Le parole di Dante: “immillare” significato del verbo coniato dall’Alighieri

Tra le numerosissime parole create o rinnovate da Dante Alighieri, immillare occupa un posto particolare. È uno di quei verbi che mostrano in maniera esemplare la straordinaria inventiva linguistica del poeta fiorentino, capace di forgiare termini nuovi per esprimere concetti che la lingua del suo tempo non riusciva ancora a rendere con sufficiente efficacia. Pur…

Le parole di Dante immillare significato del verbo coniato dall'Alighieri

Tra le numerosissime parole create o rinnovate da Dante Alighieri, immillare occupa un posto particolare. È uno di quei verbi che mostrano in maniera esemplare la straordinaria inventiva linguistica del poeta fiorentino, capace di forgiare termini nuovi per esprimere concetti che la lingua del suo tempo non riusciva ancora a rendere con sufficiente efficacia. Pur essendo oggi una parola rara e prevalentemente letteraria, immillare continua a esercitare un grande fascino perché racchiude in sé l’idea della moltiplicazione senza limiti, dell’infinito che si espande oltre ogni possibilità di conteggio.

Dopo “inleiare” e “Intreare” scopriamo “immillare, verbo coniato da Dante

La forma antica utilizzata da Dante è inmillare, secondo una grafia che riflette la consuetudine medievale di scrivere il prefisso in- davanti a numerose basi lessicali. Successivamente l’evoluzione ortografica italiana ha favorito la grafia immillare, nella quale la consonante m raddoppia per assimilazione fonetica del prefisso davanti a un’altra m. Si tratta dello stesso fenomeno che troviamo in parole come immobile, immenso o immaturo, tutte derivate da un originario prefisso in-.

L’etimologia del verbo è estremamente trasparente. Immillare deriva infatti dal sostantivo mille, preceduto dal prefisso in-, che in questo caso assume valore intensivo e trasformativo. Il significato letterale potrebbe essere reso come “rendere mille”, “trasformare in migliaia”, “moltiplicare oltre misura”. Tuttavia la forza poetica della parola va ben oltre la semplice idea del numero mille. In Dante il verbo assume il senso di una crescita che tende all’infinito, di una moltiplicazione che supera ogni capacità umana di calcolo.

La prima e fondamentale attestazione si trova nel Paradiso, nel canto XXVIII, dove Dante contempla le schiere degli angeli che circondano Dio. Il poeta cerca di descrivere una realtà che sfugge completamente all’esperienza terrena: la moltitudine sterminata degli spiriti celesti. Per esprimere questa immensità numerica ricorre proprio al verbo da lui coniato:

«Eran tante, che 'l numero loro
più che 'l doppiar de li scacchi s'inmilla.»

L’immagine è tra le più suggestive dell’intero poema. Dante richiama la celebre leggenda della scacchiera, secondo la quale l’inventore del gioco avrebbe chiesto come ricompensa un chicco di grano sulla prima casella, due sulla seconda, quattro sulla terza e così via, raddoppiando ogni volta il numero precedente. Il risultato finale è una quantità enorme, praticamente inconcepibile. Eppure, osserva Dante, il numero degli angeli supera perfino quella crescita esponenziale: esso “s’inmilla”, continua cioè a moltiplicarsi in modo indefinito.

Il verbo riesce così a esprimere qualcosa che nessun altro termine avrebbe potuto rendere con la stessa efficacia. Non si tratta semplicemente di aumentare, di crescere o di moltiplicarsi. Immillarsi significa superare ogni misura ordinaria, diventare una moltitudine sterminata, quasi infinita.

Dal punto di vista linguistico, immillare rappresenta uno splendido esempio della capacità dantesca di utilizzare i meccanismi della formazione delle parole. Dante non inventa termini arbitrari: costruisce vocaboli perfettamente coerenti con le regole della lingua. Il procedimento è semplice ma estremamente efficace. A partire da un sostantivo numerale, mille, crea un verbo che trasforma il numero in azione. Il risultato appare immediatamente comprensibile al lettore, pur trattandosi di una parola nuova.

Questo modo di creare parole costituisce una delle caratteristiche fondamentali della lingua della Divina Commedia. Dante sfrutta con straordinaria libertà le potenzialità dell’italiano nascente, dimostrando come una lingua viva possa continuamente arricchirsi attraverso la creatività dei suoi parlanti. Molti dei suoi neologismi sono entrati stabilmente nel lessico italiano; altri, come immillare, sono rimasti confinati soprattutto all’ambito letterario, senza perdere per questo il loro valore espressivo.

