Tra i numerosi fenomeni fonetici che hanno accompagnato l’evoluzione della lingua italiana, la prostesi occupa un posto di particolare interesse. Si tratta di un processo linguistico apparentemente semplice, ma capace di raccontare molto sulla storia dell’italiano, sulla sua fonetica e persino sulla sua evoluzione letteraria. Oggi il fenomeno è quasi scomparso dall’uso comune, sopravvivendo soltanto in poche espressioni cristallizzate, ma per secoli ha rappresentato una caratteristica viva della lingua parlata e scritta, tanto da essere utilizzato da scrittori come Dante Alighieri e Alessandro Manzoni.
La prostesi, un’elegante fenomeno della lingua italiana
Dal punto di vista linguistico, la prostesi è il fenomeno attraverso il quale una parola acquisisce, all’inizio, un elemento fonetico che non appartiene alla sua etimologia. Il termine deriva dal greco prósthesis, che significa appunto “aggiunta”. In altre parole, una parola che originariamente iniziava con un determinato suono viene preceduta da una vocale o da un’altra consonante per ragioni esclusivamente fonetiche e non etimologiche.
Nella storia dell’italiano il caso più noto riguarda la comparsa della i prostetica davanti alle parole che iniziano con s seguita da consonante, cioè davanti a gruppi come sp-, st-, sc-, sf-, sm-, sn-, sl- e simili. È proprio questa la situazione descritta dalle grammatiche storiche: parole come scrivere, studio, scuola, strada, storia, quando erano precedute da una parola terminante in consonante, potevano ricevere una i iniziale. Così si diceva e si scriveva:
in iscuola;
per istudio;
non iscrivo;
a istare;
per istrada.
La parola non cambiava il proprio significato né la propria origine: cambiava semplicemente la sua forma fonetica iniziale per rendere più agevole la pronuncia.
La ragione di questo fenomeno è essenzialmente fonetica. L’italiano, soprattutto nella sua evoluzione dal latino, ha sempre mostrato una certa difficoltà ad accettare alcune sequenze consonantiche. Quando una parola terminava con una consonante e quella successiva iniziava con una s complicata (espressione preferibile, secondo molti linguisti, a quella più diffusa ma meno precisa di s impura), si produceva un incontro di consonanti considerato poco naturale nella fonetica italiana.
Si pensi, ad esempio, alla sequenza:
non scrivo
La parola non termina con una consonante (n), mentre scrivo comincia con il gruppo scr-. La successione n-scr risultava difficile da articolare secondo le abitudini fonetiche dell’italiano medievale e rinascimentale. Per evitare questa concentrazione di consonanti veniva inserita una i iniziale:
non iscrivo.
La stessa cosa avveniva con:
per istudio invece di per studio;
in iscuola invece di in scuola;
con isdegno invece di con sdegno.
La prostesi, dunque, nasce come un fenomeno di semplificazione della pronuncia. È un meccanismo che si ritrova in moltissime lingue del mondo, nelle quali vengono aggiunti suoni per rendere più agevole l’articolazione di determinati gruppi consonantici.
È interessante osservare che la prostesi non è un’invenzione dell’italiano moderno, ma affonda le proprie radici nella storia stessa delle lingue romanze. Già nel latino tardo e nelle lingue derivate si svilupparono fenomeni analoghi. Lo spagnolo, ad esempio, ha trasformato sistematicamente il latino schola in escuela, spatha in espada, status in estado, introducendo stabilmente una vocale iniziale davanti ai gruppi consonantici.
A differenza dello spagnolo, l’italiano…
L’italiano, invece, ha seguito una strada diversa. La vocale prostetica non è diventata parte integrante della parola, ma è rimasta un fenomeno condizionato dal contesto fonetico. Per questo motivo oggi diciamo semplicemente scuola, studio, scrivere, senza alcuna vocale iniziale.
Secondo il grande linguista Gerhard Rohlfs, autore della fondamentale Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti, la prostesi è sempre stata un fenomeno oscillante. Non è mai esistita una regola assoluta che imponesse sempre la presenza della i prostetica. Nel corso dei secoli si sono alternate forme con e senza prostesi, spesso perfino all’interno dello stesso autore.
Proprio questa oscillazione rende particolarmente interessante lo studio dei testi antichi. La presenza o l’assenza della vocale iniziale può infatti offrire preziose informazioni sulla pronuncia dell’epoca, sulle abitudini linguistiche dello scrittore e persino sulla metrica poetica.
