Le parole di Dante: Ulisse, un Dante capovolto privo della Grazia divina

Tra tutti i personaggi che popolano la Divina Commedia, pochi hanno esercitato un fascino pari a quello di Ulisse, protagonista del XXVI canto dell’Inferno. La sua figura è diventata uno dei simboli più potenti della letteratura universale: l’eroe che non si accontenta di ciò che conosce, che sfida i limiti imposti agli uomini e che…

Le parole di Dante Ulisse Dante capovolto privo grazia divina

Tra tutti i personaggi che popolano la Divina Commedia, pochi hanno esercitato un fascino pari a quello di Ulisse, protagonista del XXVI canto dell’Inferno. La sua figura è diventata uno dei simboli più potenti della letteratura universale: l’eroe che non si accontenta di ciò che conosce, che sfida i limiti imposti agli uomini e che sacrifica ogni affetto terreno pur di inseguire la sete di sapere. Eppure, proprio questa tensione verso la conoscenza, che potrebbe apparire come la più alta manifestazione della dignità umana, diventa in Dante la causa della sua rovina.

Ulisse: un Dante allo specchio

L’Ulisse dantesco non coincide né con quello di Omero né con quello di Virgilio. È una creazione originale del poeta, una figura nuova che nasce dall’incontro tra il mito classico, la riflessione filosofica medievale e l’esperienza personale di Dante. La sua vicenda occupa soltanto poche decine di versi, ma racchiude alcuni dei temi fondamentali dell’intera Commedia: il desiderio di conoscere, il rapporto tra ragione e fede, il limite imposto alla natura umana e il rischio della superbia intellettuale.

Il canto si apre con un tono completamente diverso da quello che aveva caratterizzato la bolgia precedente, quella dei ladri. Prima ancora di introdurre il nuovo scenario infernale, Dante interrompe il racconto con una dolorosa invettiva contro Firenze, la città amata e insieme causa di tante sofferenze. Il poeta manifesta apertamente il proprio dolore e il proprio sdegno per il degrado morale della sua patria, lasciando emergere una partecipazione emotiva particolarmente intensa. Questa atmosfera raccolta e malinconica prepara il lettore a uno degli incontri più solenni dell’intero poema.

Ancora più significativa è la riflessione che Dante inserisce prima di descrivere la bolgia dei consiglieri fraudolenti:

«Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio…»

Il poeta confessa che il ricordo di ciò che vide continua ancora a procurargli dolore e aggiunge di dover frenare il proprio ingegno affinché non proceda senza essere guidato dalla virtù. Questa dichiarazione, unica nel suo genere nell’Inferno, costituisce una chiave interpretativa dell’intero episodio. Dante lascia intendere che la vicenda di Ulisse lo riguarda personalmente, perché tocca un problema che egli stesso ha vissuto: il rapporto tra l’intelligenza umana e i suoi limiti.

La nuova bolgia appare come un’immensa distesa di piccole fiamme che si muovono nel buio. Per descriverle Dante ricorre a una delle sue più celebri similitudini: come un contadino osserva al tramonto le lucciole disseminate nella valle, così egli vede brillare nell’oscurità innumerevoli fiammelle. Ognuna racchiude un’anima dannata, invisibile agli occhi del pellegrino.

Il contrappasso è particolarmente eloquente. I consiglieri fraudolenti hanno fatto cattivo uso della propria intelligenza, trasformando il dono dell’ingegno in strumento di inganno. Ora sono avvolti per sempre da una fiamma che rappresenta proprio quell’intelligenza utilizzata in modo perverso. Tuttavia questa pena, pur essendo dolorosa, possiede una straordinaria nobiltà simbolica. Le fiammelle non evocano brutalità o degrado, ma una sorta di austera dignità che rende l’atmosfera della bolgia silenziosa, quasi sacrale.

Fra tutte le fiamme, una attira immediatamente l’attenzione di Dante perché si divide in due punte. Virgilio spiega che al suo interno si trovano insieme Ulisse e Diomede, uniti anche nella pena perché insieme condivisero alcune delle più celebri imprese fraudolente della guerra di Troia, come il furto del Palladio e l’inganno del cavallo di legno.

