Torna in libreria Ilaria Tuti con un romanzo attesissimo edito da Longanesi. Dopo averci incantato con i thriller dedicati alla caparbia commissaria Teresa Battaglia e averci commosso con potenti affreschi storici e femminili come “Fiore di roccia” e “Come vento cucito alla terra”, l’autrice friulana ci regala un’altra opera destinata a lasciare un segno profondo nel panorama letterario italiano: “Ed è un poco la notte e un poco l’alba“.
Ancora una volta, la scrittrice attinge a piene mani dal prezioso calderone della memoria collettiva della sua amata terra d’origine per restituirci una vicenda che intreccia magistralmente il destino individuale alle grandi, e spesso spietate, trame della Storia universale.
“Ed è un poco la notte e un poco l’alba” di Ilaria Tuti
La narrazione di Ilaria Tuti si muove su due coordinate storiche ed emotive ben precise. Da un lato, ci trasporta nelle valli più remote del Friuli all’inizio del Novecento. Qui sopravvive un’usanza tanto affascinante quanto dolorosa, una pratica che affonda le radici in quel territorio liminale di confine tra la rigida dottrina cattolica e la superstizione popolare: i “santuari del respiro” (conosciuti storicamente anche come à répit).
Si tratta di piccole e isolate chiese di montagna dove, in un atto di disperato amore materno, vengono portati i neonati nati morti. L’obiettivo? Sperare in un ultimo, miracoloso e invisibile soffio di vita che permetta a quelle piccole anime di ricevere il battesimo, salvandole così dalla dannazione del Limbo.
Le custodi silenziose di questo sapere antico, intriso di mistero e dolore, sono le donne: figure liminali, sacerdotesse di un culto umile che si muovono agili sul confine sottile che separa la nascita dalla morte. Tra loro c’è Serafina, la nostra protagonista, che cresce immersa in questa tradizione ereditandone il grave e sacro compito.
Ma la Storia con la “S” maiuscola non si ferma dinanzi ai miracoli montani. Nell’estate del 1944 irrompe brutalmente nella vita di Serafina e della sua comunità: un contingente cosacco, alleato dei nazisti, invade il Friuli. Le case vengono requisite, le abitudini secolari spazzate via, le certezze crollano miseramente sotto il peso degli stivali militari. Eppure, proprio in questo scontro frontale con l’”invasore”, prenderà forma una storia inaspettata.
Perché leggerlo
Ci sono innumerevoli ragioni per cui “Ed è un poco la notte e un poco l’alba” merita di essere letto e di trovare posto sui nostri comodini. In primis la riscoperta di una memoria storica dimenticata: l’occupazione cosacca della Carnia e dell’Alto Friuli tra il 1944 e il 1945 è un capitolo drammatico, paradossale e pochissimo frequentato dalla storiografia scolastica e dalla letteratura mainstream. Tuti accende un faro su questo esodo di un intero popolo – a cui Hitler aveva promesso una nuova patria in terra friulana – e sul trauma dei civili italiani che dovettero subirne l’invasione.
Il racconto dei santuari del respiro rappresenta una pagina di pietà popolare di una bellezza struggente. L’autrice racconta queste donne con una delicatezza e un rispetto rari, restituendo dignità all’immenso e silenzioso dolore delle madri del passato.
Lo stile dell’autrice è, come sempre, materico, evocativo e poetico. Le sue descrizioni della natura selvaggia non sono mai un semplice e passivo sfondo di cartapesta, ma diventano esse stesse protagoniste. Le montagne friulane respirano, soffrono, proteggono e giudicano insieme ai personaggi.
Cosa ci insegna questo libro
Ogni grande romanzo porta con sé una lezione preziosa per il nostro presente, e quest’opera di 320 pagine non fa eccezione.
In primo luogo, “Ed è un poco la notte e un poco l’alba” ci insegna il potere rivoluzionario e dirompente della compassione. Mentre tutto intorno crolla sotto i colpi dell’artiglieria e della ferocia umana, Serafina sceglie di non cedere all’odio cieco e categorico. Nel volto del temibile nemico cosacco – un nemico che a ben guardare è a sua volta sradicato dalla propria patria, disperato e ridotto a pedina sacrificabile di un gioco dittatoriale più grande – lei riesce a riconoscere “una fragile continuità di dolore e umanità”.
Inoltre, il romanzo ci insegna che i confini sono molto più permeabili di quanto crediamo. Il confine tra la vita e la morte nei santuari del respiro è impercettibile, così come lo è il confine tra l’amico e il nemico in tempo di guerra. L’autrice ci mostra come due popoli costretti a scontrarsi, che secondo la logica spietata del conflitto dovevano unicamente soccombere o massacrarsi a vicenda, possano invece imparare a conoscersi. Trovando l’uno nell’altro il riflesso della medesima, fragile condizione umana.
Infine, ci insegna che la cura è il più grande atto di resistenza. Difendere uno spazio minimo di pietà, ostinarsi a tutelare la vita o a dare dignità alla morte, significa salvare la propria anima quando il mondo intero sembra voler precipitare nel baratro.
In conclusione, “Ed è un poco la notte e un poco l’alba” è un inno alla resilienza, alla forza silenziosa delle donne e alla capacità dell’essere umano di trovare la luce anche nell’ora più buia. Un libro intenso, un capolavoro di empatia che ci ricorda come, anche nelle notti più cupe e fredde della nostra esistenza, c’è sempre l’intima promessa di una nuova alba.
