Le parole di Dante: origine e significato del verbo “putire”

Tra le migliaia di parole che compongono il lessico della Divina Commedia, alcune compaiono una sola volta ma possiedono una straordinaria forza espressiva. È il caso del verbo putire, voce oggi quasi completamente scomparsa dall’italiano comune, ma che nel Medioevo era ben conosciuta e indicava l’atto di emanare un odore nauseabondo, proprio delle sostanze in…

Le parole di Dante origine e significato del verbo putire

Tra le migliaia di parole che compongono il lessico della Divina Commedia, alcune compaiono una sola volta ma possiedono una straordinaria forza espressiva. È il caso del verbo putire, voce oggi quasi completamente scomparsa dall’italiano comune, ma che nel Medioevo era ben conosciuta e indicava l’atto di emanare un odore nauseabondo, proprio delle sostanze in decomposizione. Dante utilizza questo verbo una sola volta, nel sesto canto dell’Inferno, riuscendo tuttavia a trasformarlo in uno degli elementi più efficaci della rappresentazione sensoriale dell’oltretomba.

Il verbo deriva direttamente dal latino putere, “essere marcio, imputridito”, attraverso un adattamento morfologico che lo porta alla coniugazione italiana in -ire. Si tratta quindi di un latinismo, affine etimologicamente a parole come putrido, putrefazione e putrescenza, tutte riconducibili alla stessa radice che richiama il deterioramento della materia e il cattivo odore prodotto dalla corruzione.

Nell’italiano antico putire possedeva principalmente il significato di esalare un odore ripugnante, soprattutto quando riferito ad acqua stagnante, fango, sostanze marce o corpi in decomposizione. Il verbo è documentato già agli inizi del XIII secolo e conobbe una discreta diffusione nella letteratura medievale, sia in senso concreto sia in senso figurato, fino a diventare una delle voci impiegate per tradurre il latino putere, foetor o puter.

L’unica occorrenza nella Commedia di Dante

Il verbo compare nel terzo cerchio dell’Inferno, dove sono puniti i golosi. Dante descrive il paesaggio infernale con pochi versi di impressionante efficacia:

«Grandine grossa, acqua tinta e neve
per l'aere tenebroso si riversa;
pute la terra che questo riceve.»
(Inferno, VI, 10-12)

L’immagine è fortemente materiale. Una pioggia incessante di grandine, acqua sporca e neve cade senza tregua su un terreno fangoso. Quel miscuglio di acqua stagnante, melma e putredine produce un odore insopportabile. La terra pute. Dante non si limita a descrivere ciò che il pellegrino vede. Coinvolge anche l’olfatto. Il lettore non osserva soltanto il paesaggio infernale: quasi ne percepisce il fetore.

È uno dei numerosi esempi della straordinaria capacità dantesca di costruire ambienti tridimensionali, nei quali ogni senso viene continuamente sollecitato.

Il valore realistico della parola

Uno degli aspetti più notevoli di questo verbo è il suo realismo. Molti autori medievali avrebbero semplicemente parlato di cattivo odore. Dante sceglie invece un verbo concreto, immediato, quasi brutale. Putire non indica un generico profumo sgradevole. Esprime il puzzo caratteristico della materia in decomposizione. È il fetore del fango stagnante. Dell’acqua corrotta. Della putrefazione. L’effetto è particolarmente potente perché il poeta non descrive direttamente il cattivo odore. Attribuisce al terreno la capacità stessa di emanarlo. È la terra che pute, trasformandosi quasi in un organismo vivente.

Il paesaggio come immagine morale

Come spesso accade nella Divina Commedia, il paesaggio non costituisce mai un semplice sfondo. Ogni elemento naturale riflette la condizione morale dei dannati. Nel terzo cerchio sono puniti coloro che in vita hanno fatto della gola il centro della propria esistenza. Il loro desiderio smodato di piaceri materiali viene ora rovesciato nel suo contrario. Non esistono più banchetti. Non esistono più profumi invitanti. Non esistono più vini pregiati.

Esiste soltanto un pantano gelido e maleodorante.

La materia che un tempo procurava piacere si è trasformata in putredine.

Il verbo putire diventa così il simbolo della degradazione prodotta dal peccato.

L’interpretazione dei commentatori medievali

I primi commentatori della Divina Commedia colsero immediatamente la ricchezza simbolica del verbo.

Benvenuto da Imola, uno dei più importanti esegeti danteschi del Trecento, osserva che, così come la terra emana cattivo odore a causa della pioggia stagnante, allo stesso modo il corpo del goloso diventa esso stesso maleodorante per effetto del vizio.

