Tra i molti neologismi che impreziosiscono il lessico della Divina Commedia, il verbo mirrare occupa un posto del tutto particolare. Si tratta infatti di una parola attestata una sola volta nell’intera opera di Dante Alighieri e, più in generale, di un vocabolo che rimane sostanzialmente confinato alla Commedia e ai suoi antichi commentatori. La sua unicità, la sua raffinata costruzione linguistica e il suo valore simbolico fanno di mirrare uno degli esempi più significativi della straordinaria creatività lessicale del poeta fiorentino.
Il verbo compare nel VI canto del Paradiso, il celebre canto dedicato all’imperatore Giustiniano, che ripercorre la storia provvidenziale dell’Impero romano come strumento della volontà divina. È uno dei discorsi più solenni dell’intero poema, caratterizzato da un linguaggio elevatissimo, ricco di latinismi, termini rari e neologismi. Proprio all’interno di questo contesto Dante introduce il verbo mirrare, inserendolo nella seguente terzina:
«Sai quel ch'el fé portato da li egregi
Romani incontro a Brenno, incontro a Pirro,
incontro a li altri principi e collegi;
onde Torquato e Quinzio, che dal cirro
negletto fu nomato, i Deci e ' Fabi
ebber la fama che volontier mirro.»
(Paradiso, VI, 43-48)
Dante e il sublime canto “di Giustiniano“
Il significato attribuito oggi dagli studiosi è quello di “celebrare solennemente qualcuno, conservarne la memoria nel tempo, glorificarlo con un ricordo destinato a durare”. In senso proprio, tuttavia, il verbo significa “ungere di mirra”, richiamando un’antichissima pratica rituale.
La parola deriva infatti dal sostantivo mirra, la preziosa resina aromatica conosciuta fin dall’antichità. La mirra era una sostanza di grandissimo valore economico e religioso, ottenuta da alcune piante della penisola arabica e dell’Africa orientale. Veniva utilizzata nella preparazione di profumi, di unguenti medicinali e soprattutto nell’imbalsamazione dei corpi, grazie alle sue proprietà conservanti e al suo intenso profumo.
Il legame tra la mirra e la memoria è dunque profondamente simbolico. Ungere un corpo con la mirra significava preservarlo dalla corruzione del tempo. Trasferendo questa immagine sul piano figurato, Dante crea il verbo mirrare, che indica l’atto di conservare non un corpo, ma una fama, rendendola incorruttibile attraverso la celebrazione poetica.
Dal punto di vista linguistico, mirrare è un verbo denominale, cioè formato direttamente dal sostantivo mirra. Gli studiosi lo considerano unanimemente un autentico neologismo dantesco. Non esistono infatti attestazioni precedenti nella letteratura italiana, e il verbo rimane praticamente esclusivo della Commedia.
La costruzione del verbo segue un modello ben preciso. Dante prende come esempio il verbo incensare, derivato da incenso, che significa letteralmente “profumare con l’incenso” ma anche “lodare, esaltare”. Analogamente, mirrare significa dapprima “ungere di mirra” e poi, metaforicamente, “onorare con una gloria destinata a durare”.
Si tratta di una delle tante dimostrazioni della straordinaria capacità del poeta di ampliare il patrimonio della lingua italiana partendo da meccanismi già esistenti, senza creare parole arbitrarie ma perfettamente coerenti con la struttura del volgare.
Il contesto nel quale compare il verbo contribuisce a renderne ancora più evidente il valore stilistico. Il discorso di Giustiniano rappresenta infatti uno dei momenti più solenni dell’intero Paradiso. Il linguaggio diventa ricercato, quasi a imitazione della prosa latina imperiale.
Non è casuale che proprio in questa terzina mirro faccia rima con cirro e Pirro. Anche cirro, che indica una ciocca di capelli, è un raffinato latinismo. L’intera tessitura fonica della terzina produce un effetto di grande eleganza, nel quale ogni parola contribuisce a creare un’atmosfera di nobiltà e di antichità.
La scelta di mirrare, quindi, non risponde soltanto a un’esigenza semantica, ma anche musicale. Dante ricerca una parola rara, preziosa, dal suono armonioso, capace di inserirsi perfettamente nel ritmo del verso.
Gli antichi commentatori della Commedia cercarono subito di spiegare questo vocabolo insolito. La maggior parte degli interpreti trecenteschi comprese correttamente il suo valore figurato.
