Le parole di Dante: analizziamo l’ormai raro verbo “promere”

La Divina Commedia è un inesauribile scrigno linguistico, capace di conservare parole e forme espressive che, pur essendo oggi scomparse dall’italiano comune, continuano a esercitare un grande fascino per studiosi, appassionati e lettori. Tra questi vocaboli vi è il verbo promere, utilizzato da Dante Alighieri nel Paradiso con un significato tanto preciso quanto suggestivo: rendere manifesto, portare alla…

Le parole di Dante analizziamo l'ormai raro verbo promere

La Divina Commedia è un inesauribile scrigno linguistico, capace di conservare parole e forme espressive che, pur essendo oggi scomparse dall’italiano comune, continuano a esercitare un grande fascino per studiosi, appassionati e lettori. Tra questi vocaboli vi è il verbo promere, utilizzato da Dante Alighieri nel Paradiso con un significato tanto preciso quanto suggestivo: rendere manifesto, portare alla luce, svelare ciò che è nascosto. È una parola che racchiude un’intera concezione della conoscenza, secondo la quale la verità esiste già, ma ha bisogno di essere rivelata perché l’intelligenza umana possa comprenderla.

Il verbo compare nel canto XX del Paradiso, all’interno della celebre trattazione dedicata alla giustizia divina. Dante scrive:

«Fai come quei che la cosa per nome
apprende ben, ma la sua quiditate
veder non può se altri non la prome.»
(Paradiso, XX, 93-95)

In questi versi il poeta affronta uno dei grandi temi della filosofia medievale: la differenza tra conoscere il nome di una cosa e comprenderne realmente l’essenza. È possibile sapere come qualcosa si chiama, senza però coglierne la natura più profonda. Per arrivare a questa comprensione è necessario che qualcuno la “proma”, cioè la renda evidente, la manifesti, la faccia emergere alla luce della conoscenza.

L’origine latina del verbo

Il verbo promere deriva direttamente dal latino promĕre, composto dalla particella pro-, che significa “fuori”, “innanzi”, e dal verbo emere, che in latino antico significava anche “prendere”, “trarre fuori”, oltre al più noto significato di “comprare”, sviluppatosi successivamente.

Nel latino classico promere indicava numerose azioni accomunate dall’idea del tirare fuori qualcosa da un luogo nascosto. Si poteva “promere” una spada dal fodero, un documento da un archivio, un oggetto da uno scrigno oppure, in senso figurato, una parola, un pensiero o una verità. Il significato fondamentale era dunque quello di estrarre, portare fuori, rendere disponibile ciò che prima rimaneva nascosto. Dante riprende questo verbo latino attribuendogli una forte valenza filosofica e spirituale.

Il significato nel Paradiso

Nel passo del Paradiso il termine assume un valore altamente speculativo. Dante distingue due livelli della conoscenza. Il primo consiste nel conoscere semplicemente il nome di una realtà. Il secondo consiste invece nel comprenderne la quiddità.

La parola quiditate, anch’essa di origine filosofica, deriva dal latino quidditas, cioè “che cos’è una cosa”, la sua essenza più autentica. Sapere il nome non basta. Occorre comprenderne la natura. Ma questa comprensione non nasce spontaneamente. È necessario che qualcuno la proma, cioè la renda manifesta. In altre parole, la verità deve essere rivelata. L’immagine è estremamente efficace.

La conoscenza viene rappresentata come qualcosa che già esiste, ma rimane nascosta finché qualcuno non la porta alla luce.

Un verbo della rivelazione

Tra i numerosi verbi presenti nella Divina Commedia, promere appartiene alla categoria di quelli che descrivono il rapporto tra l’uomo e la verità.

Non significa semplicemente “spiegare”.

Non equivale nemmeno a “dire”.

Indica un’azione più profonda.

Chi “prome” non inventa la verità.

La scopre.

La estrae.

La rende visibile.

Questa concezione riflette perfettamente la filosofia medievale, fortemente influenzata da Aristotele e da san Tommaso d’Aquino.

Per Dante la verità esiste indipendentemente dall’uomo.

Il compito dell’intelligenza consiste nel riconoscerla.

Talvolta però è necessario l’intervento di una guida.

Nella Commedia questa funzione è svolta dapprima da Virgilio e poi da Beatrice.

Entrambi, in modi diversi, “promono” la verità davanti agli occhi del pellegrino.

Il sapere come luce

Il verbo promere si collega a una delle metafore più frequenti nella cultura medievale: quella della luce.

Conoscere significa illuminare.

Ignorare significa rimanere nelle tenebre.

Quando Dante usa “promere”, immagina quasi un oggetto custodito nell’oscurità che viene estratto e mostrato alla luce.

La conoscenza è dunque un processo di progressiva rivelazione.

Questo simbolismo attraversa tutta la Divina Commedia.

L’Inferno è il regno dell’oscurità morale.