La corruzione fisica riflette quella morale.

Altri commentatori sviluppano ulteriormente questa interpretazione.

Il cosiddetto Falso Boccaccio vede nella terra che pute il risultato delle passioni disordinate generate dalla vita dissoluta.

Secondo questa lettura, il fango infernale rappresenta le conseguenze interiori della gola.

Le passioni incontrollate consumano lentamente l’uomo fino a trasformarlo spiritualmente in qualcosa di corrotto.

Il cattivo odore diventa allora il segno esteriore di una decomposizione morale già avvenuta.

Il rapporto con la tradizione latina

Il verbo putire conserva quasi integralmente il significato del latino putere. Nella letteratura classica esso indicava soprattutto l’odore emanato da sostanze marce, acque stagnanti o corpi in decomposizione. Anche gli autori medievali continuano a utilizzare questa parola con riferimento alle paludi. Non è casuale che gli stessi commentatori danteschi ricorrano nuovamente al verbo per spiegare il fetore della palude Stigia. L’acqua ferma, privata del movimento, si corrompe. Corrotta, pute.

Il collegamento tra immobilità e putrefazione assume anche un evidente valore simbolico. Ciò che non si rinnova, che rimane fermo nel peccato, inevitabilmente si corrompe.

Il valore simbolico dell’odore

Tra tutti i sensi, l’olfatto occupa nella Divina Commedia una posizione particolare. I profumi appartengono spesso al Paradiso. I cattivi odori dominano invece l’Inferno. Il fetore diventa una manifestazione sensibile del peccato. Non si tratta soltanto di una scelta realistica. Nella cultura medievale il cattivo odore era frequentemente associato alla corruzione morale. Il peccato produceva una sorta di contaminazione spirituale che poteva essere rappresentata attraverso immagini olfattive. Dante sfrutta pienamente questa tradizione. Il verbo putire comunica simultaneamente una sensazione fisica e un giudizio etico

La concretezza della lingua dantesca

Uno degli aspetti più affascinanti della lingua di Dante consiste nella continua alternanza tra termini elevatissimi e parole appartenenti alla quotidianità. Accanto ai grandi concetti filosofici compaiono vocaboli concreti, talvolta persino popolari. Putire appartiene proprio a questa seconda categoria. È una parola che il lettore medievale riconosceva immediatamente. Il suo significato non richiedeva spiegazioni. La forza della scena nasce proprio da questa immediatezza lessicale. Il verbo più semplice diventa anche quello più efficace.

Nell’italiano moderno putire è praticamente uscito dall’uso. Sono sopravvissuti invece il sostantivo puzzo, il verbo puzzare, l’aggettivo putrido e il sostantivo putrefazione. In alcuni dialetti dell’Italia meridionale, tuttavia, continuano a esistere forme direttamente derivate dal latino putere, a testimonianza della lunga vitalità di questa radice linguistica. La scelta dantesca permette quindi anche di osservare l’evoluzione storica della lingua italiana. Molte parole che oggi sembrano insolite erano perfettamente normali nel lessico medievale.

Il fatto che Dante utilizzi putire una sola volta nella Divina Commedia rende questa occorrenza ancora più significativa. Il poeta sceglie con estrema attenzione ogni parola e, quando ricorre a un vocabolo raro, lo fa perché nessun altro sarebbe capace di produrre lo stesso effetto espressivo. In «pute la terra che questo riceve» il verbo non descrive soltanto un fenomeno fisico, ma trasforma il paesaggio infernale in un’immagine vivente della degradazione provocata dal peccato. Il lettore percepisce quasi materialmente il fango, l’umidità e il fetore che avvolgono i golosi, comprendendo che nell’Inferno ogni elemento della natura partecipa alla pena dei dannati.

Questa è una delle caratteristiche più straordinarie della poesia di Dante: la capacità di fondere il dato concreto e il significato simbolico in un’unica immagine di eccezionale intensità. Un semplice verbo come putire, oggi quasi dimenticato, diventa così il centro di una rappresentazione nella quale la materia e la morale coincidono perfettamente. Attraverso il fetore della terra corrotta, Dante non descrive soltanto un luogo dell’oltretomba, ma rende percepibile la corruzione stessa del vizio, dimostrando ancora una volta come nella Divina Commedia ogni parola, anche la più rara, contribuisca alla costruzione di un universo poetico di straordinaria potenza espressiva.