L’Ottimo Commento, ad esempio, spiega che mirrare significa onorare con una fama profumata, come si usava fare nell’antichità quando si incoronavano i poeti o si rendevano solenni onori agli uomini illustri. Il profumo della mirra diventa così metafora della gloria che continua a diffondersi nel tempo.
Questa interpretazione appare perfettamente coerente con il passo. Giustiniano sta infatti ricordando alcuni dei più grandi eroi della storia romana — Torquato, Quinzio, i Deci, i Fabi — e afferma di voler perpetuare volontariamente la loro fama.
A partire dal commento di Francesco da Buti, però, si diffuse anche una diversa interpretazione. Secondo questo autore mirrare non deriverebbe da mirra, ma sarebbe semplicemente una variante grafica di mirare, cioè “ammirare” o “lodare”. Da Buti scrive infatti che Dante avrebbe raddoppiato la consonante soltanto per esigenze di rima.
Questa spiegazione, pur influente nella tradizione esegetica, oggi è generalmente respinta dagli studiosi. L’interpretazione etimologica che collega il verbo alla mirra risulta infatti molto più convincente sia sul piano linguistico sia sul piano simbolico.
Il riferimento alla mirra, inoltre, apre interessanti collegamenti con la cultura biblica. La mirra è uno dei tre doni portati dai Magi al Bambino Gesù insieme all’oro e all’incenso. Nella tradizione cristiana essa simboleggia la futura passione e la morte di Cristo, ma anche la speranza della resurrezione, poiché viene impiegata per ungere il corpo prima della sepoltura.
Quando Dante utilizza mirrare, dunque, richiama indirettamente un universo simbolico ricchissimo, nel quale la mirra rappresenta contemporaneamente morte, memoria e immortalità.
Questa ricchezza di significati è perfettamente coerente con l’intera concezione dantesca della poesia. Per Dante il poeta non è soltanto un artista della parola, ma anche il custode della memoria degli uomini. Attraverso il poema egli salva dall’oblio coloro che meritano di essere ricordati e consegna la loro fama alle generazioni future.
In questo senso mirrare diventa quasi una definizione del compito stesso della poesia. Il poeta “unge di mirra” gli uomini illustri, cioè li rende immortali mediante la forza della parola.
È significativo osservare che Dante non sceglie un verbo comune come lodare, celebrare o esaltare. Egli crea un termine nuovo proprio perché vuole esprimere qualcosa di più profondo. La semplice lode può essere effimera; la fama “mirrata”, invece, possiede il profumo della durata, della conservazione e dell’eternità.
Dal punto di vista lessicale, mirrare rappresenta uno dei migliori esempi della capacità dantesca di trasformare un sostantivo concreto in un verbo ricco di significati astratti. Il procedimento è tipico della sua poesia. Molti neologismi della Commedia nascono infatti dall’esigenza di esprimere realtà spirituali attraverso immagini materiali, creando una lingua capace di parlare contemporaneamente ai sensi e all’intelligenza.
Il fatto che il verbo sia rimasto praticamente senza fortuna nella storia dell’italiano non ne diminuisce l’importanza. Anzi, proprio la sua unicità contribuisce a renderlo una preziosa testimonianza dell’officina linguistica dantesca. Molti vocaboli creati dal poeta entrarono stabilmente nella lingua; altri, come mirrare, rimasero invece gemme isolate, destinate a brillare soltanto nel contesto della Commedia.
Studiare questo verbo significa comprendere uno degli aspetti più affascinanti della poetica di Dante: la convinzione che la lingua possa essere continuamente rinnovata per esprimere concetti sempre nuovi. Il poeta non si limita a utilizzare il lessico disponibile, ma lo amplia con grande naturalezza, costruendo parole che sembrano essere sempre esistite.
In conclusione, mirrare costituisce uno dei più raffinati neologismi della Divina Commedia. Nato dal sostantivo mirra, il verbo unisce il significato concreto dell’unzione rituale con quello figurato della celebrazione poetica e della conservazione della memoria. Inserito nel solenne discorso di Giustiniano, esso diventa simbolo della missione stessa della poesia: preservare dall’oblio gli uomini degni di essere ricordati e rendere immortale la loro fama. Anche se rimasto isolato nella storia della lingua italiana, mirrare continua ancora oggi a testimoniare la straordinaria inventiva lessicale di Dante Alighieri, capace di trasformare una semplice parola in una potente immagine dell’eternità della gloria e della forza salvifica della poesia.

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