Il Purgatorio è il luogo dell’alba spirituale.

Il Paradiso è la dimensione della luce assoluta.

In questo percorso il verbo “promere” diventa quasi una piccola sintesi dell’intero viaggio dantesco: portare progressivamente alla luce ciò che inizialmente era nascosto.

Una parola oggi scomparsa

Nell’italiano contemporaneo il verbo promere è praticamente scomparso.

Al suo posto utilizziamo verbi come:

  • manifestare;
  • rivelare;
  • mostrare;
  • spiegare;
  • chiarire;
  • svelare;
  • portare alla luce;
  • rendere evidente.

Ognuno di questi, però, coglie soltanto una parte del significato originario.

“Promere” possiede infatti una sfumatura particolare.

Non implica soltanto l’atto del mostrare.

Conserva sempre l’idea del trarre fuori da qualcosa che già esiste ma rimane nascosto.

È proprio questa immagine a renderlo così espressivo.

Dante e il recupero del latino

L’impiego di promere testimonia ancora una volta il rapporto privilegiato che Dante mantiene con la lingua latina.

Il poeta non si limita a tradurre vocaboli classici.

Li adatta al volgare, creando un lessico capace di esprimere concetti filosofici estremamente raffinati.

Molti termini della Commedia derivano direttamente dal latino:

  • inleiare;
  • trasumanare;
  • appulcrare;
  • accismare;
  • latebra;
  • coto;
  • greppo;
  • promere.

Alcuni sono veri neologismi.

Altri sono antichi latinismi riportati in vita.

In ogni caso contribuiscono ad ampliare enormemente le possibilità espressive della lingua italiana nascente.

La conoscenza oltre le parole

Il passo nel quale compare “promere” affronta anche un problema ancora oggi molto attuale. Possiamo conoscere davvero qualcosa limitandoci al suo nome? La risposta di Dante è negativa. Sapere come una cosa si chiama non equivale a comprenderla. È una distinzione che rimane valida in ogni campo del sapere.

Si possono memorizzare definizioni, formule, date storiche o termini tecnici senza averne realmente compreso il significato. La vera conoscenza nasce quando qualcuno riesce a “promere” l’essenza delle cose, rendendola evidente alla nostra intelligenza. È una concezione che riguarda non soltanto la filosofia, ma anche la didattica.

Un buon insegnante non trasmette semplicemente informazioni. Aiuta gli studenti a vedere ciò che inizialmente rimane nascosto. In un certo senso continua a svolgere la funzione espressa dal verbo dantesco.

Esiste anche una lettura più ampia. “Promere” può essere interpretato come il verbo della ricerca intellettuale. Ogni scoperta scientifica consiste nel rendere manifesto qualcosa che prima non era evidente. Ogni opera d’arte porta alla luce aspetti nascosti dell’esperienza umana. Ogni riflessione filosofica cerca di estrarre una verità dalla complessità del reale. Il verbo dantesco possiede quindi un significato universale. Descrive uno dei movimenti fondamentali dell’intelligenza umana: il passaggio dall’oscurità alla comprensione.

Un’eredità ancora viva

Pur essendo uscito dall’uso comune, promere continua a vivere nella letteratura e negli studi danteschi come testimonianza della straordinaria ricchezza del lessico medievale. Ogni volta che leggiamo questo verbo siamo invitati a riflettere sul valore della conoscenza autentica. Non basta conoscere superficialmente le cose. Occorre penetrarne l’essenza. È un invito che conserva tutta la sua attualità anche nel mondo contemporaneo, dominato dalla rapidità delle informazioni e dalla superficialità delle comunicazioni.

Il verbo promere, utilizzato da Dante nel Paradiso, rappresenta uno degli esempi più raffinati della capacità del poeta di trasformare un antico latinismo in uno strumento di grande forza filosofica. Significa rendere manifesto, portare alla luce, svelare ciò che è nascosto, ma dietro questa semplice definizione si cela un’intera concezione della conoscenza. Per Dante la verità non viene inventata dall’uomo: essa esiste già e attende soltanto di essere scoperta, mostrata e compresa. Nel celebre passo del Paradiso il verbo indica proprio questa rivelazione dell’essenza delle cose, distinguendo il semplice conoscere un nome dal comprendere la realtà più profonda che quel nome racchiude.

Sebbene oggi la parola sia scomparsa dall’italiano corrente, il suo significato continua a parlarci con sorprendente modernità, ricordandoci che la vera conoscenza richiede sempre qualcuno o qualcosa che sappia “promere” la verità, rendendola finalmente visibile agli occhi della mente. In questa prospettiva, il piccolo verbo dantesco diventa il simbolo stesso del sapere: un continuo portare alla luce ciò che era nascosto, affinché il pensiero possa avvicinarsi, passo dopo passo, alla comprensione autentica del mondo e di sé stesso.