La trappola di Duchamp a Venezia: entri come visitatore, esci come opera d’arte

All’Arsenale di Venezia la mostra su Duchamp trasforma lo spettatore in parte dell’opera: tra fonti inedite e ready-made, l’arte diventa un’elegante trappola visiva.

Entri come visitatore, esci come opera d’arte la trappola di Duchamp a Venezia

Il visitatore entra per osservare un’opera d’arte e scopre di farne parte: è una trappola. Questo il senso della mostra dedicata a Marcel Duchamp “D is for Duchamp the Deep Dyed Deceiver”, curata da Wolfgang Scheppe con Elena Di Battista, Max Glader, Zoë Wismeth e Bastiaan van der Velden fino al 22 novembre all’ Arsenale Institute for Politics of Representation di Venezia.

D is for Duchamp the Deep Dyed Deceiver: perché visitare la mostra

La mostra riunisce il più ampio corpus di materiali finora raccolto sulla ricezione dell’opera di Duchamp, presentando uno straordinario gruppo di fonti e di documenti inediti accanto alle pubblicazioni più influenti apparse nel corso della sua vita.

Considerati nel loro insieme, gli oggetti esposti tracciano una mappa di ciò che è stato visto, narrato e riprodotto nell’arco della carriera dell’artista. Essi mostrano come la ricezione della sua opera si sia evoluta attraverso diversi contesti sociali e pubblici.

L’esposizione riunisce accanto ad opere originali come la serie di incisioni del 1968 Morceaux chosis centinaia di documenti inediti, pubblicazioni, fotografie apparse nel corso della sua esistenza in cui l’opera passa dall’oggetto al fatto culturale e dove la leggibilità si divide in molteplici punti di vista. Di questa nuova concezione Fountain è il caso paradigmatico: la versione del 1917 è perduta e ciò che resta prima delle repliche realizzate successivamente è la fotografia scattata da Alfred Stieglitz. Il ready made quindi non esiste più se non nella forma di un oggetto mentale.

La mostra presenta più di venti opere originali dell’artista, insieme a un oggetto prodotto in serie, un “attaccapanni”. Un esemplare appartenente alla stessa produzione servì nel 1917 come punto di inizio per il readymade (ovvero un oggetto di uso comune prelevato dal suo contesto comune e immesso in un ambito artistico ) Trébuchet, il cui titolo francese allude sia a una mossa “a trabocchetto” degli scacchi sia all’atto di inciampare, trasformando l’opera in un gioco visivo dai molteplici significati. Per Duchamp, l’opera diventa così una vera e propria trappola.

Una riflessione sulla funzione dell’arte

D is for Duchamp the Deep Dyed Deceiver riflette la convinzione dell’artista secondo cui il giudizio dello spettatore costituisce una componente primaria dell’opera stessa. Nella presentazione del lavoro dell’artista, questo approccio segna un cambiamento di paradigma, distinguendo questa mostra da tutte quelle precedentemente a lui dedicate.
Sviluppato nel corso di quasi tre decenni di ricerca, il progetto prende avvio dalla concezione duchampiana dell’opera d’arte, articolata nella conferenza del 1957 The Creative Act, come esito di una complicità tra artista e spettatore, attribuendo così a quest’ultimo un ruolo autoriale.

“L’artista agisce alla maniera di un essere medianico. […] Dobbiamo allora rifiutargli la facoltà di essere pienamente cosciente, sul piano estetico, di ciò che fa o perchè lo fa. […] Lo spettatore stabilisce il contatto dell’opera con il mondo esterno decifrando e interpretando i suoi attributi profondi e con questo aggiunge il proprio contributo al processo creativo.”

La mostra dell’Arsenale lavora su questa trasformazione non promette l’accesso a un Duchamp autentico ma fa capire che le distorsioni rientrano nel processo creativo. Nel momento in cui assegna allo spettatore una funzione costitutiva questo diventa parte dell’opera. Attraverso questo rovesciamento iconico l’opera si appropria e lo rende indispensabile ma, cosi facendo, lo priva della distanza necessaria ed oggettiva per poter esprimere il proprio giudizio.

La mostra include un intervento dell’artista tedesco Olaf Nicolai, sviluppato appositamente per questa occasione. Realizzato come un’insegna al neon che riproduce una frase di Duchamp presente in una lettera scoperta di recente, anch’essa presente in mostra. La frase ribadisce l’idea centrale dell’esposizione, utilizzando le parole stesse dell’artista e permettendo di meglio comprendere la trappola che egli ha teso al suo stesso pubblico.