate fuie. La sua glossa conferma quindi che il significato della parola era ancora riconoscibile e comprensibile nel Trecento: fuia era una forma antica per indicare una donna ladra. Dante non sta quindi inventando arbitrariamente un termine oscuro, ma utilizza una parola appartenente al patrimonio linguistico del suo tempo, scegliendola probabilmente anche per la sua efficacia fonica e per la sua capacità di inserirsi naturalmente nella struttura metrica del verso.
La seconda occorrenza di fuia, però, è ancora più interessante perché mostra come Dante possa trasformare un significato concreto in uno astratto. Nel Paradiso IX, durante il dialogo con Folchetto da Marsiglia, Dante afferma: «Dio vede tutto, e tuo veder s’inluia», / diss’ io, «beato spirto, sì che nulla / voglia di sé a te puot’ esser fuia». Qui fuia non significa più semplicemente “ladra”. Il senso è quello di “sottratta”, “nascosta”, “occulta”, con un’evoluzione semantica che conserva però l’idea fondamentale del “sottrarre”.
Il passaggio è raffinato. Dante sta parlando con un’anima beata e afferma che Dio vede tutto e che la visione del beato è immersa nella volontà divina. Perciò nessun desiderio può essere nascosto a Folchetto: nulla può “farsi fuio” rispetto alla sua conoscenza. L’idea del furto viene quindi spiritualizzata. Ciò che è fuio non è più una persona che sottrae qualcosa agli altri, bensì qualcosa che si sottrae alla vista, alla conoscenza, alla percezione. L’aggettivo passa dalla sfera morale del furto a quella intellettuale dell’occultamento.
Questo secondo uso è particolarmente importante perché dimostra il modo in cui il vocabolario dantesco riesce a sviluppare significati nuovi a partire da parole antiche. Dante non si limita a conservare il valore tradizionale di fuio: lo trasferisce in un contesto completamente diverso. La parola conserva la propria radice semantica, quella dell’idea di sottrazione, ma cambia il tipo di oggetto sottratto. Nell’Inferno qualcuno sottrae beni e quindi è “ladro”; nel Paradiso una volontà potrebbe sottrarsi alla conoscenza, cioè potrebbe rimanere nascosta. In entrambi i casi, il nucleo concettuale è dunque lo stesso: qualcosa viene sottratto alla disponibilità o alla conoscenza di qualcun altro.
L’Ottimo Commento, uno dei più antichi commenti alla Commedia, coglie molto bene questo valore esteso e spiega fuia con «oscura». Benvenuto da Imola, invece, utilizza una glossa ancora più esplicita: «furtiva et occulta tibi», cioè “furtiva e nascosta per te”. Queste interpretazioni medievali sono preziose perché mostrano che i primi lettori di Dante percepivano già il rapporto tra il significato originario della parola e quello figurato. La parola non è quindi un semplice arcaismo, ma un elemento semanticamente vivo, capace di produrre un’immagine precisa.
La presenza di fuio nei due regni della Commedia permette inoltre di osservare una caratteristica fondamentale della lingua di Dante: la straordinaria capacità di sfruttare la mobilità semantica delle parole. Il poeta dispone di un patrimonio linguistico estremamente vasto, che comprende termini fiorentini, vocaboli appartenenti alla tradizione letteraria, latinismi, provenzalismi, tecnicismi, forme popolari e parole rare. Ma non li utilizza semplicemente come ornamento. Ogni vocabolo viene inserito in un sistema preciso, nel quale suono, significato, etimologia e posizione nel verso contribuiscono alla costruzione del senso.
Fuio è particolarmente significativo proprio perché oggi non appartiene più alla lingua italiana corrente. Il lettore moderno riconosce facilmente la radice attraverso il confronto con parole come “furto”, “rubare”, “furfante”, “furtivo”, ma non percepisce immediatamente fuio come una forma familiare. La parola ci ricorda dunque quanto l’italiano contemporaneo sia il risultato di una selezione storica. Moltissime parole presenti nell’italiano medievale sono scomparse, mentre altre sono sopravvissute, talvolta cambiando completamente significato. La Commedia costituisce uno dei luoghi privilegiati per osservare questo processo.
Non bisogna tuttavia considerare fuio soltanto come una curiosità linguistica. La parola contribuisce infatti alla costruzione morale della Commedia. Nel primo passo è legata al mondo del peccato e della colpa: il ladro è colui che viola il diritto altrui, appropriandosi di ciò che non gli appartiene. Nel secondo passo, invece, il concetto di sottrazione viene collocato in un contesto paradisiaco e conoscitivo. La differenza è profonda: nell’Inferno la sottrazione è una colpa; nel Paradiso la parola viene utilizzata per descrivere ciò che non può essere nascosto alla conoscenza del beato.
Questa trasformazione rispecchia anche la struttura generale del poema. Il viaggio di Dante procede dalla confusione alla conoscenza, dalla cecità alla visione, dalla menzogna alla verità. Nell’Inferno le anime sono spesso caratterizzate da una distorsione della verità: hanno scelto di nascondere, tradire, appropriarsi, ingannare. Nel Paradiso, al contrario, la realtà viene progressivamente illuminata dalla conoscenza divina. Non è casuale, quindi, che una parola legata all’idea di sottrazione possa essere impiegata proprio per negare la possibilità che qualcosa rimanga nascosto alla mente illuminata del beato.
Anche dal punto di vista stilistico, fuio rivela la predilezione di Dante per le parole brevi, incisive e fonicamente forti. La terminazione in -io conferisce alla parola una fisionomia nettamente diversa rispetto al più comune “ladro”, mentre la sua estraneità all’italiano moderno ne accentua l’effetto di rarità. Dante costruisce così un lessico nel quale la precisione semantica si accompagna alla forza sonora. La parola antica non è semplicemente conservata: viene riportata in vita attraverso il contesto poetico.
Fuio è una delle tante piccole parole della Divina Commedia che, pur comparendo una sola volta in ciascuno dei due passi in cui Dante la adopera, racchiudono una storia linguistica e concettuale assai ricca. Derivato dal latino fur e collegato alla forma antica furo, l’aggettivo significa anzitutto “ladro”, “che ruba”, come nell’Inferno XII, ma nel Paradiso IX assume un significato figurato e indica ciò che si sottrae alla conoscenza, ciò che rimane occulto. Il percorso semantico è coerente: dal furto materiale all’occultamento, dalla sottrazione di un bene alla sottrazione alla vista e alla conoscenza.
È proprio in questa capacità di conservare il nucleo originario di una parola trasformandone il campo d’uso che si riconosce una delle qualità più alte della lingua dantesca. Fuio, oggi parola dimenticata, nella Commedia diventa così un piccolo ma significativo esempio della potenza con cui Dante trasforma il patrimonio dell’italiano antico in uno strumento poetico capace di esprimere tanto la concretezza del peccato quanto l’astrattezza della conoscenza.

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