Ma Dante non è interessato a quelle vicende già note. Ciò che lo affascina è un’altra storia, sconosciuta a tutti, che riguarda la fine dell’eroe greco. La curiosità del poeta è così intensa da indurlo a pregare Virgilio con insistenza affinché gli venga concessa la possibilità di ascoltare quel racconto. È evidente che Ulisse rappresenta per lui qualcosa di molto più importante di un semplice personaggio mitologico.

Senza l’aiuto di Dio si è destinati al naufragio

La novità più sorprendente consiste proprio nel fatto che Dante inventa completamente l’ultimo viaggio dell’eroe. Nessuna fonte antica raccontava che Ulisse fosse morto tentando di superare le Colonne d’Ercole. Dopo avere lasciato l’isola di Circe, egli decide di riprendere il mare con pochi compagni fedeli, spinto da un desiderio irrefrenabile di conoscere ciò che si trova oltre i confini del mondo allora abitato.

Le Colonne d’Ercole rappresentavano, nella geografia antica, il limite estremo imposto agli uomini. Oltre quello stretto cominciava il mare sconosciuto. Superare quel confine significava violare un divieto che la tradizione attribuiva direttamente alla volontà divina.

È in questo contesto che Ulisse pronuncia il celebre discorso destinato a diventare uno dei passi più famosi della letteratura mondiale:

«Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza.»

In questi versi è racchiusa tutta la grandezza del personaggio. Ulisse ricorda ai compagni la dignità dell’essere umano, creato non per vivere come gli animali, ma per ricercare la virtù e la conoscenza. È difficile immaginare un elogio più alto dell’intelligenza umana.

Non sorprende che proprio questi versi abbiano suscitato, fin dai primi commentatori, interpretazioni profondamente diverse. Da una parte vi sono coloro che vedono in Ulisse il simbolo positivo dell’instancabile ricerca della verità. Dall’altra, chi considera il suo viaggio l’esempio di una colpa di superbia, di un’intelligenza che pretende di raggiungere da sola ciò che appartiene soltanto a Dio.

Questa duplice interpretazione nasce dalla straordinaria complessità del personaggio. Dante costruisce infatti un eroe che suscita contemporaneamente ammirazione e inquietudine. Nessuno può rimanere indifferente davanti alla sua passione per il sapere. Eppure quella stessa passione contiene qualcosa di eccessivo.

Ulisse non si limita infatti a coltivare il desiderio della conoscenza. Egli oltrepassa consapevolmente un limite stabilito dalla divinità. Nel suo racconto ricorda esplicitamente di essere giunto allo stretto dove Ercole aveva posto il segno «acciò che l’uom più oltre non si metta». Egli sa di trasgredire quel confine e sceglie ugualmente di farlo.

La sua colpa non consiste quindi nell’amare la conoscenza, bensì nel voler raggiungere con le sole forze dell’intelletto umano una realtà che, nella prospettiva cristiana di Dante, può essere conosciuta soltanto grazie alla grazia divina. È proprio questa la differenza fondamentale tra il sapere legittimo e la superbia intellettuale.

Per comprendere questa scelta poetica occorre ricordare che Dante stesso aveva condiviso, nella sua giovinezza, un entusiasmo straordinario per la filosofia e per la ricerca razionale. L’autore del Convivio parla spesso della conoscenza come del bene più alto dell’uomo. Per questo motivo molti studiosi hanno osservato che nella voce di Ulisse risuona, almeno in parte, la stessa voce di Dante.

Questa identificazione non significa però assoluzione. Al contrario, proprio perché Ulisse rappresenta una tentazione vissuta personalmente dal poeta, egli diventa una figura da oltrepassare. Come altri grandi personaggi dell’Inferno, anche Ulisse rappresenta qualcosa che Dante riconosce come parte della propria esperienza, ma che deve essere superato per poter giungere alla salvezza.

L’ultima parte del racconto assume un tono tragico di straordinaria intensità. Per cinque mesi la nave procede nell’oceano sconosciuto finché appare all’orizzonte una montagna altissima. È la montagna del Purgatorio, destinata a rimanere irraggiungibile per chi tenta di conquistarla esclusivamente con i mezzi della ragione naturale.

