La lingua della Divina Commedia è un immenso patrimonio lessicale che continua ancora oggi a suscitare interesse e curiosità. Dante Alighieri non soltanto raccolse parole provenienti dalla tradizione letteraria e dalla lingua parlata del suo tempo, ma ne valorizzò molte che oggi appaiono rare, arcaiche o addirittura scomparse dall’uso comune. Tra queste vi è il verbo accismare, utilizzato nel ventottesimo canto dell’Inferno in un contesto particolarmente drammatico e significativo.
«Un diavolo è qua dietro che n'accisma
sì crudelmente, al taglio de la spada
rimettendo ciascun di questa risma…»
(Inferno, XXVIII, vv. 37-39)
Dante e la nona bolgia
Per comprendere il valore di questa parola è necessario analizzarne il significato, la storia e soprattutto il modo in cui Dante la utilizza all’interno della sua opera.
Secondo la tradizione linguistica, accismare significa anzitutto ornare con cura, abbellire, acconciare. Si tratta di un verbo che appartiene alla stessa area semantica di parole come agghindare, adornare o conciare. In origine indicava dunque l’azione di sistemare qualcosa con attenzione, rendendola più gradevole o elegante.
Ci troviamo nella nona bolgia dell’ottavo cerchio, dove sono puniti i seminatori di discordia. Questi dannati hanno provocato divisioni tra popoli, famiglie, comunità religiose o gruppi politici. La loro pena consiste nell’essere continuamente mutilati da un demonio armato di spada. Le ferite sono terribili: corpi squarciati, arti amputati, viscere esposte. Ma ogni volta che i dannati completano il giro della bolgia, le ferite si richiudono soltanto per essere nuovamente inferte.
È in questo scenario di violenza incessante che uno dei dannati pronuncia la frase contenente il verbo accismare. Egli spiega a Dante che un diavolo li «accisma» crudelmente, cioè li riduce in uno stato orribile mediante i colpi della sua spada.
La forza espressiva del termine nasce proprio dal contrasto tra il significato originario e il contesto infernale in cui viene inserito. Una parola che normalmente potrebbe indicare l’atto di adornare o sistemare viene utilizzata ironicamente per descrivere un’azione di devastazione fisica.
Questo procedimento è tipico dell’arte dantesca. Dante ama sfruttare le ambiguità linguistiche, i doppi significati e i contrasti semantici per aumentare l’efficacia delle proprie immagini. Nel caso di accismare, il risultato è particolarmente potente: il demonio sembra quasi un macabro artigiano che «acconcia» i dannati, ma invece di renderli più belli li riduce in condizioni spaventose.
L’ironia è amara e tragica. La parola conserva un’eco del suo significato positivo, ma questa eco viene completamente rovesciata dal contesto. È un esempio perfetto di come Dante riesca a trasformare una semplice scelta lessicale in uno strumento di grande intensità poetica.
Un po’ di etimologia
Dal punto di vista etimologico, il verbo presenta una storia complessa. Gli studiosi ritengono che possa derivare da antiche forme romanze legate all’idea di preparare, sistemare o mettere in ordine. Nel corso dei secoli la parola ha assunto sfumature diverse, oscillando tra il significato positivo di «adornare» e quello negativo di «ridurre male».
Questa evoluzione non è insolita nella storia delle lingue. Molti termini cambiano significato nel tempo, talvolta passando da un valore favorevole a uno sfavorevole o viceversa. Nel caso di accismare, la possibilità di assumere un significato ironico era già presente nella lingua medievale e Dante ne sfrutta magistralmente le potenzialità.
È interessante osservare che il poeta non sceglie un verbo più diretto come ferire, squarciare o mutilare. Questi termini avrebbero certamente descritto l’azione del demonio in modo chiaro, ma non avrebbero prodotto lo stesso effetto stilistico. Accismare introduce infatti una sfumatura ulteriore, una sorta di sarcasmo tragico che rende la scena ancora più memorabile.
La parola testimonia inoltre la straordinaria ricchezza del lessico dantesco. La Divina Commedia contiene migliaia di vocaboli appartenenti a registri molto diversi: termini elevati, tecnicismi, parole popolari, neologismi e regionalismi convivono armoniosamente all’interno dell’opera.
Dante dimostra una conoscenza profonda delle possibilità espressive della lingua. Per lui ogni parola possiede una forza specifica e insostituibile. Non esistono termini scelti casualmente: ogni vocabolo contribuisce alla costruzione del significato e dell’atmosfera.
Il caso di accismare è particolarmente significativo perché mostra come il poeta sappia valorizzare anche parole rare o poco comuni. Grazie alla Commedia, molti vocaboli medievali sono giunti fino a noi, conservando almeno una traccia della loro esistenza nella memoria culturale italiana.
Oggi accismare è sostanzialmente uscito dall’uso corrente. È difficile incontrarlo nella lingua parlata o nella scrittura quotidiana. Sopravvive soprattutto negli studi linguistici, nei dizionari storici e naturalmente nelle letture dantesche.
Tuttavia il suo interesse non è soltanto filologico. Analizzare una parola come questa significa entrare nel laboratorio linguistico di Dante e comprendere meglio il modo in cui la letteratura costruisce il significato attraverso le sfumature lessicali.
La vicenda di accismare ci ricorda inoltre che molte parole possiedono una storia lunga e complessa. Dietro un semplice vocabolo possono nascondersi secoli di trasformazioni linguistiche, cambiamenti culturali e usi letterari.
La lingua italiana contemporanea è il risultato di questa lunga stratificazione. Anche termini ormai desueti continuano a esercitare il loro fascino perché testimoniano la vitalità e la ricchezza del nostro patrimonio linguistico.
Accismare è una parola dantesca di straordinario interesse. Nata con il significato di «ornare» o «abbellire», assume nella Divina Commedia un valore ironico e drammatico, indicando l’azione crudele del demonio che mutila incessantemente i seminatori di discordia. Attraverso questa scelta lessicale Dante dimostra ancora una volta la sua eccezionale maestria linguistica, capace di trasformare una singola parola in un potente strumento espressivo. Studiare termini come accismare significa non soltanto approfondire la conoscenza della lingua italiana, ma anche avvicinarsi alla straordinaria officina poetica di uno dei più grandi scrittori di tutti i tempi.
