Tra le molte parole che rendono la Divina Commedia un inesauribile laboratorio linguistico, ve ne sono alcune che colpiscono per la loro rarità e per la loro capacità di condensare in poche sillabe un significato ricco e sfumato. Una di queste è appulcrare, verbo utilizzato da Dante Alighieri nel settimo canto dell’Inferno e oggi del tutto scomparso dall’uso comune. Si tratta di un termine che significa «abbellire», «ornare», «aggiungere qualcosa per rendere più bello o più elegante un discorso».
«Mal dare e mal tener lo mondo pulcro
ha tolto loro, e posti a questa zuffa:
qual ella sia, parole non ci appulcro.»
(Inferno, VII, 58-60)
Dante si trova nel quarto cerchio dell’Inferno, dove sono puniti gli avari e i prodighi. Le anime si affrontano eternamente spingendo enormi pesi e insultandosi reciprocamente. Dopo aver descritto la loro condizione, il poeta conclude affermando che non intende “appulcrare” il proprio racconto con ulteriori parole. In altre parole, non ritiene necessario abbellire o arricchire la descrizione con dettagli superflui.
Questa scelta lessicale è particolarmente significativa perché consente di riflettere non soltanto sul significato del verbo, ma anche sulla concezione dantesca della scrittura e del linguaggio.
L’origine della parola e il suo apparire nella Commedia di Dante
Il verbo appulcrare deriva dall’aggettivo latino pulcher, che significa «bello», «elegante», «armonioso». Dallo stesso termine provengono parole dotte come pulcritudine, che indica la bellezza, soprattutto quella ideale o estetica.
Nel verbo dantesco troviamo il prefisso ad- (divenuto ap- per assimilazione fonetica) unito alla radice collegata a pulcher. Il significato originario è dunque quello di «rendere bello», «ornare», «abbellire».
Si tratta di una formazione rara, che non ebbe particolare fortuna nella lingua italiana successiva. Proprio per questo motivo la sua presenza nella Commedia attira l’attenzione degli studiosi e dei lettori.
Come accade spesso nel lessico dantesco, il poeta recupera materiali provenienti dal latino e li trasforma in strumenti espressivi nuovi, adattandoli alle esigenze della lingua volgare.
Il valore di appulcrare va oltre il semplice significato di «abbellire». Nel contesto del canto infernale il verbo assume una sfumatura stilistica molto precisa.
Dante sta dicendo che non vuole dilungarsi inutilmente. Non vuole impreziosire il racconto con parole ricercate o con descrizioni ornamentali. La realtà che ha davanti è già sufficientemente eloquente nella sua drammaticità.
L’espressione «parole non ci appulcro» equivale dunque a dire:
non aggiungo dettagli inutili;
non cerco effetti retorici superflui;
non abbellisco ciò che deve essere raccontato con semplicità.
È un atteggiamento che rivela una notevole consapevolezza artistica. Dante sa che la bellezza di un testo non dipende soltanto dalla ricchezza delle parole, ma anche dalla capacità di scegliere quando fermarsi.
In questo senso, appulcrare diventa una parola che parla della scrittura stessa.
Bellezza e verità nella poetica dantesca
Il verbo permette anche di riflettere sul rapporto tra bellezza e verità nella Divina Commedia.
Dante è certamente uno dei più grandi artisti della parola di tutta la letteratura occidentale. Eppure, in molti passaggi dell’opera, egli mostra diffidenza verso l’ornamento fine a se stesso. La poesia deve essere bella, ma la sua bellezza non può diventare artificio vuoto.
Quando il poeta afferma di non voler “appulcrare” ulteriormente il racconto, sembra suggerire che esistono situazioni nelle quali l’eccesso di ornamento rischia di allontanare dalla verità.
La condizione degli avari e dei prodighi è già di per sé significativa e terribile. Non ha bisogno di essere impreziosita da ulteriori parole. Si tratta di una lezione che conserva ancora oggi una sorprendente attualità.
Il fascino delle parole scomparse
Uno degli aspetti più interessanti di appulcrare è il fatto che si tratti di una parola praticamente estinta.
Molti termini utilizzati da Dante sono entrati stabilmente nel patrimonio dell’italiano. Altri, invece, sono rimasti legati alla loro epoca o all’opera che li ha resi celebri. Appulcrare appartiene a questa seconda categoria.
La sua rarità contribuisce però al suo fascino. Leggere parole come questa significa entrare in contatto con una fase della lingua italiana in cui il lessico era ancora in piena evoluzione e gli scrittori sperimentavano continuamente nuove possibilità espressive.
Dante, in particolare, possedeva una straordinaria libertà creativa. Non esitava a recuperare vocaboli antichi, a costruire neologismi o a modificare parole esistenti per adattarle alle proprie esigenze poetiche. Il risultato è una lingua sorprendentemente ricca e dinamica.
Il tema dell’ornamento nella tradizione letteraria
Il significato di appulcrare richiama un tema centrale nella storia della letteratura: il rapporto tra sostanza e ornamento. Fin dall’antichità gli scrittori si sono interrogati sul ruolo delle figure retoriche e degli abbellimenti stilistici.
Da un lato vi era chi sosteneva l’importanza dell’eleganza formale e della ricchezza espressiva. Dall’altro, molti autori ritenevano che l’eccesso di ornamento potesse compromettere la chiarezza del messaggio. La riflessione di Dante si colloca all’interno di questo dibattito. Il poeta non rifiuta la bellezza del linguaggio, ma mostra di saperne controllare l’uso. L’arte autentica non consiste nell’aggiungere continuamente decorazioni, bensì nel trovare l’equilibrio tra forma e contenuto.
Una lezione ancora attuale
Anche nella comunicazione contemporanea il verbo appulcrare potrebbe insegnarci qualcosa.
Viviamo in un’epoca in cui parole, immagini e informazioni si moltiplicano continuamente. Spesso si tende a rendere ogni discorso più spettacolare, più appariscente, più elaborato.
La lezione implicita nel verso dantesco va in una direzione diversa.
Non sempre è necessario aggiungere qualcosa. Talvolta la forza di un messaggio risiede proprio nella sua essenzialità.
Saper rinunciare all’ornamento superfluo può essere una forma di eleganza non meno importante dell’ornamento stesso.
La parola appulcrare, utilizzata da Dante nel settimo canto dell’Inferno, significa «abbellire», «ornare», «rendere più elegante mediante l’aggiunta di parole o dettagli». Derivata dal latino pulcher, essa rappresenta uno dei tanti esempi della straordinaria ricchezza linguistica della Divina Commedia.
Ma il suo interesse non è soltanto lessicale. Attraverso questo raro verbo, Dante riflette sul valore della scrittura, sul rapporto tra bellezza e verità e sulla necessità di usare il linguaggio con misura. Quando afferma «parole non ci appulcro», il poeta non sta semplicemente rinunciando a qualche dettaglio descrittivo: sta dichiarando una precisa idea di arte, fondata sull’equilibrio tra espressione e significato.
A distanza di oltre sette secoli, questa piccola parola dimenticata continua a ricordarci che la vera eleganza non consiste nell’aggiungere sempre qualcosa, ma nel sapere quando è il momento di fermarsi.