Dopo Dante Alighieri

Dopo Dante, infatti, il verbo non scompare. Pur rimanendo raro, viene ripreso da alcuni importanti autori della letteratura italiana. Antonio Rosmini, ad esempio, scrive: «Ordine e armonia che facendo riuscire da più individui un tutto, centuplica, anzi immilla il bene creato.» In questa frase il verbo viene utilizzato in forma transitiva, con il significato di moltiplicare enormemente, quasi oltre ogni possibilità di misurazione.

L’esempio è particolarmente interessante perché mostra la forza semantica della parola. Rosmini scrive prima centuplica, cioè moltiplica per cento, e subito dopo aggiunge immilla, quasi a suggerire un’intensità ancora superiore. Il verbo non indica semplicemente mille volte tanto, ma una crescita che appare praticamente illimitata.

Anche Guido Gozzano utilizza il termine in uno dei suoi versi più celebri:

«Il gran lampadario vetusto che pende a mezzo il salone
e immilla nel quarzo le buone cose di pessimo gusto.»

Qui il significato diventa figurato. Il lampadario riflette gli oggetti nelle sue superfici di quarzo, moltiplicandone le immagini in un gioco di riflessi luminosi. Ancora una volta immillare suggerisce un effetto di moltiplicazione continua e scintillante.

Un altro grande autore che recupera il verbo è Gabriele D’Annunzio, il quale scrive:

«Par che nell’immenso arido viso
della piaggia s’immilli il tuo sorriso.»

Anche in questo caso la parola assume una forte valenza poetica. Il sorriso sembra ripetersi, riflettersi e diffondersi all’infinito nel paesaggio, quasi moltiplicandosi nello spazio.

È significativo osservare come tutti questi autori utilizzino immillare in contesti fortemente evocativi. Nessuno ricorre al verbo per descrivere una semplice operazione matematica. La parola viene scelta ogni volta che si vuole comunicare un’impressione di abbondanza straordinaria, di proliferazione luminosa, di crescita che supera la percezione ordinaria.

Dal punto di vista stilistico, immillare appartiene ancora oggi al registro elevato e letterario. Sarebbe insolito sentirlo in una conversazione quotidiana. Tuttavia proprio questa sua rarità gli conferisce una particolare forza espressiva. Chi lo utilizza richiama inevitabilmente la tradizione della grande poesia italiana e, in primo luogo, la figura di Dante.

È interessante confrontare immillare con altri verbi della stessa famiglia concettuale, come moltiplicare, accrescere, incrementare, proliferare o duplicare. Nessuno di essi possiede però la stessa intensità immaginativa. Mentre questi verbi descrivono un aumento quantitativo, immillare suggerisce immediatamente l’idea di una moltiplicazione vertiginosa, quasi sconfinata. La sua forza deriva proprio dall’immagine simbolica del numero mille, che fin dall’antichità rappresenta una quantità enorme e spesso metaforicamente infinita.

Nel linguaggio figurato contemporaneo il verbo potrebbe essere impiegato in numerosi contesti: una città illuminata nella quale le luci si riflettono sulle vetrate, una moltitudine di stelle nel cielo notturno, il ripetersi di immagini in una sala di specchi, oppure la diffusione di emozioni, ricordi o speranze che sembrano propagarsi senza fine. In tutti questi casi immillare conserva quella dimensione poetica che lo distingue dai comuni verbi quantitativi.

L’esistenza stessa di questa parola dimostra quanto Dante abbia contribuito non solo a fissare la lingua italiana, ma anche ad ampliarne enormemente le possibilità espressive. Il poeta non si limitò a utilizzare il lessico esistente: lo trasformò, lo arricchì e lo rese capace di descrivere realtà nuove, soprattutto quelle spirituali e metafisiche che costituiscono il cuore della Divina Commedia.

Immillare è molto più di un semplice neologismo dantesco. È una parola che traduce in forma verbale l’idea dell’infinita moltiplicazione, della crescita che supera ogni misura e della ricchezza inesauribile della realtà. Dal coro sterminato degli angeli contemplato nel Paradiso ai riflessi luminosi descritti da Gozzano, fino alle immagini poetiche di D’Annunzio e alle riflessioni filosofiche di Rosmini, il verbo ha continuato a vivere nella grande letteratura italiana come simbolo di un’espansione senza confini. Ancora oggi, a distanza di oltre sette secoli, esso testimonia la straordinaria capacità di Dante Alighieri di creare parole destinate a trasformare non soltanto il vocabolario, ma anche il modo stesso di immaginare e rappresentare il mondo.