Dante Alighieri costituisce uno degli esempi più significativi. Nella Divina Commedia il poeta utilizza la prostesi anche come strumento metrico. La possibilità di aggiungere una sillaba iniziale permette infatti di adattare il verso alle esigenze dell’endecasillabo.
Paradiso XIV, 136 offre l’esempio:
«per escusarmi e vedermi dir vero»
mentre nel Purgatorio XV, 130 compare invece:
«Ciò che vedesti fu perché non scuse.»
Le due forme, escusarmi e scuse, convivono tranquillamente nella stessa opera, dimostrando come il fenomeno fosse perfettamente disponibile nella lingua del poeta. L’alternanza non rappresenta un errore né un’incoerenza, ma riflette la naturale elasticità dell’italiano medievale.
La prostesi, infatti, non riguardava soltanto la i. Nei secoli più antichi era possibile trovare anche una e prostetica, soprattutto nei testi poetici e nelle varietà regionali. Anche questa libertà contribuiva ad ampliare le possibilità espressive degli scrittori.
Un altro autore che osservò con particolare attenzione questa norma fu Alessandro Manzoni. Nella stesura definitiva dei Promessi sposi, frutto di un lungo lavoro di revisione linguistica, egli utilizza frequentemente la i prostetica, rispettando le consuetudini dell’italiano colto dell’Ottocento.
Tra gli esempi presenti nel romanzo troviamo:
«a non iscriver nulla»;
«è cosa che non istà bene»;
«per istrascinarlo».
Queste forme oggi possono apparire insolite al lettore moderno, ma nel XIX secolo erano ancora considerate perfettamente corrette e contribuivano a conferire eleganza e naturalezza alla prosa.
Con il passare del tempo, tuttavia, la prostesi ha progressivamente perso terreno. L’evoluzione della pronuncia italiana ha reso sempre meno necessario inserire una vocale davanti alla s complicata, e l’uso si è gradualmente uniformato alle forme prive della vocale iniziale.
Oggi diremmo spontaneamente:
non scrivo;
per studio;
in scuola;
con sdegno.
Le forme con la i iniziale risultano ormai arcaiche e vengono percepite come appartenenti alla lingua letteraria o storica.
Esiste però un’importante eccezione. La prostesi continua infatti a sopravvivere nelle locuzioni per iscritto e in iscritto. In particolare per iscritto è ancora comunissima nell’italiano contemporaneo:
Presenta la domanda per iscritto.
Mi ha comunicato tutto per iscritto.
Preferisco avere una conferma per iscritto.
È curioso osservare come pochi parlanti si rendano conto che quella i iniziale rappresenta proprio l’antica vocale prostetica. L’espressione si è infatti completamente cristallizzata e viene ormai percepita come un’unica locuzione.
Dal punto di vista grammaticale, la prostesi costituisce un eccellente esempio di come le lingue siano organismi vivi, continuamente soggetti a trasformazioni. Molti fenomeni che oggi consideriamo “naturali” sono in realtà il risultato di secoli di adattamenti fonetici, semplificazioni e cambiamenti d’uso. La scomparsa della i prostetica testimonia l’evoluzione dell’italiano verso una maggiore tolleranza delle sequenze consonantiche iniziali.
Non solo stile desueto
Lo studio della prostesi permette inoltre di comprendere meglio i testi della nostra tradizione letteraria. Sapere perché Dante scrive escusarmi, o perché Manzoni preferisce istrascinarlo, significa entrare nella storia concreta della lingua italiana e cogliere sfumature che altrimenti rischierebbero di passare inosservate.
In definitiva, la prostesi rappresenta uno dei tanti piccoli fenomeni che dimostrano la straordinaria vitalità dell’italiano. Pur essendo oggi quasi del tutto scomparsa dall’uso comune, essa continua a vivere nella letteratura, nelle grammatiche storiche e in alcune espressioni ancora perfettamente attuali come per iscritto. È una testimonianza preziosa di come la lingua non sia mai immobile, ma si trasformi continuamente nel tentativo di trovare un equilibrio tra esigenze fonetiche, tradizione culturale e uso quotidiano. Studiare la prostesi significa dunque osservare da vicino uno dei meccanismi attraverso cui l’italiano ha costruito, nei secoli, la propria identità sonora ed espressiva.

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