Improvvisamente si scatena un turbine che travolge l’imbarcazione. La nave gira tre volte su se stessa, poi s’inabissa.

L’ultimo verso è di una semplicità sconvolgente:

«infin che ‘l mar fu sovra noi richiuso.»

Non vi è alcun commento morale, nessuna spiegazione, nessuna invettiva. È il mare stesso che chiude definitivamente la vicenda, quasi cancellandone ogni traccia.

Questo silenzio rende il finale ancora più potente. Il lettore è lasciato solo davanti alla grandezza e alla sconfitta dell’eroe.

Un elemento particolarmente originale dell’episodio è il modo in cui Ulisse parla. Diversamente da Francesca, Farinata, Brunetto o Ugolino, egli non dialoga realmente con Dante. Non riflette sulla propria condizione infernale, non commenta la propria pena, non manifesta alcuna consapevolezza del proprio stato presente. Racconta semplicemente il proprio ultimo viaggio, come se tutto il resto non esistesse.

È quasi una voce che proviene da un’altra dimensione, isolata nel tempo e nello spazio. La fiamma che lo avvolge sembra custodire esclusivamente quella memoria, trasformando il suo discorso in un grande monologo tragico.

Questa scelta narrativa distingue profondamente Ulisse da tutti gli altri protagonisti dell’Inferno. Egli non è soltanto un dannato: è soprattutto il protagonista di un mito che continua a vivere nella sua narrazione.

La sua vicenda acquista inoltre un significato ancora più profondo se viene confrontata con l’intera struttura della Commedia. Anche Dante compie un viaggio verso l’infinito. Anche lui desidera conoscere ciò che supera l’esperienza umana. Ma i due percorsi sono radicalmente diversi.

Ulisse si affida esclusivamente ai propri remi, simbolo delle forze della ragione umana. Dante, invece, accetta di lasciarsi guidare prima da Virgilio, poi da Beatrice e infine da san Bernardo. L’eroe greco vuole conquistare da solo ciò che cerca; il pellegrino cristiano riconosce invece il bisogno dell’aiuto divino.

In questo consiste la differenza decisiva tra i due viaggi. L’uno termina nel naufragio, l’altro nella visione di Dio.

Non è casuale che il motivo della navigazione ritorni anche all’inizio del Paradiso, quando Dante paragona la propria poesia a una nave che affronta un mare mai percorso prima. La metafora richiama volutamente il viaggio di Ulisse, ma ne rovescia completamente l’esito. Là dove la nave dell’eroe greco affonda, quella del poeta può avanzare sicura perché sostenuta dalla grazia.

La grandezza del personaggio di Ulisse nasce proprio da questa tensione irrisolta. Egli non è un semplice peccatore, né un eroe completamente innocente. È il simbolo della più alta aspirazione dell’intelligenza umana quando essa dimentica il proprio limite. Dante ne ammira il coraggio, la nobiltà d’animo e l’amore per il sapere, ma al tempo stesso mostra come tali qualità possano trasformarsi in rovina quando non sono accompagnati dalla Grazia Divina.

Per questo il XXVI canto dell’Inferno continua ancora oggi a parlare ai lettori con straordinaria forza. In Ulisse si riflette una domanda che attraversa ogni epoca: fino a dove può spingersi la ricerca della conoscenza? Esiste un limite che l’uomo deve riconoscere oppure ogni confine è destinato a essere superato? Dante non risponde con una condanna della ragione. Al contrario, ne celebra la grandezza. Ma ricorda che la vera sapienza nasce quando l’intelligenza riconosce che il desiderio infinito di verità può trovare il suo compimento soltanto aprendosi a ciò che la trascende.

Così Ulisse rimane una delle figure più alte e drammatiche della letteratura mondiale: un uomo che ha avuto il coraggio di sfidare l’ignoto, ma che proprio nel momento della sua più audace impresa ha scoperto che non tutto può essere conquistato con le sole forze dell’ingegno umano.